All’alto e gran colosso del Nettuno di bron-
zo, posto sopra la fontana della piaz-
za dell’Illustrissima Città
di Bologna.
Non mi si poteva appresentare né più bella, né più opportuna ocasione, oh gran custode del squamoso gregge, da poter scoprire alla bronzissima Altezza Vostra l’ardentissimo desiderio che regna in me, di sempre servirla, quanto questa che hora mi si appresenta, cioè di dedicarle questa mia picciola fatica, intitolata “La cantina fallita”, poi che, se bene e drittamente vengo considerando, io trovo che a grado a grado fra vostra Altitudine magnificentudinitissima e me, v’è poca differenza, poiché se voi vi trovate hora senza acqua, ed io mi trovo senza vino; se voi havete la vostra famiglia d’abbeverare, e io ho lo mia, che si muore di sete; se voi vi trovate spogliato di panni e d’amici, se voi mostrate a tutti le parti vergognose, ed io difficilmente posso coprire i difetti della mia bassa fortuna; se voi sete hora caldo, per gli ardenti raggi di Febo, che vi percuotono l’estate, ed hora agghiacciato per le fredde e gelate nevi che addosso vi piovono il verno, ed io parimente son caldo in trovare varie sorti di compositioni facete ed allegre, e freddo, anzi gelato in farmele valere appresso le genti; se voi, con il vostro tridente in mano, custodite e guardate questo bel fonte, che non le sia fatto offesa, ed io col tridente mio, cioè la penna, la carta e l’inchiostro, guardo e difendo l’humile albergo mio de varij inconvenienti che spesse volte nasceriano in esso, per lo basso stato nel quale io mi ritrovo, se io non fussi desto e vigilante; in somma, io non trovo altra differenza fra noi, se non questa: che a lei in breve i monti e i colli vicini, per sotterraneee strad, con abbondante vena torneranno a darle il solito tributo, ed io non aspetto che pur un picciol rivo di cortesia si mova per dar soccorso a le mie secche ed assetate botti, le quali, come in atto di commedia, udirete esagerare le miserie loro, havendo elle havuto quest’anno per ascendente il segno d’Acquario, e sono rimase tutte mal complessionate, perché chi ha il mal della pietra, a chi è cascato la goccia ed è rimasa stroppiata, chi s’ha fatto salassare tante volte che non gli è restato sangue nelle vene, chi s’orina sotto, chi per necessità s’è messa a filare, ancorchè si senta debole, chi ha una cosa, chi ha un’altra, pure il medico gli ha dato licenza ch’elle possano levarsi, onde molte di loro hanno tolto il bordone in spalla per andare a salvarsi su la Brenta, ma temono di non essere trattenute al passo di Secchia, che se ciò sarà vero, bisognarà poi andare a svernarsi in Acqua pendente, pur che Panaro non facci fortuna, poichè questi anni passati ha fatto di matte burle a i poveri huomini. Accetti dunque vostra Bronzissima Altezza questo foglio, il quale (per non poter arrivargli con le mani a star da basso, né havendo scala da salirvi suso, essendo posto esso tanto in alto) in cima di questa pertica gliporgo, pregandola a non negarmi il poter venire talhora a trarmi la sete alla sua cantina, poichè la mia quest’anno ha dato in secco, e con tal fine, tutto riverente le bacio la tridentica mano, e le desidero una buona pellandra per questa vernata, e un paravento da difendersi dalle mosche questa estate che verrà.
PROLOGO
TINAZZO
Nobili spettatori, io vi saluto
E per darvi mezz’hora di sollazzo
Con i compagni miei qui son venuto
Né vi maravigliate, ch’un tinazzo
Sia diventato comico, e vi faccia
Il Prologo, né state a far schiamazzo.
Perché suol dirsi che la fame caccia
Il lupo fuor del boscho, qual col rio
Dente pastura fresca ogn’hor procaccia.
Però la sete qui m’ha tratto anch’io
A ragionar’, e già parlaro i sassi,
Che bocca non tenean, come tengh’io.
E s’hor si ritrovassero a quei passi,
Né quai si trova questa comapgnia
In scena, s’udrian forsi altri fracassi.
Anzi, che più d’un par si romperia
Di teste, s’a quei fatto, com’a noi
Fusse stato tal danno e scortesia.
Tinazzo
Cantina
Le botti
Bigonzo
Castellata
Villano
Tempesta
Orcio
Fiasco
Reme
Calastre
Dozzone
Coccone
Salvavina
Brenta
SCENA PRIMA
Poscia che Bacco più di me non cura,
E che quest’anno ho contra gli elementi,
L’aria, la terra, il mar e la natura.
Quindi voglio sfogar gli aspri tormenti
Che m’affliggono, e far che m’oda il cielo,
Poich’altri udir non vuole i miei lamenti.
Ma mentre ch’io mi doglio e mi querelo,
Chi havrà pietà del grave dolor mio?
Chi mi trarrà de la mestizia il velo?
Ahi, mondo ingrato, mondo iniquo e rio,
Mondo fallace, mondo pien d’inganni,
Mond’empio, che ciò dir’hor ti poss’io?
Perché, dimmi crudel, da quei primi anni
Sei fatto sì diverso e differente?
Com’hai così mutato habito e panni?
Perché vai mascherato fra la gente?
Perché squarciato de la prima etate
Hai il bel manto d’or chiaro e lucente?
Dov’hai sepolto Tito e Mecenate,
Il buon Traiano e quel benigno Augusto
A’ quai fur le virtù sì care e grate?
E tanti e tanti, ch’ebbero il loro gusto
Rivolto a quelle, ed abhorriano il vitio,
Qual’hor s’abbraccia fin dal vecchio adusto.
Dov’è il gran Scipion e ‘l buon Fabricio?
Dav’è Marcello, Fabio, con Camillo,
Che fur di splendidezza il vero hospitio?
Ahi, che nel tempo lor lieto e tranquillo
Fiorivan le virtù, come le rose,
Quando il bel maggio spiega il suo vessillo.
Allhor regnava sopra l’altre cose
L’amicitia, e più cara si teneva
Che argento o d’oro, o pietre pretiose.
S’un amico il bisogno conosceva
De l’altro, prestamente gli era appresso,
E d’aiuto e consiglio il soccorreva.
Ma l’interesse e l’util proprio adesso
A la santa amicitia han dato bando,
E l’avaritia il mondo ha in suo possesso.
E per questo ogni dì più va mancando
La caritade al mondo, e poco giova
Ne la virtude andarsi esercitando.
E che questo sia il ver, lo sa per prova
Il mio patron, ch’ogn’hor trovar s’ingegna
Qualche capriccio, o d’inventiva nuova.
E di virtù la gloriosa insegna
Segue, e ne tra’ però poco costrutto,
Per l’avaritia ria ch’al mondo regna.
Qual chiude al canto, come aspido brutto,
L’orecchie, e questa fu cagion che Mida
Morì di fame, e sallo il mondo tutto.
Ch’ell’è tanto insatiabil, che l’huom guida
A una strettezza tal, ch’al fin l’induce
A esser di se stesso empio homicida.
Era il mondo splendente e pien di luce
Prima, che comparisce questa fera
Crudel, che tanti danni hoggi produce.
Allhor la vaga e dolce Primavera
Più lieta compariva, e a larghi campi
Cerer più liberale e splendid’era.
Giove ancor fabbricato i tuoni, e i lampi
Non havea, né Giunone l’atre tempeste,
Non le nebbie maligne, o i caldi vampi.
Ninfe e Pastori in quelle parti e in queste
Givan cantando e con lor dolci cetre
Facean fra rose e fior, balletti e feste.
Non eran le giornate oscure o tetre
Allhor, ch’Apollo con l’aurata lira
Formava note d’addolcir le pietre.
Le mura a Tebe più Anfion non tira,
Orfeo non placa più l’empia Megera,
Né Arion sul curvo pesce il mar non gira.
Ma chi parlar mi sente in tal maniera,
Si crederà ch’anch’io sia poetessa,
E c’habbi del compor la scienza vera.
E una cantina son, fallita e smessa,
Senza il liquor che l’huom fa poetare,
E non conosco più quasi me stessa.
Ma perché ho udito il mio padron cantare
Ne la sua lira simil poesie,
Un po’ di vena haver preso mi pare.
Onde con essa le sciagure mie
Veng’hor narrando, ma poco mi vale,
Che non si sceman le mie pene rie,
Pur’ ho sfogato in parte il mio gran male,
Se ben pianto non ho, poscia che ‘l pianto
E’ humor, che dal cor nascie e a gl’occhi sale,
Ond’io d’haver’humor non mi do vanto,
Sendo restata in tutto abbandonata
Da chi darmi solea soccorso alquanto.
Già fui allegra, e più d’una fiata
Rallegrai altri, hor di malenconia
Son fatto albergo, e non ho chi mi guata
Né più spero tornar com’ero pria.
SCENA SECONDA
Botti, Bigoncia, Tinazzo, Castellata, Villano, Tempesta ed altri instromenti di cantina.
Con mia gran doglia, ho udito la cantina
Del suo grave infortunio lamentarse,
Ahi, questa è pur per noi la gran ruina.
Misere botti adunque, pur meglio arse
Stareste, che restar’ a corpo vuoto
Senza reme, né cerchi ivi a mazarse.
Ohimè, ch’è quel ch’io sento e quel ch’io noto?
Chi cava questa cosa così sconcia?
Tu, che sei la maggior, fallo a me noto
Non lo so io, domanda a la Bigoncia,
La qual’è quella che suol darci bere,
Che rotto ho i cerchi, e non ho chi mi concia.
Chiedi al Tinazzo, se lo vuoi sapere,
Che s’ello a me da bere havesse dato
Farei l’officio mio, com’è dovere.
Chiedi a la Castellata tal trattato,
Che non mi ha dato il solito tributo,
E son’ aperto, rotto e squadernato.
Chiedil pur’ al Villan, ch’io non ho avuto
Colpa di ciò, che s’ei m’havesse empita
Sarei venuta a voi, com’è il dovuto.
Chiedilo a la Tempesta, che sfornita
Ha la campagna, né lassato grana
N’ha su le vite, ond’è tutta spedita.
Tempesta, ben sei stata horrenda e strana,
A sbatter’ e sfrondar sì crudelmente
L’uva, e mostrata hai d’esser poco humana.
Lascia dire il Villan, ch’ei se ne mente
Che se ben’ a qualch’un ho dato danno,
Non l’ho dato però generalmente.
Ma lui, ch’è malitioso e pien d’inganno,
Corrìa poterne vendere un granello
Un occhio, e te ne puoi chiarir quest’anno.
Se danno ho dato a questo, hor perché quello
Ch’io non ho tocco, vuol che l’abbia offeso?
Ah, ch’egli è lui c’ha il cor maligno e fello.
Un sesto del contado non ho preso,
E questo sesto vogliono che sia
Tutto il contado, e ciò pur mi par peso.
Ch’esser di vin ci debbia carestia
Non lo credete, ancor che qualche vite
Pel freddo d’anno seccata si sia.
Ma se lire cinquanta con le dite
Gli contate de l’una, voi n’havrete
Non dua, né tre, né quattro, ma infinite.
Danar, dico: danar, se ne volete,
Ma in somma grande, poi non dubitate
Che fin di sotto terra le trarrete.
Quei, ch’anno n’ebber dieci castellate,
Quest’anno poco manco n’hanno, dove
Non ho arrivato con le mie sassate.
E questo tal, che l’ha, non però move
O abbassa il prezzo, ma al sublime grado
L’alza, come che gran non se ne trove.
Quei c’han denari assai passano il guado,
Ma chi non ha, dà con la barca in secco,
E ‘l bossolo gli casca, e perde il dado.
E s’al pozzo non va a bagnarsi il becco,
Potrà ber malamente, e gli artegiani
C’han l’arti triste, non vi havran di lecco.
Quando che i pampin pongon fuor li grani
Dell’uva, odi il Villan dir’ al padrone:
“Oh quant’uva fia quest’anno in questi piani”.
Quand’è matura poi, muta sermone,
E dice che sarà vendemmia trista,
E ch’ella non riesce al paragone.
E che le viti, quai sì bella vista
Nel principio facean, sì poca adesso
Ne mostran, che ‘l suo cor molto s’attrista.
Al patron, che ciò sente, resta impresso
Queste parole in mente, e s’ha del vino
Di prezzo, il cresce, e vuol tenerl’ appresso.
E presta fede più al suo contadino
Che non farebbe al prim’huomo del mondo,
Se ben gli fusse fratello o cugino.
Questo poi si divolga attondo attondo,
Ogn’un c’ha della roba la tien stretta,
E ‘l povr sempre è quel, che resta al fondo.
E non sanno i patron, che questa setta
Ne mangia a crepa pancia, e la tra’ via
E fin di darne a i porci si diletta.
E i cesti, ed i panier che portan via
A vendere a la piazza di nascosto,
E farne vin, tosto che avara sia.
E nel far della saba, quanto mosto
Mandano male, e sughi, e l’uve che seccano?
Ch’a dire il tutto non è di proposto.
Basta sol dir che, fra quella che beccano
E che a le bestie dan, la terza parte
Dell’entrate al padron mai non arrecano.
E per meglio capace di ciò fare
Mira il Villan se più vuol bigio indosso,
Come solea portar’ in ogni parte.
Ch’involto in tela o in panno duro e grosso
Gir lo vedevi, e col suo cappelletto
Di scorza in capo, a rivangare il fosso.
E hora tu lo miri di cervetto
Calze portar’, e colletto di Dante,
Carchi d’or, col giuppon di seta schietto.
Calzette parimente, ed il restante
Tutto è di seta, e credo che le perle
Portaran le lor donne, da mo’ inante.
Io l’ho per fermo, e parmi già vederle,
Che la superbia per le ville anchora
S’è dilatata, e cerca possederle.
E con l’ambition sì ben lavora
Che causa, ch’ogni cosa divien cara,
E stringendo si va più d’hora in hora.
Di qui procede la tua pena amara,
Di qui nasce il tuo mal, di qui s’infetta
Il mondo, e fa venir la gente avara.
Che ‘l patron per la causa sopradetta
Vedendo andar l’entrate così male,
Di vender car la roba anch’ei s’affretta.
E s’ha canepa, grano, o cosa tale
Di darla a buon mercato non si degna,
Che v’andarebbe del suo capitale.
E bisogna che crescerla s’ingegna,
E di cacciarla sù quanto si possa,
Acciò che la tua casa si mantegna.
Perché si trova una famiglia grossa
E carrozze, e cavalli, e servitori,
E la spesa ogni dì via più s’ingrossa.
Tenendo dispensieri e spenditori,
Il mastro di grammatica, il contista,
Musici, balalrini e suonatori.
A tal, che quando dà l’occhio a la lista,
Ci vuole altro che baie a darne a tanti,
E non so quasi com’ei vi resista.
V’è il gioco ancor, che vuol de’ suoi bisanti,
La femminetta, ch’io m’ero scordato,
Qual forsi ne vuol più di tutti quanti.
Sì che, s’ei tiene il suo granar serrato,
S’ad ogni cosa stringe la misura,
Far lo convien per mantenersi in stato.
Di qui la carestia poi si procura,
Qui sta il piede del mal, qui sta la fezza,
Che ‘l vitio illustra e la virtude oscura.
Che se l’ambition’ e l’alterezza
Non vi fusse, e ogn’un gisse da suo pare,
Oh, quanta facoltà, quanta ricchezza
Verrebbe l’huomo al mondo a cumulare,
Senz’alcun scropol; ma questo è palese:
Che mai nissun si viene a contentare.
Il gentilhuomo vuol fare il marchese,
Il poverello vuol far’ il signore,
Nel vestir, nel magiar’ e ne le spese.
Ogni donnetta vuol’ il servitore
O ‘l paggio innanzi, e d’or la collanetta,
Se no il pover marito andrebbe fuore.
Ogni meschin vuol far di pidochietta,
E fa sguazzarla a capponi e galline,
E la moglio co’ i figli invan l’aspetta.
Qui poi nascono i furti e le rapine,
Che, come manca il strame alle vacchette,
Forza è robare, e far cattivo fine.
Hor, per dirti le cose chiare e schiette,
Son gravi li peccati de’ viventi,
Che forman le tempeste e le saette.
Sono cresciute troppo de le genti
Le malitie hoggi di sopra la terra,
E questa è la cagion de’ tuoi tormenti.
Perché quando color che son sotterra
Erano al mondo, e che ti soccorreano
Da questi tempi, che Bacco disserra
Le sue ricchezze, gli anni non correano
Con tal calamità, con tanta inopia,
Ma fertile e abbondanti si vedeano.
Allhor versava il corno suo la copia
Allhor Cerer spargea suoi doni intorno
In maggior quantitade e maggior copia.
E non faran quei tempi più ritorno,
Sin che Zethe e Calai l’ingorde Arpie
Non scaccian, ch’a Fineo fan danno e scorno.
Hor torno a dirvi, care botti mie,
Ch’ogn’un havrà del vin, c’havrà moneta
Che sol pel pover son le carestie.
E ciascuna di voi sarebbe lieta
Se ‘l patron nostro havesse de contanti
Da poter arrivar a quella meta.
Ma perché Apollo a’ suoi altro che canti
E suon non porge, e pur esso è ostinato
Di seguitar le Muse in tutti i canti.
Per questo e non per altro v’è mancato
Il vin, perché sol d’acqua su in Parnaso
E d’herba si tien l’huomo pascolato.
Hora vi lasso, e prego in questo caso
Consolarvi, e voler quel ch’al ciel piace,
Che per voi forse ancor non è a l’Occaso
Andato il sol, però datevi pace.
Havete inteso, oh care mie sorelle,
Come per i peccati de’ mortali,
Non per cattivo influsso de le stelle
Restian secche quest’anno in modi tali,
E i vostri danni vengon la più parte
Dal Villano, inventor di questi mali.
Però de la patientia usar qui l’arte
Conviensi ed aspettar, che ‘l mondo muta
Registro, e vuote star quivi in disparte.
Pur non posso in tal caso restar muta,
Ch’io non mi doglia e mi lamenti forte
Di questa grave offesa ricevuta.
Ahi, che ci troviam secche di tal sorte
Che non ci possiam regger né tenere
Più ritte, e non v’è alcun che ci conforte.
Chi ci porta, meschine, un po’ da bere,
Ben gridar posso, che nessun ci viene
A dar soccorso, in tanto dispiacere.
Chi ti ci asconde (ahimè) chi ti trattiene
O caro vin, da noi bramato tanto,
Chi ci consola in così amare pene?
Vieni, dolce liquor, deh, vieni alquanto
Che tanto asciutte ed aride siam drento
Che di poter durar non ci dian vanto.
Deh, odi, oh caro vino, odi il lamento
Di noi povere botti sventurate,
Né ci lassar perire in tal tormento.
Ben’havete ragion, se voi gridate,
Ch’essendo secche, gettar non potete
Sopra me il vin, sì come sete usate
Per far l’aceto forte, ond’io di sete
Morrò con voi, e com’io son spirata,
Assai ne patiran, coem sapete,
Che più non si potrà fare l’insalata
Conciar’ olive, fonghi, né finocchi,
Perché l’aceto in casa è cosa grata.
Se trar potesse pianto anch’io da gli occhi,
Di lacrime hoggi qui farei un rivo,
Tanto dolore (ahimè) par che mi tocchi.
Che per non v’esser vin, restarò privo
De l’officio, ch’io havea, rotto e sboccato
In un cantone, a tutto il mondo schivo.
Povero Fiasco, starai attaccato
A un chiodo, né andarai più giù in cantina
A empirti, come festi pel passato.
Ed io dolente, e mesta salvavina,
Che debbo fare (ahimè) ch’io son spedita
Quest’è per me ben l’ultima rovina.
Noi siam qui zoppe, né v’è chi ne aita,
Le botti storte stanno, e in ciascheduna
Hanno li ragni la lor tela ordita.
Ben fussimo tagliate a trista luna,
Poi che a le botti non stringhiamo il petto
Più, né men lor serviamo in cosa alcuna.
Quest’anno almeno i’ non avrò sospetto,
Che i mossolini mi venghino intorno
Come son usi, a farmi onta e dispetto.
Tu ridi, buffonaccio, ed il gran scorno
Vedi, che fatto vien’ a noi quest’anno,
E par, che vadi di letitia adorno.
Pianger non voglio, né pigliarmi affanno
Di nulla, piangi tu, se dolor n’hai,
Che i mossolini a me fan troppo danno.
Ch’ei corrono a l’odor, come tu sai,
Del vin, tanto gli piace, e se ben miri,
Tutto roso d’intorno mi vedrai.
Anch’io patisco gli stessi martiri,
Che me, si come te, rodono anchora,
E pur convien con gli altri anch’io sospiri.
Horsù, se pianger vuoi, và, piangi e plora,
Che se bisogno fia, tornarò al mio
Officio usato, hor taci in tua buon’hora.
Ch’a te il pedante saprei fare anch’io.
SCENA TERZA
Tutte le Botti insieme biasmano l’autore,
che abbia lassato Vulcano per se-
guire Apollo
Oh, va mo’ meschinello in Elicona,
Va mo’ in Parnaso, pover stroppia versi,
Che ti faran d’ortica una corona.
Tien mo’ a le rime i tuoi pensieri immersi.
Va mo’ scrivendo delle menchionate,
Trova capricci ogn’hor vari e diversi.
Segui mo’ delle muse le pedate,
Ch’empierai le tue botti a raspa gallo,
E di nebbia havrai pien le castellate.
Va pur, cavalca il Pegaseo cavallo,
Ch’Apollo fornirà la tua cantina,
Di quel suo chiaro e limpido cristallo.
Meglio era ch’attendesti a la fucina,
A far zappe, badili, vanghe e vomeri,
Che havrè mai visto l’onda caballina.
S’a Pindo come il viso havesti gli homeri
Volti, ti troveresti in miglior stato,
Che la sù sol vi fan zucche e cocomeri.
Nascesti fabbro, e ‘l fabbro esercitato
Hai lustri sei, e poi le voglie a Clio
Rivolte, hor scrivi quel ch’ella t’ha dato.
Sorelle, io vi vo’ dire il parer mio,
Non biasmate l’autor in questo conto,
Ch’ei non v’ha colpa, e ve lo so dir’io.
Perché la sua virtù, se fate conto,
Non è virtù meccanica, ch’ei possa
Far citar questo e quello, o fargli affronto.
Né può chiederne il premio, né far mossa
Alcuna, ma accettar la cortesia
Che gli vien fatta, e perché l’è rimossa
Da un tempo in qua, né più dov’ella sia
Saper si può, la cerca e non la trova,
E getta a un tratto l’opra e il tempo via.
E mancato non ha di far la prova,
Per far quel tanto ch’a lui si conviene,
Ma col Villan la poesia non giova.
Ma ecco qua una Brenta, ch’a noi viene
Ben converrà, che spesso ella ci aiti,
Poi che di castellata non v’è speme.
SCENA QUARTA
Sorelle care, ho i vostri pianti uditi,
E risonar le vostre voci amare,
Che i cerchi miei han tutti risentiti.
Però vi son venuta a consolare,
Dandovi la mia fe’, da vera Brenta,
Ogni otto di’ venirvi a visitare.
E ancor più spesso, pur che quei d’Argenta
Non manchino di far quel ch’è il dovere,
Che allhor poi restarìa mia forza spenta,
Anzi più sorte vi faccio sapere
Che venendo da voi, sì come spero,
Di più forte licor vi farò bere.
Hor del bianco, hor del rosso, hora del nero
Del tondo, del maturo, e del piccante,
Dell’amabil, del grande e del leggiero.
Ed hor comincio a comparirvi innante,
Bevete questo dunque per adesso,
Qual’è del novo, un bruschettin galante.
E state liete, ch’un tal’hora appresso
A morte esser si crede, ed ecco il fiato
Gli torna, e di campar le vien concesso.
Forsi che ‘l vostro duol sarà notato
Da qualche gentil spirto e liberale,
Che provveder potrebbe al vostro stato.
Io ti ringratio, e pongo a capitale
L’opera tua, poiché del vin quest’anno
Il prezzo, come sai, tant’alto sale,
Che corbettar del certo converranno
Le botti mie, se non vorran di sete
Patire, e sent’il pianto ch’elle fanno.
Deh, Botti mie, di gratia, non piangete,
Deh, no, vi prego, per simil novella,
Ch’io son qui per supplir’ al mal c’havete.
Ecco a l’ordine il secchio e la girella,
Che per dar bere a tutti sta parato,
Né mai si pon la chiave a la cannella.
Né vi sarò vin muffo, né mischiato
Ma un liquor chiaro, com’un puro argento,
Che chi ne beve mai resta alterato.
Cessate dunque, prego, tal lamento,
E s’arte, o tristo evento, il vin vi toglie,
Servitevi di me, ch’io mi contento.
Non si ricusan le cortesi voglie,
Né la profferta tua cotanto piena
D’amor, che tu ne sai intante doglie.
Ma s’ode il Secchio, che gran furia mena
A te d’intorno, a tal ch’io sto pensando
Che quando uopo havran della tua vena
Essa del tutto non venghi calando,
Perché li poverelli, stranamente,
Bagnan le graspe, ond’io vo’ dubitando
Ch’a noi l’acqua non manchi parimente,
Che tante stratagemme al mondo veggio,
E tanto sconcertata esser la gente,
Che ‘l mal mi preme, e mi spaventa il peggio.
IL FINE