ALFABETO DE GIUOCATORI IN OTTAVA RIMA
OPERA MORALE
Di Giulio Cesare Croce |
Avaro è il Giuocatore e sempre aspira
Al guadagno, per dritta o torta strada,
Avido a la moneta, e quando tira
Allegro canta, ma poi par che cada
A terra morto, quando più non mira
Argento, e che del tutto ha fatto vada
Arrabbia di dolor, s’affligge, e strugge,
Anzi come un Leon fremendo rugge.
Bestemmia quando perde, e fortemente
Buffa, soffia, si sbatte, e con ogn’uno
Brava, e l’amico insieme col parente
Bandisce dal suo cuori, né prezza alcuno;
Biascica i guanti di stizza, e parimente,
Brutta ciera dimostra a ciascheduno,
Batte la moglie e i figli, e fiamma e foco,
Brama vedere pel mondo in ogni loco.
Compra, vende, baratta, intrica e imbroglia,
Consuma, impegna, toglie e dà a partito,
Con tutti si travaglia, e più la voglia
Cresce in lui, quando è più leso e finito,
Contratta a tutti i patti, e si dispoglia,
Curando il gioco più, che andar vestito,
Corre, grida, cammina, e mai non quieta,
Così trapassa la sua vita inquieta.
Dove si giuoca vedesi bandita
De l’alma Carità l’immenso ardore,
Dico a quei giuochi per farla chiarita
Da zarra, ove non regna alcuno amore,
Da i quai chi più ingannare altrui s’aita,
Dato gli vien fra tutti il primo honore,
Dichiarandol per saggio e per prudente,
Dotto, ingegnoso, accorto e diligente.
Erge la mente in alto e gira e pensa,
E sempre cerca via da far danari,
Erra di qua, di là, spende e dispensa
Empiamente i suoi giorni, e sotto vari
Effetti vive, e con tal nube densa
Ecco s’invecchia, onde in dolori amari
Entra poi, che s’accorge d’haver tale
Error commesso, ‘v’il rimediar non vale.
Freme quando non può trovar moneta,
Ficca hora questo, hor quello e bene e spesso
Fura o commette altr’opera indiscreta,
Facendo simil’arte, il qual concesso
Forsi a tutti non è, perché vieta
Finalmente a colui, ch’in tal eccesso
Fondato ha il suo pensier, ch’a seguitarlo
Forza è robar, o haver il modo a farlo.
Giuocan molti per lor trattenimento,
Godendo una gentil recreatione,
Giuocando a giuochi di poco momento,
Giuocondi, e lieti, al tempo, o a la stagione,
Gridar fra lor non s’ode, ma un intento
Giusto, gli appaga tutti di ragione,
Gustando gran piacere, e spasso, senza
Guerra, né alcuna forte differenza.
Horrendo è il giuoco, e in odio ogn’un devrìa
Haverlo, come causa d’ogni male,
Havendo tai difetti in compagnia
Havuti sempre, e quei che seguon tale
Humor son pazzi, e qual più gran pazzia
Haver si può, poi che si getta a male
Honor, reputation, e quanto al mondo,
Huomo ha di bello, e buon manda in profondo.
Il giuocator da zarra va sovente
Ingegnandosi, e ogn’hor ha qualche nuova
Inventione, e usa similmente
Industria grande, con la qual ritrova
Il contanto, qual poi allegramente
In compagnia di travagliar le giova
Intento a cumularlo, e bene, e spesso
Involto resta nel suo laccio stesso.
Leva alla moglie spesso i vestimenti,
Lassandola in affanno e angonia,
La qual, se ben di ciò fa gran lamenti,
Le lagrime, e i sospir son tratti via,
La sua mente sola è, che i suoi talenti,
Le carte, ovvero i dadi portin via,
Li quali poi com’ha mandato a male,
Ladro diventa, o muore a l’Hospitale.
Mette ogni cura, ogni pensier da parte
Manda ogni suo negocio in nulla, e solo
Mira il meschino a maneggiar le carte,
Malamente vivendo, e spesso il duolo
Moltiplica in se stesso, che tal arte
Molte volte fallisce, e simil stuolo,
Matto si può chiamar, che d’hora in hora
Muta pensiero, e si consuma ogn’hora.
Nuota in un mar di latte quando tiene
Ne le mani il danar ch’era d’altrui
Né trova loco, e quando buon gli viene
Non vuol far patto, pur che tocchi a lui,
Nega il punto tal’hora, onde n’avviene
Nuova rissa, e discordia, e spesso a cui
Nulla colpa non v’ha, toccan le frutte,
Nascon dal giuoco queste cose tutte.
Ordine in sè non ha, non ha misura,
Opra sol sempre do gabbar ogn’uno
O che vita infelice, o che natura
Ove mai non soggiorna bene alcuno,
Onde chi in simil vicio star procura,
Ocioso vive, e di ben far digiuno,
Odiando chi’l riprende, e in tal furore
Offende spesso, chi gli porta amore.
Parco nel far limosina, e larghissimo
Poi nel spender in gola, e in puttane,
Privo d’amore, e in lui spasso grandissimo
Piove, quando è fra i giuochi, e le baccane
Prende piacer, e tiensi felicissimo
Praticando fra genti inermi, e vane,
Perch’essendo in tal vicio al fin sommerso,
Procaccia seguitarlo in ogni verso.
Quanto ei sia perso in questo, le sue molte
Qualità a tutti il fan palese, e chiaro,
Quali in questo mio foglio havendo accolte,
Quasi come un compendio le dichiaro,
Quindi mostrando quanto siano stolte
Quelle genti a cui piace il giuoco ignaro,
Quale porge oltre il perder la pecunia
Qualche querela ogn’hor, qualche calunia.
Rare volte si vede allegro, e poco
Ride, se a sorte non ha gran bonaccia,
Ricco sol venire cerca, e per il giuoco
Renega, grida, mormora e minaccia,
Rapisce ciò che puote mai loco
Ritrova, ma d’ogn’hor cerca e procaccia
Ridutti ove si giuochi, perchè il vero
Ristor de giuocatori è questo in vero.
Sollicito a la crapola, e a dormire
Son queste due sue gratie singolari,
Sol veglia tanto quanto può patire,
Se 'l giuoco dura, o manchino i danari,
Sodo, e constante a negare, e mentire,
Sordo a la riprension de suoi più cari,
Splendido in far del resto, e in far altrui
Servicio scarso, e sempre tira a lui.
Trista è tal arte, e tristo quel che spende
Tutto il suo tempo in opra così vile,
Tralassando da parte le faccende,
Tirando ogni negocio in questi ostile,
Travagliando la vita, e senza emende,
Trar via la robba, e ‘l tempo con simile
Trattenimento, che l’huom guida al fine,
Tristo e dolente, a l’infernal ruine.
Vltimamente dico a quei, ch’a tale
Vicio enorme son dati, e che sovente
Van dietro esercitandolo per male,
Vivendo in barrerie continuamente,
Vengono a offender Dio benigno, il quale
Verso lor sendo stato patiente,
Vn tempo, mosso al fin da giusto sdegno,
Viene a privarli del suo santo Regno.