CANZONETTA
GALANTE
Feste di Natale
cipio a così bella usanza.
Opera piacevole del Croce
Sopra le mancie
L’allegrezze e i gran contenti
De le feste di Natale
Che fa il mondo in generale
Canterò, se state attenti.
De l’origin dirò ancora
De le mancie, e chi fu quello
Che trovò quest’uso bello
Qual s’osserva fin’ad hora.
Alessandro, detto il Magno,
Primo fu, ch’a suoi soldati
Die’ per mancia regni e stati,
Ond’ognun gli fu compagno.
Dario, e Serse, parimenti
Nel dì proprio ch’eran nati,
Dispensavan de’ ducati
La milliaia a le lor genti.
Tito, e Cesar liberali
Marco, Ottavio e ‘l buon Traiano
Diero al popolo romano
Mancia anch’essi a i lor natali.
I più eccelsi e magni eroi
De l’Italia, Francia e Spagna
Sempre usaron dar la mancia
I tai giorni a i servi suoi.
Solean porre i genovesi
La lor mancia in una noce
Ai fanciulli, onde tal voce
Ancor s’usa in quei paesi.
Altri poi, altre maniere
Han tenuto, e modi vari
Col dar lor salvadinari
Ch’a cavargli han gran piacere.
Hor, chi ben gisse a minuto
Ricercando ogni rubrica
Trovarìa, ch’è usanza antica
Dar la mancia, anzi un tributo.
Se la mancia dunque usaro
Dar gli re, gl’imperatori,
Ed aprire i lor tesori,
In tai giorni, com’è chiaro;
E se giorni feriali
Eran quelli, e se la gente
Festeggiava anticamente
Come ho detto, a i lor natali,
Perché dunque non dobbiamo
Festeggiar noi maggiormente
Poichè Christo onnipotente
Hoggi nato esser vediamo?
Quei fur huomini di terra,
Come noi, caduchi e frali,
E soggetti a’ crudi strali
Di colei che tutti atterra.
E per quei, com’io vi dico,
Si gioiva e festeggiava,
Ed insieme s’abbracciava
Il parente con l’amico.
Et hor noi, che nato è Christo
Nostro re, nostro Signore,
Non farem festa maggiore
Che de l’alme ha fatto acquisto?
Sceso è in terra in Verbo Eterno
A pigliare humana carne,
Per redimerci, e per trarne
Dal profondo lago Averno.
Eccol, eccol, ch’egli giace
Dentro un pover capannello,
E degli angioli il drappello
Canta in aria, gloria e pace!
Facciam festa dunque tutti,
In tal giorno, in gioia e canto
Poi che Dio, benigno tanto,
Tratto ci ha d’affanni e lutti.
E sì come largamente
I suoi doni a noi dispensa,
Noi ancor sua gratia immensa
Imitiamo similmente.
Sù, signori, hoggi mostrate
Quanto siete generosi
E non fate gli ritrosi,
Ma la mancia preparate.
Ecco già ch’attorno vanno
I presenti in ogni banda,
Che l’usanza par comanda
Dar a ogn’un buon capo d’anno.
Si rallegrano i fanciulli,
E festeggian le citelle,
Le matrone e le donzelle,
Par ch’ogn’una si trastulli.
Gallinazzi, e buon capponi
Son mandati a gli avvocati,
E scartozzi di ducati
E stangate di pavoni.
I dottori eccellentissimi
Ancor essi allegri stanno,
Che presenti assai gli vanno
De gli quai son meritissimi.
Ed i medici eccellenti
Stanno anch’essi allegri e lieti,
Che d’haver son consueti
In tai dì di buon presenti.
Spetiarie di grato odore,
Cera bianca e zuccar fino,
Oltre poi il scartozzino
Di zecchin, ch’allegra il core.
Mancia aspettan tutti quanti:
i maestri de le scuole,
La mancia anco dar si suole
A’ notari e a gli scrivanti;
A gli musici si danno
Mancia ancora, e a gli trombetti,
Con ragion, perché gli detti
In tal arte honor si fanno.
Gli tedeschi de la guarda
E chi serve nel palazzo,
Tutti aspettan con sollazzo
Questa mancia, e par che tarda.
Voglion mancia i ballarini,
Da ch’impara di ballare,
E ch’insegna di giuocare
Di scrima, anco vuol quattrini.
Chi le letter suol portare
De la posta, anch’ei sta attento,
Perché piova, o tiri vento,
Gli bisogna camminare.
Mancia dassi a i servitori,
Alli paggi, alli staffieri,
Maiordomi e credentieri,
Canevari e spenditori.
A le balie ed a i cocchieri
Sguattar, cuochi e bugatare,
Il compar e la comare
Piglian mancia volontieri.
Le fattor buscano anch’elle
In tai dì di buon marchetti,
A portar de’ tortelletti
Cotognate e tomacelle.
I fattori de’ barbieri
A taccar vanno di botto
I sonagli al bussolotto
Come fassi a i sparvieri.
E stan lì con la scopetta,
pronti, e lesti tuttavia,
Acciò mancia se li dia
Che di core ogn’un l’aspetta.
De’ mercanti i fattorini
Van le mastre a ritrovare,
E in tai giorni soglion fare
Un buon cumol de’ quattrini.
Chi dà mancia a la sorella,
Chi la manda a la cugina,
Per la mancia ogn’un cammina
Ognun corre, ognun saltella.
Ch’appresenta a la sua sposa
Qualche gioia alta e pregiata,
E chi porge a la cognata
Qualche bella e nobil cosa.
Sin’ a i bamboli da terra
Piace haver li borsellini
D’oro al col, co’ i sonaglini
E che soldi vi si metta.
Hor, per dirla in conclusione,
Ognun brama, ognun aspetta
Quella mancia benedetta
E s’allegra in tal stagione.
Vanno attorno i tamburini
Con gran strepito e rumore,
E ogni forte sonatore
Con lor cetre e rebeghini.
I speciai non stanno in otio,
Né tampoco i pollaroli,
I fornari e lardaroli
In tai dì tutti han negotio.
Pignoccati e marzapani
Vanno attorno e mostazzuoli,
Marzolini e ravagioli,
Quaglie grasse e buon fagiani.
Si fan poi pasti e banchetti,
E si mette la ventura
Ne’ maroni e si procura
Dare il primo a i poveretti.
E si pon, per più diletto,
Vari motti entro d’un vaso,
Dove s’ode uscir a caso
Sopra ognun qualche bel detto.
Ognun ride, ognun sollazza,
Ne’ bei giorni di Natale,
Poi comincia il Carnesciale,
Che ciascun trastulla e sguazza.
Questa mancia dunque è quella
Che fa star lieto e contento
Perché egli è l’oro e l’argento
Che rallegra la favella.
Hor qui voglio a’ miei sermoni
Poner fine, e a le mie ciancie,
State larghi in dar di mancie,
Né imitate i scorpioni,
Ch’ove attaccano le branche
Son difficili a staccarli,
Hor non siate stretti o scarsi,
Che le carte non sian bianche,
Ma ciascun slarghi il carniero,
E dimostri il suo valore,
Perché a largo spenditore
Sempre il Ciel fu tesoriero