ABBATIMENTO AMOROSO De gli animali Terrestri, & Aerei; Con le nozze della Rana, e del Passarino, il nascimento della Cavalletta, e del Grillo
Capriccio curiosissimo del Croce |
Hor che 'l furor poetico m'assale,
E che 'l verso al capriccio corrisponde,
Vo far stupir in terra ogni mortale,
Con narrar cose altissime, e profonde,
E spero che 'l mio canto sarà tale,
Ch'ove Febo si leva, ove s'asconde,
Farò sentir con formidabil tuono,
Ch'una Bombarda grossa ha minor suono.
A l'alto suon di queste mie parole,
Huomo non sia, che l'ascoltar mi celi,
E ferminsi ad udir la Luna, e 'l Sole,
Le Zone, i Climi, i Poli, e i Paralleli,
Con ciò ch' attorno alla terrena mole,
Si va volgendo per diversi Cieli,
Ch'io farò con miei versi alti, e soprani,
I monti partorir Vespe, e Tafani.
Nel tempo che regnavano i Fringuelli,
E l'Asino suonava il pifferone,
E le Civette cacavan mantelli,
E parlavan le bestie alle persone,
Fra i Quadrupedi nacque, e fra gl'Uccelli,
Una gran rissa, e una crudel tenzone,
La cagion, che gl'indusse a prender l'armi,
Udrete al suon di bellicosi carmi.
In un bel prato appresso una fontana,
Sopra un cespuglio stava un Passerino,
Con spada, e cappa a la napolitana,
Destro ne l'armi come un Paladino,
Il qual facea l'amor con una Rana,
Et ella disprezzava quel meschino,
Et egli con dolcissima armonia,
Dicea,” Donami aita, oh vita mia”.
Ecco in un tempo un Topo tutto armato
Da le piante de' piedi a la centura,
E d'indi fino al capo era fatato,
E più che sasso avea la pelle dura,
Essendo d'ella anch'egli innamorato,
Assaltò il Passerin con gran bravura
Con un scoppio da foco, ma per fretta,
La corda saltò giù de la serpetta.
Vedendo questo il Passerin valente,
Disse: “Non t'andò fatta”, e volò via,
Poi fè toccar tamburo immantinente,
E ragunato grossa compagnia,
Tornò per castigar il fraudolente,
E cento pezzi havean d'artiglieria,
Senza le colubrine, ed i moschetti,
E tutti con lor lance, e corsaletti.
Qui Starne, e Storni, Allodole, e Fringuelli,
Gufi, Ghiandaje, Corvi, e Cornacchioni,
Nibbi, Mulacchie, Allocchi, e Gavinelli,
Cicogne, Gazze, Gru, Tordi, e Rondoni,
Pernici, Quaglie, Vespe, e Pipistrelli,
Civette, Piche, Ragni, e Calabroni,
Insomma, non fu uccel piccol, né grande,
Che non venisse armato in queste bande.
Da l'altra parte il Topo empio, e superbo,
Che non conobbe al mondo mai paura,
Essendo coraggioso, e di buon nerbo,
Ritirosse in un buco a la sicura,
E poi con un sol cenno, ed un sol verbo,
Empì di varie bestie la pianura,
Chi a cavallo, chi a piè vener di botto,
Armati di Polenta sopra, e sotto.
Ivi Schiratol, Tassi, Ghiri, e Talpe,
Donnole, Lontre, Topi, e Scarafaggi,
De le selve venuti, e giù de l'alpe,
E d'altri luoghi inculti, aspri, e selvaggi,
E Scimmie, e Babbuin, di là da calpe,
Per far al Passerin danni, ed oltraggi,
Al fin, non fu animal sopra la terra,
Che non venisse a così fiera guerra.
Con certe ronche in spalla bolognesi,
da trarre in terra mille a un colpo morti,
E cinti al fianco certi pistolesi,
Larghi nel mezzo, e da la punta storti,
Così di rabbia, e di furor accesi,
Per voler dimostrar quant' eran forti
A la lor Dama, ambi nel prato istesso
Condussero i lor campi al fronte appresso.
Il general del campo degl'Uccelli
Era un prudente, e saggio Rosignuolo,
Un Caponero capitan di quelli,
E lor luogotenente un Capriciuolo,
Il Sergente un Quagliotto; e due Fanelli
Eran provveditor del grosso stuolo,
L'alfiero un Beccafico, ed un Cocale
il Tamburino, un Cucco il caporale.
De' Topi il general un Ghiro altiero
era, e lor capitano un Babbuino,
Luogotenente un Tasso ardito, e fiero
Sargente un Lucerton, e un Moscardino
D'assai leggiadro aspetto era l'alfiero,
Capo di squadra un empio ed assassino
Schiratol era, e due Talponi neri
Dell'esercito tutto i bombardieri.
Hor senza star a far troppo dimora
Entraro in campo intrepidi e sicuri,
Gridando: “Sangue! Sangue! Mora! Mora!”
E a darsi colpi dispietati e duri
Incominciaro tutti a un’istess’ hora
Al fiero suon di Trombe e di Tamburi,
e al primo assalto horribile e mortale
Un scarafaggio si stracciò uno stivale.
Chi havesse udito il fremito e ‘l rumore
Il tirar di bombarde e scoppi insieme,
Havrebbe detto certo, in quel furore,
Questo è il dì che di lor si perde il seme.
Marte e Bellona colmi di timore
Mirando le percosse tanto estreme
S’eran cacciati, al suon di tal rovina,
L’uno in un forno, e l’altro giù in cantina.
Giove, temendo che cadesse il cielo,
Fortificar lo fece in molti luochi,
E tutto cade a la sua Vacca il pelo,
E morir tutti di Giunone i cuochi,
Cupido gettò via la face e ‘l telo,
Del nero Pluto si smorzaro i fuochi,
Ganimede fuggì verso Aquilone,
E portò via la tazza al suo patrone.
Tremavan tutte le campagne intorno
Ai dispietati colpi, al gran ferire,
E Febo chiuse le finestre al giorno,
Nettuno in alto mar prese a fuggire,
Diana lasciò l’arco, i strali e ‘l corno,
Mercurio nel scampar perse tre lire,
A Vener rovesciosse il tavolino,
Che con Adon giocava a sbaraglino.
Cerere in quel rumor perse il badile,
e solo si trovò il manico in mano,
Eolo rinchiuse i venti in un porcile,
E l’altra gamba si ruppe Vulcano,
Tethi si lava, vi sò dir sottile,
E gridando correa per l’Oceano,
Il Ciel lasciò cader, correndo, Atlante,
E delle Quaglie prese non so quante.
Né più né manco colmo di paura
Bacco cacciosse nel suo barilotto,
Hercole si scordò la sua bravura,
E con la mazza si tolse di sotto.
Orfeo gettò via la lira a la verdura,
E in una grotta si cacciò di botto,
E per paura le nove Sorelle
Ruppero in casa tutte le scodelle.
Il povero Saturno vecchio invero
Volendo per paura fuggir via
Giù d’una sfero gli cascò il braghiero,
E le budelle strascinò per via,
De quali poi si formaron quel sentiero
Che la notte di latte par che sia,
Ch’io non vorrei però ch’ alcun credesse,
Ch’al consiglio de’ Dei Giove la fesse.
Nel Zodiaco il rumor anco percuote,
E pose quelle bestie in confusione,
E rovesciossi il Carro di Boote,
E si ruppe le zampe lo Scorpione,
Gemini, e Virgo si battean le gote,
E s’oscurò la stella d’Orione,
né trovando il Leon pace né quiete,
Trangugiò in un boccon Tauro ed Ariete.
Il Sagittario ferì il Capricorno,
E Acquario bagnò tutta la Bilancia,
Cancer vedendo Pesce com’ un torno,
Gli cavò le budelle de la pancia,
La corona d’Arianna pur quel giorno
Restò sfodrata, e questo non fu ciancia,
Al fin la guerra fu sì horrenda e scura,
Che fece anche a gli Antipodi paura.
Un Ghiro si scontrò con un Allocco,
E tosto pose la sua lancia in resta
Dicendo fra se stesso “S’ io ti tocco
In terra ti farò batter la testa”,
Ma un Civetton cavando fuor lo stocco
Per far la sua bravura manifesta
Saltò nel mezzo e lo ferì per fianco,
E tutto lo passò dal lato manco.
Poscia per farlo gir morto su l’herba
Raddoppiò il colpo, ma a l’alzar del brando
Il Ghiro a lui tirò una punta acerba,
Sotto l’aselle, e in quel ch’ ei vien calando
Il braccio, ecco il meschin da la superba
Botta passato viene, onde volando
Alquanto spatio, al fin cade giù morto,
E andò tremando di Caronte al porto.
L’Allocco, che ‘l compagno estinto in terra
Vide, e che ‘l Ghiro altier l’havea finito,
Con tutte le sue forze il brando afferra,
E ‘l Ghiro assalta, ch’ era già ferito,
E sul capo un tal colpo gli disferra,
Che morto lo distese sopra il lito,
Così in un tempo istesso ambi a Plutone,
N’andaro insieme, il Ghiro e ‘l Civettone.
Poi fatto questo volge il suo sentiero
Altrove, e scontra un Topo, che pigliato
Havea un Rondone, e fattol prigioniero,
E al padiglion lo conducea legato,
La lancia abbassa valoroso e fiero,
Gridando: “Lassa, iniquo e dispietato,
Andar colui, e non far più tardanza,
Se qui non vuoi provar la mia possanza!”
Il Topo, che veduto altri mostacci
Havea, si volse a lui, e sorridendo
Disse: “Chi va cercando de gl’impacci
Spesso ne suol trovar, ma s’io ti prendo,
Come so ch’io farò, stretto gli bracci
Sì come a lui, a te legare intendo.
Prendi del campo dunque, ch’io t’aspetto
Che sarai mio prigion, a tuo dispetto!”
Poi detto questo volta il suo cavallo,
Qual’era un scaldaletto smanicato,
Ed arrestando una penna di Gallo,
Gli venne contra, ma piegò da un lato
L’Allocco, ch’avezzo era al martial ballo,
Lo colse a mezzo l’elmo, e roversato
Lo fece andar sul piano, e tal fu il crollo,
Che nel cader ch’ei si ruppe il collo.
Un Schiratolo fier, che stava a bada
Vedendo il Topo della vita estinto,
Senz’altro più tardar, trasse la spada,
Qual’era un pezzo di carton dipinto,
E l’Allocco assaltò sopra la strada,
Che di ferir un altro era in procinto,
E un colpo gli tirò con tanta rabbia,
Che lo mandò disteso su la sabbia.
Poi fatto questo, tutto colmo d’ira,
Va verso una Anitrella spellazzata,
E su la testa un tal colpo gli tira,
Che gir la fè balorda una giornata.
Un Pappagallo che tal caso mira,
Gli vola addosso, e con una beccata
Li trasse un occhio, in meno ch’io non v’arreco
L’altro con l’ugna, a tal ch’ ei restò cieco.
Qui si vedeva una Gallina zoppa
Combatter contra un Lucertone antico,
Ed ei saltegli in cima de la groppa
E metterla co’ morsi in grande intrico,
Ed un Pulcin uscito de la stoppa
In compagnia d’un Tordo e un Beccafico,
Per prove sì stupende e segnalate
Che fin che gira il Sol saran notate.
Un Pipistrello vide un Lumacotto
Che con un ramo di finocchio in mano
A più poter correa contra un Quagliotto
Per scavalcarlo sopra di quel piano,
Ed il sentier gl’attraversò di botto
Poi su le corna un colpo horrendo e strano
Gli diede, così fiero e disperato,
Che tutte e quattro le mandò sul prato.
Scorrea d’intorno un Talponaccio nero,
Al campo, sopra un guscio di popone,
Ed havea un fongo marzo per cimiero,
E una cotica rancia per spadone,
E vide un Avoltor che sul sentiero
Havea gettato morto un Formicone,
E un colpo gli tirò con tal tempesta,
Ch’un miglio e più lontan gli trè la testa.
Saltò nel campo una Civetta guerza,
C’haveva un guscio d’ovo per elmetto,
Ed una stringa rotta in man per sferza,
E di cirusa cotta il corsaletto.
Tristo riman colui che seco scherza,
Che a chi fende la testa fino al petto,
A chi rompe le braccia, a chi la schena,
Tal che Caron sempr’ ha la barca piena.
Non men di questa, una Topessa pregna
Facea prove stupende, ed inaudite,
E sempre stava appresso de l’insegna,
Acciò che i Topi non perdan la lite.
Ha per brando un arenga, e non si degna
A tutti, ma sol dà punte e ferite,
A personaggi grandi, e di valore,
Che ‘l ferir gente vile è poco honore.
Stava questa magnanima guerriera
Appresso de l’Alfier, come v’ho detto,
Col brando ignudo, che de la bandiera
Non senza causa havea qualche sospetto,
Che ‘l Passerin con una grossa schiera
Di gente fresca, già posto in affetto
S’era per haver quella in suo dominio,
E far de’ Topi l’ultimo esterminio.
E senza star a far indugio troppo
Innanzi spinse tutto quanto il campo,
Chi a tutta corsa vien, chi di galoppo,
Di far giornata ogn’un menava vampo,
Come tal’hor quando si scioglie un groppo
Di vento, e che le nubi al chiaro lampo
Di Giove, con furor a urtar si vanno,
E ne’ campi del Ciel guerra si fanno.
Così tutte ad un tempo “Inanti, inanti!”
S’udì gridar, e dar fiato a le squille,
E mescolarsi Cavalieri e Fanti,
Insieme, a dieci, a venti, a cento, a mille.
Qui si vede colpir da tutti i canti
E gl’elmi in aria mandan le faville,
Chi a caval monta, chi discende al basso,
Marte non vide mai tanto fracasso.
Chi di punta ferisce, e chi di taglio,
Chi di roverso mena, chi di dritto,
Chi non stima il nemico un capo d’aglio,
Chi pietà chiede in così gran conflitto,
Chi la persona sua pone a sbaraglio,
Chi va, chi vien, chi torna, chi sta fitto,
Chi mostra il suo valor, la sua bravura,
Chi caca stronzi quadri per paura.
Non Vulcan martellar con tal ruina
S’udì, non Piragmon, Sterope e Bronte,
Nel fabricar i strali alla fucina
Con braccia ignude e affumicata fronte,
Come costor, che l’armatura fina
Si van spezzando con oltraggi ed onte,
Né riguardando a grado, sesso o etade,
Va il campo tutto quanto a fil di spade.
Qui cade un braccio, là vola una spalla,
Quivi una testa, là una gamba o piede,
Qui more un Calabron, là una Farfalla,
Qui un Ghiro, un Tasso là cader si vede,
Chi si rompe una coscia, chi si spalla,
Chi vien sfregiato mentre non s’avvede,
Chi prende l’inimico, chi l’abbatte,
Ogn’un mena le man, ogn’un combatte.
Al fin tal fu la posse e ‘l gran valore
De’ Rosignuoli, Tordi e Gavinelli,
Che l’altro campo restò perditore,
E preda fu de’ Corvi e Pipistrelli,
E la Topessa, che solea terrore
Porger quel fiero aspetto a questi e quelli,
Morta da un scoppio carco di mostarda
Restò nel campo, e s’annegò in la farda.
In quella rotta cadde il Tamburino,
Ch’era fodrato di coramo nero,
Al Capitan fu tolto il berrettino
E ‘l Colonnello vi lasciò il braghiero.
Il Sergente in un fiasco entrò di vino,
E ne le brache si cacò l’Alfiero,
E ‘l General che minacciava il mondo,
Cascò in un fosso, e volse all’aria il tondo.
Il gran rimbombo dell’artegliaria,
Il rumor, i fendenti, i stramazzoni,
Lo strepito de l’armi che s’udia,
Lo spezzar di cimieri e morioni,
Impauriro sì quella genìa,
Di Babbuini, Talpe e Lucertoni,
Che non curando far simil guadagni,
Tutti in un tratto volsero i calcagni.
Chi di qua, chi di là senza aspettare
Amico, né compagno, ogn’un fuggìa,
Chi per paura si gettò nel mare,
Chi crepava fuggendo per la via,
Chi d’un gran monte giù a precipitare
Chi morì a l’hospital, chi a l’hosteria,
Al fin, come l’Autor ne porge inditio,
Andaron tutti quanti in precipitio.
Il Topo ben potea gridar “Fermate!
Fermate il corso, oh brutta e vil canaglia!
Dove fuggite? E non vi vergognate
A lasciar in tal guisa la battaglia?”
Che color, che le busse havean provate,
Fuggendo via l’honor a la sbaraglia
Lassano gir, e via sparendo a volo
Quivi lassaro il Topo a piedi, e solo.
Vedendo questo il Topo valoroso
Ch’a la battaglia era rimasto solo,
Come quel ch’era ardito e coraggioso
Che non stimava l’un e l’altro Polo,
Disse fra sè: “L’huomo qual’è desioso
Di mover guerra contra un grosso stuolo,
Se vuol che la sua impresa gli riesca
Non chiami scarafaggi in simil tresca!
Oh quanti son di quei, che si confidano
In simil bravi, onde seco gli chiamano,
E nel suo braveggiar tanto si fidano
C’havergli appresso lor sovente bramano,
Ma se per forte poi qualcun disfidano,
Questi, che son poltroni, e che non amano
Solo quand’il nemico senton ruggere,
Gl’ultimi a cacciar mano, e primi a fuggere.
Ma sia com’esser voglia, s’io son quello
Così fiero ed ardito, ch’esser soglio,
Spero far sì che questo vile augello
Si scorderà d’amor, e del suo orgoglio.
Voglio ch’a corpo a corpo il gran duello
Finiam fra noi, ch’a quella rete il coglio
E s’egli è Cavalier pien di valore,
Non negarà se fa cura d’honore.”
Il che poi detto, dietro d’un cespuglio
Parlando al Passerin disse in tal modo:
“Vorrei che fra noi due fusse il mescuglio”.
Rispose il Passerin: “Tal cosa lodo,
Benché non merti star meco a pecuglio
Essendo un traditor colmo di frodo,
C’havendomi voluto assassinare,
Rispetto alcun non ti dovrei portare.
Ma ti prometto da volante augello,
Che de la macchia puoi uscir sicuro,
Ché non ti nocerà questo né quello,
Sol’io son buon per trarti a l’aer scuro.
vorrai in camiscia, o in giupparello,
spada e cappa, vien, ch’io non ti curo,
Eleggi l’arme, e fà ciò che ti pare,
Ch’in quest’ogni vantaggio ti vo’ dare”.
Spada e pugnal elesse il Topolino,
Ed una spalla ignuda, e l’altra armata,
Ambi a caval d’un gran fiascon di vino,
E un caspo di lattuca per celata,
E l’un tolse un Schiratol per Padrino,
L’altro un Allocco, e con maniera ornata,
Entrar si vide ciascheduno armato
Con gran bravura dentro lo steccato.
Chi ha mai visto. Signor, due can mordenti
Che per la strada habbian trovato un osso,
Venirsi incontro digrignando i denti,
Con occhio torvo, e più che bragia rosso,
Che dopo molto essersi urtati e spenti,
L’un poi a l’altro al fin si getta addosso,
E si mordon fra lor con tanta rabbia,
Che il sangue, che ‘l pel gli resta su le labbia.
Così i due valorosi innamorati
In guardia stero un pezzo, e poi principio
Danno alla ciuffa i colpi dispietati,
Che l’un par Annibal, e l’altro Scipio,
E ben dimostran che sono adirati,
E che da quelli amor non sta mancipio,
Ch’ambi tran foco per gl’occhi, e pe’l naso,
Ahi dispietata guerra, ahi duro caso.
Al tempo che gl’horribil Giganti
Volsero depredar il regno a Giove,
Quei Campanei superbi, quelli Atlanti,
Che fero eccelse e memorabil prove,
Encelado e Tifeo, ch’ in tutti i canti
La chiara fama lor s’aggira e move,
Se fussero a mirar tanta bravura
Profumarian le brache di paura.
Uno è fatato, e l’altro è più leggiero,
E schivando il colpir si tira in alto,
Essendo ambi smontati del destriero,
Che voltar non gli puon sul duro smalto.
Ed ambi eran già stanchi sul sentiero,
E tuttavia cresceva il duro assalto,
Ma per venir al fin delle contese
Gettaron l’armi e vennero alle prese.
Quale il feroce Alcide e il forte Antheo
L’un l’altro si ghermiva e travagliava,
Il Topo havea fatto un pensier reo
Di portar l’inimico alla sua cava,
Ma il Passerino un altro pensier feo,
E prese il Topo con sua forza brava
E quando fu ben alto a suo piacere
Sopra la terra lo lasciò cadere.
Qual infelice e misero Fetonte,
Ch’a cercar il suo mal fu tanto audace,
Quando alla terra fece oltraggi ed onte,
E di Giove provò l’ardente face,
Tal il meschin calando con la fronte
Verso la terra, più non spera pace,
Che percotendo sopra un duro sasso
Si ruppe il duro collo, e tutto andò in conquasso.
Al gran rimbombo, a quella horribil scossa,
tremò la Terra dall’Orto all’Occaso,
E fin nel piè crollossi Olimpo, ed Ossa
Atlante, Pelion, Pindo e Parnaso
Pirene ed Appennin la gran percossa,
Il Tauro, i Caspi monti, ed il Caucaso,
Sentiro, e di cader mostraron segno,
Ma il fondamento buon gli fu sostegno.
Pien di terrore, per macchie e per burroni,
Fuggiro in frotta i Tigri, i Serpi e i Draghi,
I feroci Orsi e i possenti Leoni,
E gl’animal che di mal far son vaghi
Corser per boschi e selve i Lestrigoni,
i fier Ciclopi, e i crudi antropofraghi ,
Al fin il gran rumor passò sì a dentro
Che fè tremar la terra fin al centro.
Hor essendo finito il fier assalto,
I padrini in un tratto si partiro
E ‘l vago Passerin volando in alto
Pien d’allegrezza fece un tondo giro,
E poi da l’aria in terra fece un salto,
E co’ compagni con dolce remiro
Partì il bottino, e rese gratia a tutti
Quei ch’eran stati a parte de’ suoi lutti.
Qui restò morto Topon e Topaccio,
Topin, Topatto, Topello e Topetto,
Topolin, Topolon e Topolaccio,
Topante, Topolante e Topoletto,
Topardo, Topolardo e Toparaccio,
Topinon, Topinante e Topinetto,
Topertio, Topolertio e Toparello,
Tutti leccardi e gente da Tinello.
Ghiro, Ghiretto, Ghiruzzio e Ghirardo
Restaron morti anch’essi su quel piano,
Talpon, Talpuccio, Talpetto e Talpardo,
Ch’eran sì fieri con la spada in mano,
Scarafin, Scarafon e Scarafardo
Tutti passato il petto, ahi caso strano!,
Tasso, Tassetto, Tassin e Tassello,
Fur morti tutti in questo gran macello.
Da l’altra parte morì Rondinello,
Falcon, Falchetto, Corbin e Corbaccio,
Tordo, Tordetto, Tordin e Tordello,
Gazzin, Gazzotto, Merlin e Favaccio,
Quaglion, Quagliotto, Stornino e Stornello,
Petron, Petrino, Vespucci e Ragnaccio,
Cardello, Cardellin, Pichetto e Pico,
Distruggitor da Miglio e da Panìco.
Ai corpi poi di quei, che l’aspra guerra,
S’eran portati valorosamente,
Acciò restasse sempre viva in terra
La lor memoria, fe' superbamente
Erger alte piramidi, e gli serra
In esse tutti, poi al foco ardente,
Volse ogn’altro cadavero si desse
Acciò che l’aria non si corrompesse.
Partito il campo tutto, ed egli solo
Restato, pien di gioia alta e soprana,
D’indi si tolse, e fece il primo volo
Dov’era prima, appresso la fontana,
E ritornando all’amoroso suolo
Vide di nuovo la signora Rana,
E facendosi alquanto a lei appresso
In una Cetra gli cantò il successo.
Ma quella, ch’era tutta gratiosa,
E c’haveva visto l’aspro e gran duello,
Che per suo amor, con forza valorosa
Al signor Topo rotto havea il cervello,
Se gli fè incontro con faccia amorosa,
Dicenso: “Eccomi quivi, amor mio bello,
Non più crudel, non più proterva e ria,
Ma al tuo desir tutta benigna e pia.
Che sopportato havendo tante pene
Per amor mio, ben sarei dispietata
A non amarti, e non volerti bene.
E in ver ogn’un potria chiamarmi ingrata,
E questo a una mia par non si conviene,
Ch innanzi vorrei esser scorticata
Ed esser fritta dentro una padella,
Che farmi al tuo desir mai più rubella”.
Vedendo una risposta così lieta,
Si fece il Passerin un passo innanti,
E disse: “Poichè vuole il mio pianeta
Ch’esser dobbiamo sì felici amanti,
Dammi la man, se non ci sia ch’ il vieta,
Ch’io vo’ sposarti adesso in suoni e canti,
E poss’io esser pelato, e messo arrosto,
Se mai da te, ben mio, più mi discosto”.
Concluso il parentato fra di loro,
Andaro ad invitar i lor parenti.
La Rana entrò nell’acquatico choro,
Per fonti, fiumi e torbidi torrenti,
A tal, che tutti i pesci uniti foro
Con livree di più forti vestimenti.
Da l’altra parte ancor vener gl’uccelli
Pomposamente e ben vestiti e belli.
S’io volessi narrar intieramente
I variati vestir, le foggie tante,
L’usanze strane di cotesta gente,
Le bizzarrie, l’imprese stravagante
Havrei da dir un anno, ma la mente
E l’intelletto mio non è bastante
Narrarlo, onde per hora gli tralasso,
E per parlar de’ Sposi avanti passo.
Qui musica di pifferi e tromboni
S’udiva, degna e rara, in ogni lato,
E vi corser gran numer di buffoni,
E si fe’ la cucina in mezzo il prato,
I scalchi accomodar l’imbandigioni,
E fu il banchetto regio preparato,
E vi fu giocatori e commedianti,
E mille sonatori e improvisanti.
Assettati fur poi di mano in mano
Tutti i parenti a tavola a sedere,
E un Beccafico in habito soprano
Trinciava, e un Pappagal dava da bere,
E un Barbagianni con le carte in mano
A i convitati dava gran piacere,
Facendo comparir quel che non era,
Or coppe, or spade, or flusso ed or primiera.
Dopo la mensa ricca e sontuosa
Si feron balli e danze d’eccellenza,
Lo Sposo havea per man la cara la Sposa
E danzando godea la sua presenza,
Poi, quando fu del Sol la luce ascosa,
Havendo ciaschedun preso licenza,
Andar, sendo partiti gl’altri tutti,
A cor d’Amor i desiati frutti.
Così, durando il bel piacer fra loro,
Gravida la signora si scoperse,
E giongendo quel tempo almo e decoro,
Che quel, ch’ella havea in sè, dovea vederse,
Dopo il dolor, che s’ha, dopo il martoro
Del partorir, il corpo se gl’aperse,
E fuora ne saltò con molta fretta
Una saltante e verde Cavalletta.
Oh miracol stupendo di natura,
Larghissima, profonda e liberale,
Che di Rana e d’Augel con tanta cura
Produsse al mondo simil animale,
Che come Rana salta alla verdura,
E qual Augello e gl’homeri tien l’ale.
Tal che le membra sue, vaghe e leggiadre,
Participan del padre e della madre.
Di ciò feron gran festa in tutti i luochi,
Gli Uccelli, e risonar s’udian d‘intorno
Naccar, tamburi, trombe e mille fuochi
Per allegrezza, a tal che come il giorno
Splendea la notte, e canti, e balli, e giochi,
Bagordi e torniamenti in bel soggiorno
E poetici versi e rime tante
Ch’al Diavol farian dar Virgilio e Dante.
Questa poi maritosse a un Cicalone,
E ingravidosse, onde ne nacque il Grillo,
Ch’anch’egli va per l’erba a saltolone,
Hor vola, hor sta nel buco suo tranquillo,
E quando Febo il raggio in mar ripone,
Egli canta la notte trillo, trillo,
Il giorno poi dal canto alquanto eshala,
E lassa la sua parte a la Cicala.
Hor perché chiaramente ogn’uno intenda
Dove ha da riuscir il mio concetto,
Scorrendo un giorno sopra tal faccenda,
Mi dolea per le risa il fianco e ‘l petto,
Onde sia meglio, dissi, ch’io mi stenda,
In quest’herbetta a far un bel sonetto.
E così a una fresch’ombra in mezzo il prato
Al sonno in preda tutto mi fui dato.
Né so tanto, né quanto qui mi stessi,
Perché non tolsi il saggio o la misura,
Crederò ben che poco vi dormessi,
Perché mi risvegliai con gran paura,
E questo fu, c’havendo i membri messi
Pe’l sonno, in abbandono a la verdura,
Trovai che dentro il capo entrato m’era
Più di tremila Grilli in una schiera.
Un rumor, un frenetico mi sento
Nel capo, che m’aggira in ogni lato,
D’indi mi toglio tutto mal contento,
Ch’esser mi parea tutto spiritato,
E correndo veloce come un vento,
Traverso ogni campagna ed ogni prato,
A tal, che ciaschedun che mi vedea,
per pazzo scatenato mi tenea.
Così correndo scorsi in Babilonia,
In Africa, al Cathaio ed in Egitto,
In India, In Media, in Persia, in Macedonia,
Fra il popol Transilvano e ‘l Moscovitto,
E trapassando per la Paflagonia
Verso l’Europa tenni il cammin dritto,
E tanto andai girando a tondo a tondo,
Ch’io circondai la Terra, e tutto il Mondo.
Ogn’un mi seguitava per le strade,
E m’abbaiavan dietro tutti i cani,
E pietre, e legni, e sassi in quantitade
Mi venian tratti, e mille scherzi strani.
Al fin il Ciel, di me mosso a pietade
Fe’, che volendo uscir fuor de le mani
Del popol, qual mi dava tal molesta,
Urtai in un pilastro con la testa.
E di tal forza fu quella percossa,
Che ‘l cervel m’intruonò di tal maniera,
Che mai ebbi a’ miei dì la peggior scossa,
E, tristo me, se ‘l capo era di cera.
I Grilli, udendo sì terribil mossa,
A guisa ch’uscir fuor sogliono in schiera
Del lor albergo l’Api a far collegio,
Usciro anch’essi in un squadron egregio.
Color, quando gli vider fuori uscire,
Senza trar sassi, o darmi più mazzate,
Pien di timor, si posero a fuggire,
Temendo fusser Anime dannate.
Tal che sciolto restai da quel martire,
Ed anche della testa in libertate,
E ringratiai più volte quel pilastro,
Che mi sanò senza adoprar impiastro.
Usciro i Grilli, eccetto un solo, il quale
Mi restò avviluppato nel cervello,
E dopo c’hebbe districate l’ale,
Non si curò di gire al suo drappello,
Ma conoscendo haver natura eguale,
Al genio mio si strinse, e voi con quello.
Così meco restò con gioia e festa,
Né mai si partirà de la mia testa.
Questo è quel Grillo che mi fa cantare
Tanti capricci al dolce suon di lira.
Questo è quel Grillo che mi fa trovare
L’arte e lo stil, ch’al poetar mi tira.
Questo è quel Grillo che mi fa sognare
Tante chimere, mentre in me s’aggira.
Questo è quel Grillo che mi dà il concetto,
M’apre la mente e sveglia l’intelletto.
Con esso saglio sul Parnaso monte,
Dove le Muse stan liete e giulive,
Ed ivi con il padre di Fetonte
Vado a diporto in quelle verdi rive.
Con questo insomma d’Agannippe al Fonte
Mi tro’ la sete a l’acque chiare e vive,
Assiso a l’ombra di quel Lauro verde,
Che per fredda stagion foglia non perde.
Parmi fin qui d’haver descritto a pieno
Del Grillo il ceppo, e la genealogia,
E come col suo canto almo e sereno
S’accorda al Plettro de la lira mia,
E perché d’ogni lato ho il foglio pieno.
Di far silentio il tempo par che sia:
Pregate il Ciel che ‘l gril mi salti spesso
C’havrete cose nuove sempre appresso.