LA BARCA
DE' RUINATI
Che parte per Trebisonda,
Dove sinvitano tutti i falliti,
consumati e mal andati
E tutti quelli che non possono
comparire al mondo
per i debiti.
Di Giulio Cesare dalla Croce
Si fa' intendere a tutti i ruinati
A gli oppressi da i debiti, a i falliti
A i frusti, a i mal condutti, a i consumati,
A quei che per sua colpa son periti
A quei che per giuocar son iti a male,
Over, dietro a le liti impoveriti.
A chi per voler fare il liberale
Anzi, il prodigo e 'l largo ha speso e spanto,
Gittando il stabil dietro il capitale.
A chi senza pensar tanto né quanto,
Ha fatto sicurtà per questo e quello,
E ne porta squarciato il petto e 'l manto.
A chi, per secondare il suo cervello,
Ha voluto cavarsi ogni capriccio,
Ed hor si trova scalzo e in giupparello.
A chi per voler fare altrui servicio
Ha posta la sua roba in compromesso,
Ond'ha perso gli amici e il beneficio.
A chi, per far banchetti e pasti spesso,
Ha consumato ciò c'haveva al mondo,
Dando fin la sua vita ad interesso.
A chi, per le puttane è gito al fondo,
A chi per tener bracchi e sparvieri,
Ha mandato ogni cosa nel profondo.
A chi per manetener ricchi corsieri
E superbe carroccie, e comparire
Con stupende livree, paggi e staffieri.
A chi, sperando in breve di venire
Ricco, ha messo denari a compagnia,
Né s'è trovato il conto nel partire.
A chi, spendendo in varia mercantia,
Di lei non s'intendendo nulla, o poco,
Ha gettato l'argento e il tempo via.
A chi in spassi, piaceri, festa e giuoco
Speso ha la gioventude, ed in vecchiezza
Non si ritrova haver luoco né fuoco.
A chi consumato ha la sua ricchezza
In arme, in bravi, in risse, in questioni,
Poi sia venuto misero in bassezza.
A chi, per mantener mimi e buffoni,
Cagnetti e parassiti, hanno mandato
A mal la roba e le sue possessioni.
A chi dietro l'Archimia ha consumato
Ogni sostanza, ed hor tristo e mendìco
Di qua, di là ne va, tristo e stracciato.
Ai poveri poeti anchora dico
Che non li giova lor rime né versi,
Privi d'ogni sostanza e d'ogni amico.
I comici, che van come dispersi,
Di qua, di là per le cittadi errando,
Ne le calamità fitti ed immersi.
A chi va' a testa bassa sospirando,
Per haver dato il suo tutto a credenza,
Né può riscuoter nulla, e va stentando.
A chi, per sua progritia e negligenza
E' decaduto, e per mal suo governo,
Sta sempre con la fame in differenza.
A quei, che rinonciando il ben paterno,
Han tolto il capel verde, e come cani
solinghi se ne van, l'estate e 'l verno.
A quei stolti, balordi, a quelli infami,
A i quai son gli banchier falliti addosso,
C'havevan i suoi denar tutti in le mani.
A quei, che per haver tratto a l'ingrosso
La roba a male, tristi e dolorosi
Stanno, e ciascun gli fugge a più non posso.
A quelli, che per fare i boriosi,
Gli altieri e i tremebondi espedit'hanno
Ogni sostanza, hor van mesti e penosi.
In somma, a quei che sono andati e vanno
A male, e che in secreto ed in palese
Timidi sempre, e fuggitivi stanno
Si pubblica, ch'a mezzo questo mese,
Con lor viluppi, zaccare ed intrichi,
Si debban ritrovar tutti in arnese.
Ch'un'isola nascosta a i nostri antichi
Di nuovo s'è scoperta, che circonda
Cinquanta miglia in luochi molto aprichi,
Una giornata, o due, da Trebisonda
Discosto sta quest'isoletta amena,
Dove ogni gaudio, ogni piacer abbonda.
Là un'aura respira alma e serena,
Là si sta sempre in nozze ed in conviti,
Tanto è feconda, e di divitie piena.
Ma sbarcar non si pon sopra quei lidi,
Se non color che son ridutti al verde,
E che debiti son, marzi e finiti.
Altramente, per l'onda si disperde
Il legno, e stranamente si discarca,
E la roba e la vita al fin si perde.
Dunque, chi ha di desio la mente carca,
Di venir, si prepari, havendo inteso
Che per partirsi in punto è hormai la barca
La qual barca, se 'l tutto ho ben compreso,
E' fatta di materie convenienti
A i naviganti, a la misura, al peso.
Prima la poppa è fatta di tormenti,
la prua di pianto, l'arbore di rabbia,
il bossol d'ira, l'anchore di stenti.
Le sarti di rammarichi e la gabbia
Di doglia, e di passion la calamita,
Con cui si passa l'infelice sabbia.
La vela di tristezza, e d'infinita
Noia il timone, e d'odio e di dispetto
La carta, ch'a i sospir chiama ed invita.
I remi di travaglio, ed il trinchetto
D'affanno, e sian le gomone di pene,
ritorte col timore ed il sospetto.
Il nocchier che la regge e la mantiene,
Si chiama il Tardi aviso, huomo perito
In simil arte quanto si conviene.
Qual poi che sia imbarcato ogni fallito,
Com'ho già detto, prenderà i sentieri
Pel mar de' pazzi costeggiando il lito.
E, scorrendo pel regno di leggieri,
Il golfo passerà de i mal accorti,
Dove si paga il dacio de' pensieri.
L'arcipelago poi, e tutti i porti
De i mal contenti lascieran da parte,
E l'isola vedran de' semimorti.
Indi, volgendo a man sinistra l'arte,
Al porto giongeran de' curiosi,
Dove al regno si va de i poca parte.
Passati questi mar pericolosi,
Giongeran de' balordi in la riviera,
Dove si sbarcan tutti i sonnacchiosi.
E, passata che sia questa costiera,
Si gionge al porto delle bizzarrie,
Dove per riposar si sta una sera.
D'indi nel golfo delle scioccherie
Entrando, solcaranno il mar de' stolti,
E l'ampio sen delle castronarie.
Poi, verso tramontana al fin rivolti,
Scopriran Trabisonda, ricca e vaga,
Dove ne passan pochi e restan molti.
Qui si rimorchia il legno, e qui si paga
Un obol per fallito, e poi si passa
Un largo fiume che d'intorno allaga,
Pel qual scorrendo in giù sempre a la bassa,
Veloce va' la barca come un vento,
Anzi: come saetta via trapassa.
Tal che, non s'accorgendo in un momento,
Si vedranno in un attimo, in un punto
A l'isola arrivar del pentimento.
Quivi si sbarcaran, che quivi a punto
S'hanno tutti a fermar, essendo questa
L'isola de' falliti, ch'io v'ho cunto,
Dove incontro vedransi di gran festa
Venir quei del paese ad abbracciargli,
Che tal'usanza a tutti è manifesta:
Fargli grate accoglienze ed honorargli,
E menargli a veder il sito ameno
E del lungo viaggio ristorargli.
E poi, essendo reficiati a pieno,
Saran condutti dentro un arsenale
De' mille sorti di capricci pieno,
Dove per eshalar il bestiale
Humor di tutti questi ch'io favello,
E dar officio a lor natura eguale,
Sarà tosto assignato a questo e quello
Un gran lambicco a posta accomodato,
Col quale ognuno si stillarà il cervello.
E quivi, rammentandosi il passato
Tempo, e le spese fatte pazzamente,
E ciò c'havean al mondo consumato,
Con quel lambicco in capo, gentilmente
Purgando ognun andrà la sua pazzia,
Fin che rimanghi schietto de la mente.
Poi, se tornar in qua qualch'un desia,
Su la medesma nave può imbarcarsi,
Qual sempre vien per nuova mercantia.
Ma prima che di là parti, convien farsi
Far una fede, qual dimostri a fatto,
Com'ei sia stato il capo a lambiccarsi.
E come ei sia pentito d'haver tratto
La roba via senza pensar più innanti
E giuri di mai più non esser matto,
E che per l'avvenir i suoi contanti
(Se più n'havrà) con ordine e misura
Spenderà, e con più honor in tutti i canti.
Però, chi di venir brama e procura,
Si metta a l'ordin, con il suo fagotto,
Che tutti andiamo a la buona ventura,
E quando hora sarà, vi farò motto.
IL FINE
Ad istanza di Barto
lomeo dalle ventaro
le nel Frassinago.