CANTO FESTEVOLE
IN DIALOGO
Fra i due gentilissimi fiumi Savena e Reno,
sopra il passaggio della Serenissima Duchessa
di PARMA per la città di Bologna,
nell’andare alle sue felicissime
NOZZE.
Di Giulio Cesare dalla Croce.
Al Molto Mag. e Molto Rever. Signor, il Sig.
Achille Poggi, Secretario dell’Illustriss.
Reggimento di Bologna
Havendo io udito cantare, Molto Mag. e molto Rev. Sign. mio osservandissimo, a questi due gentilissimi fiumi questa canzonetta sopra il passaggio della Serenissima Duchessa di PARMA per la città di Bologna, nell’andare alle sue felicissime nozze, e quella havendo osservata, mi è parsa di darla in luce, acciò ch’ognuno possa leggere il sommo contento, che si scorge nella fronte di questa nobilissima città, per la venuta di essa Serenissima Signora. E volendo ch’ella comparisca al mondo con un saldo appoggio, l’appoggio al fermo Poggio della singolar bontà, e cortesia di V.S. rendendomi più che sicuro ch’ella non sarà per isdegnare il dono per picciolo, ch’egli si sia, havendo io già tanto tempo fa havuto ferma caparra, anzi pur intiero pagamento della sua magnanimità e cortesia, alla quale mi chiamo perpetuo debitore, e con ogni affetto di riverenza le bacio le mani.
Pregandoli da N.S. Iddio ogni felice contento.
Di V.S. molto Mag. e molto Rev.
Devotiss. Serv.
Giulio Cesare dalla Croce
SAVENA AL RENO
Che trionfi, che feste,
Sent’io da tutti i lati?
Ch’allegrezze son queste,
Che scene, che apparati,
Di macchine e di fuochi,
Di balli, canti e giuochi?
Di teatri, di giostre e di tornei?
Di ciò la causa volontier saprei.
Però fiume gentile,
Ch’a questa alma cittade,
Con questa onda ed humìle,
Irrighi le contrade,
Deh, per quel chiaro humore
Col quale a tutte l’hore
Innaffij e bagni il bel natìo terreno,
Dammi di gaudio tal contezza a pieno.
RENO
Poi c’hai le voglie accese,
D’udir u’ vien tal gioia,
Il farlo a te palese,
A me non fia di noia,
Ch’ogn’hor io scorgo e miro,
Mentre bagnando giro
Le ricche strade e la cittade intorno
Ciò che succede in lei la notte e ‘l giorno.
Tu dunque saper dei
Che queste moli altere,
De le qual tanto fei
D’intendere e vedere
Bramoso, e l’inventive
Teatri e prospettive,
Tutte son preparate e tutte intese,
Per la sposa honorar, del gran FARNESE
La qual lieta e gioconda
A le nozze felici
Ne viene e lascia l’onda
E le belle pendici,
Del Tebro ed ha per duce
Amor, che la conduce,
E qui fermar si deve nel passaggio,
Per dar grato ristoro al suo viaggio.
Quivi farà l’entrata
La Giovane Regale
Dove sarà accettata
Con pompa trionfale,
E si faran concerti,
Se non eguali a i merti
Di essa, secondo il buono animo intanto
Di Felsina di lei devota tanto.
Dove un abbattimento
Bellissimo farassi,
Il qual si com’io sento
Di Circe (qual in sassi
Gli huomini in piante e ‘n fiere,
Cangiava a suo piacere
Con magic’herbe, punti e scuri carmi)
Che rappresenti il gran soggetto parmi.
Che de l’amor legata
Di Pico, né da quello
Vedendosi apprezzata
Cangiar lo fè in augello
E la bella canente
Per sì tristo accidente
De l’absenza di lui tanto si dolse
Che pel gran pianto in aura si risolse.
Questo dunque il soggetto
Fia di sì nobil festa,
Dove con fiero aspetto
Per ritrovarsi a questa
Verran da varij lati
Molti guerrieri armati
I quali han di pugnar lor voglia vaga
Contra i mantenitori de l’empia maga.
E macchine con fuochi,
E carri che vedransi
Comparir, e non pochi
Strepiti d’arme udransi
E un’hora un secol pare
Lor, di poter mostrare
A le lor dame l’alto lor valore,
E far ad esse, e a questa patria, honore.
Si che i preparamenti
Superbi, che si fanno
I giubili e i contenti
C’hoggi d’intorno vanno,
Son per la causa detta
E però a te s’aspetta
Honorar lei con voglie liete, e pronte,
Che pria di me vedrai sua regia fronte.
SAVENA
Io ti ringratio assai
Amico mio cortese,
Poi che scoperto m’hai
Quel che prima palese
Non m’era, e di ciò sento
Anch’io sommo contento
E l’onda mia per nuova così rara,
Divien più che non suol, limpida e chiara.
Poi che vedran(illeggibile)
Tornar que’ magni heroi,
La cui fama s’addita
Dagli hesperi agli eoi,
E tanto i vanni estende
Che fin al cielo ascende,
La gloria lor di tal chiarezza cinta,
Che la luce del sol ne resta vinta.
Quel gran guerrier di Marte,
Alessandro Farnese,
Del quale in ogni parte
Le magnanime imprese,
Le palme e le vittorie,
Le corone e le glorie,
Conquistate da lui col senno e l’armi
Son sculte in carte, in oro, in bronzi, in marmi.
Vedrassi rinnovare
In questa regia coppia
Qual con tante e sì rare
Dolcezze hoggi s’accoppia
E Parma generosa
Feroce e bellicosa,
Vedrà fiorir di nuovo i suoi bei gigli,
E i padri rinnovar ne’ propri figli.
Però lieti cantiamo,
Oh Reno almo e felice,
E risonar facciamo
Il monte e la pendice,
E in così lieto giorno
Venghi di fiori adorno
Stuol di pastori e di leggiadre ninfe
A cantar nosco in queste chiare linfe.
RENO
Vaghi e leggiadri colli,
limpidi e chiari rivi,
Verd’erbe e bei rampolli,
Palme, cedri e olivi,
Quercie, orni, faggi e pini,
Laghetti christallini:
Rallegratevi tutti e fate festa,
Di tanto alto favor, che ‘l ciel ne presta.
SAVENA
Cipressi, allori e mirti,
Fresche acque e ombre grate,
Ch’a gli amorosi spirti
Caro ricetto date,
Venite tutti quanti
Vi prego, a i nostri canti,
E dolcemente risonar d’intorno
Facciam le lor dolcezze in bel soggiorno.
RENO
Oh, tempi avventurosi,
Oh, giorni almi e felici,
Oh, siti gratiosi,
Oh, piaggie, oh, campi aprici,
Cantate e fate festa,
Con noi, poich’Amor desta
Col caldo raggio de le sue faville
Hoggi in noi le dolcezze a mille a mille.
SAVENA
Voi, pastorelle humili,
Semplici agresti Pani,
Lassate i vostri ovili,
E voi, Fauni e Silvani,
Uscite fuor dal bosco,
E dolcemente nosco
Venite hoggi a cantar gli alti Himenei
Di questi gloriosi semidei.
RENO
Non sia parte né loco,
Non stanza, albergo o tetto
Che non stia in festa e ‘n gioco
In gioia ed in diletto,
E con l’aurate cetre
Da raddolcir le pietre
Cantino di Parnaso le donzelle,
Le lodi dei bei GIGLI e de le STELLE.
SAVENA
Dolcissime rugiade,
Il ciel vadi stillando
Sopr’essa, e per le strade
Ov’ella va passando
Naschino rose e fiori,
E i pargoletti Amori
Le sian compagne, e le fontane intatte
Corran di dolce ambrosia e puro latte.
RENO
Hor perché basso è il canto
A tanto alto concetto,
Qui farò fin in tanto
Al dir vile e negletto.
Ché già sento di Pindo
I cigni, al mauro a l’indo
Con versi più de’ nostri alti e canori,
Spiegar le lor grandezze e i sommi honori.
SAVENA
Ben dunque il dover parmi
Poiché più dotti versi
S’odono, anch’io ritrarmi
Dal canto, e a i più tersi
Dar loco parimente.
Perché non si consente
Voler levarsi al ciel chi non ha piume,
Però ceda il minor al maggior lume.
IL FINE
Testo trascritto da: Canto festevole in dialogo fra i due gentilissimi fiumi Savena e Reno sopra il passaggio della Sereniss. Duchessa di Parma per la città di Bologna nell’andare alle sue felicissime nozze, di Giulio Cesare Croce, Bologna, Vittorio Benacci, 1600, (15x20), pp.8 n. num., ill., BAB