A CASO
Un giorno mi guidò la sorte
DOVE SI CONTIENE
La prima & la seconda tramutatione;
Con un Capitolo bellissimo in lode della sua Diva, il più bel-
lo, che già mai sia stato udito da nissuno.
A caso un giorno mi guidò la sorte
Dentro un bosco di quercie ombroso e spesso,
Dove stava un pastor ferito a morte
E la sua donna in sen se l'havea messo.
La giovine gentil piangea sì forte
Sopra l'amante, che l'amante stesso
Per ben che la sua piaga era mortale,
Piangea 'l pianto di lei più che 'l suo male.
Vago di ritrovar qual fusse il fine
De l'ampia terra andai gran tempo errando,
Sprezzando il caldo e le gelate brine,
Notte né giorno, pioggia o sol curando,
Hor fra tenere herbette, hor fra le spine,
Né già tal volta il mio desìo biasmando,
E così in certe vie strane e ritorte
A caso un giorno mi guidò la sorte.
Io non sapea qual via toglier smarrito,
Di tante che vedea per tutto sparte,
Poi dal longo sperar fatto più ardito
Tolsi il cammin ne la più dubbia parte,
E discorrendo via l'alpestre sito
Dove mai giunse humano ingegno od arte,
Al fin mi ritrovai stanco e dimesso
Dentro un bosco di quercie ombroso e spesso.
Ivi, pien di timor, colmo d'affanno,
M'assisi a riposarmi a un freddo sasso,
Sotto un di quei grossi arbori, che fanno
Grand'ombra intorno e altrui vietano il passo.
Ma in questo d'huom, c'ha ricevuto danno,
Sento un lagnar con suono afflitto e lasso,
Vado verso il lamento e giungo a sorte
Dove stava un pastor ferito a morte.
Quasi nel più intricato e stretto calle
Del folto bosco, presso un chiaro fonte,
Che discendea nella propinqua valle
Da l'alto, ove sorgea del picciol monte,
Giacea dal petto fin dietro le spalle
Passato il pastorel con mesta fronte,
Egli si duol, ma più si lagna spesso
La donna sua, che 'n sen se l'havea messo.
“Qual fiera ria, qual furibonda voglia
Ha del mio dolce ben ferito il petto?
Qual dispetato è quel c'hora m'invoglia
Il tuo sì grato e sì giocondo aspetto?
Chi mi darà conforto, che mi toglia
L'acerbo duol, che sta nel cuor ristretto?”
Dicea chiamando ogn'hor crudel la morte,
La giovane gentil piangendo forte.
“Mai mio fiero destin, che sì dolente
Morte veder mi fa del fido amante
Perché non fai che tra la morta gente
Prima lo spirto mio fermi le piante?”
Co'l duro pianto havrìa fatta clemente
Una tigre crudel, molle un diamante,
Mostrando più martir, più duol' espresso
Sopra l'amante che l'amante stesso.
In tanto grave duol la donna incorre,
Che par che gli esca fuor dal petto il cuore,
La morte brama e sol la vita abhorre,
Vedendo il pastorel che se ne muore;
Il qual, pensando alcun rimedio porre
Al gran pianto di quella, al gran dolore,
Dicea non esser molto il suo gran male,
Per ben che la sua piaga era mortale.
Ella perciò non lascia il duol, né prende
Conforto alcun, ma in più martir si pone,
Con ambe man si batte 'l petto e offende
Il bello e aurato crin, senza ragione.
Il pastorel gentil placarla attende,
Co'l debil suo parlar, stanco sermone,
E perché di colei via più li cale,
Piangea il pianto di lei più che 'l suo male.
Vaga d'udir, com'ogni donna suole,
Sol per veder che fine habbia la cosa,
In un cespuglio ove non entra il sole
A gli occhi d'ambedue stava nascosa.
Il pastor, nel formar delle parole,
Il pianto della ninfa dolorosa
Parea l'aria d'intorno e le contrade
Facesser lacrimar per la pietade.
Ella ogn'hor più rinnova il gran lamento,
E ribombar fa d'intorno la foresta,
Sol' ecco al pianto rio l'ultimo accento,
Risponde fuor de' cavi sassi mesta,
E forse ricordando il rio tormento,
Per cui vive ne gli antri in nera vesta,
Venuta era vicina a le parole
Vaga d'udir com'ogni donna suole.
Io stea nascosto pien di meraviglia,
A rimirar quel caso horrendo e fiero,
Più volte mentre stea con basse ciglia,
Per discoprirmi allhor presi il sentiero,
Ma per non dargli noia al fin ripiglia
La dubbia mente mia di star pensiero,
E mi fermai con faccia lacrimosa
Sol per veder che fine habbia la cosa.
Mentr'io mirava i dolorosi gesti
De l'infelice donna e 'l pianto rio
Uscìan dal petto mio pietosi e mesti
Sospiri, e havea con lor morir desìo,
Incolpava il destin, poi che sì presti
Li giorni il miser pastorel finìo
E stea per veder gli atti e le parole
In un cespuglio ove non entra il sole.
Io vedea quindi il delicato viso
Della donna gentil di dolor tinto,
Sembrava qual forsi veder t'è avviso
Il sol, quando è di nebbia il ciel dipinto.
Mirava, il pastorel dal duol conquiso,
Qual candido armelin di sangue cinto,
Morte, che sopra lor la falce posa
A gli occhi d'ambedue stava nascosa.
“Ohimè, qual causa, iniquo, a far ti spinse
Contro 'l tuo fido amico un tanto scempio?
Forse mai questa destra il ferro strinse
Per salvarti da morte, ahi crudo ed empio?
Forse 'l mio corpo mai per te si tinse
Di sangue, ed hor mi dai con strano esempio
La morte? E questo sol” dicea “Mi duole”,
Il pastor nel formar de le parole.
Hai ben tra gli altri fiero e horribil mostro
Poi che di crudeltà ciascun pareggi,
Tu hai ne l'amicitia ed amor nostro
Senza ragion rotte le sante leggi,
Mondo d'infedeltà, pessimo chiostro
Quanto nell'osservar la fe' vaneggi,
E mentre egli si lagna, mai non posa
Il pianto de la ninfa dolorosa.
“Ahimè, lassa”, dicea, “Quanto cordoglio
Mi porge il miser stato in cui ti veggio.
Ahimè, che in van sospiro, in van mi doglio
In van rimedio a la tua morte chieggio.
Non viver più già io, ma morir voglio,
E morir posso teco, e morir deggio.”
E così pianger con lei per la pietade
Parea l'aria d'intorno e le contrade.
Mentre quella misera si lagna,
Il pastorel di sospirar non cessa,
E che 'l bel corpo suo tutto si bagna
Di sangue, e morte ogn'hor più se l'appressa.
Parea che 'l bosco intorno, e la campagna,
Il ciel, le stelle, ancor la terra stessa,
Gli arbori, i sassi, e le solinghe strade
Facesser lacrimar per la pietade.
CAPITOLO
bellissimo in lode della sua Diva
Per te, Dea, è fabbricato il divin coro,
La notte, il dì, continuamente indarno
Tremo, crido, sospiro, spasmo e moro.
Per le le crudel fiamme al cor passarno,
Che non potrìa smorzarne una sol parte
Clitunno, Po, Ticin, Danubio ed Arno.
Per te perse il valor, l'ardire e l'arte
Col faretrato augel con cui fu vinto
Giove, Saturno, Apol, Mercurio e Marte.
Per te ogn'hor sparsi e spargo tai lamenti
C'havrìan fatto venir pietosi aitarmi
Orsi, tigri, leon, draghi e serpenti.
Per te di libertà volsi privarmi,
Che non credea vincessi in esser dura
Ambre, pietre, diamanti, antri, ossa ed arni.
Per te provai quell'amoroso telo,
Qual'è solo cagion ch'ogn'hor io temi
L'aria, l'acqua, la terra il foco e 'l cielo.
Per te di gioia son mie membra scemi,
Che persi con la barca ne l'alte onde,
Vele, sarte, timoni, anchore e remi.
Per te, mia miser' alma, si confonde
Né può dar più rimedio a la smarrita
Lauri, quercie, pin, faggi, herbe, fior, fronde.
Per te s'allocchi, e stagni e rivi e fonti
Sono abbondanti, che far potrìa in mare
Piaggie, poggi, caverne, piani e monti?
Per te non curo patire e provare
Pene, affanni, dolor, stratio ed orgoglio,
Spasmar, arder, languir, strugger, tremare.
Per te son' in vita e per te morir voglio,
Hor sij verso di me, quanto esser sai,
Crudel, superba, ingrata, horrido scoglio.
Per te sarò in eterno pien di guai,
Fa' che ancor tu mi sia costante e forte,
Né d'amarti ritrarmi potrà mai
Ira, sdegno, furor, tempo né morte.