Commiato dato da'
BECCARI
AI PESCATORI
NEL FINE DI QUARESIMA
con la risposta di essi pescatori a i beccari.
Gite a spasso, oh pescatori,
Con i vostri salamoni,
Ed a noi cedete il loco,
Che finit' è il vostro gioco.
La quaresima è passata,
E la Pascha è ritornata,
Né vol tinche o buratelli,
Ma capretti, e buoni agnelli.
Non più pesce marinato,
Ma del grasso e buon castrato,
Non tonnina o tarantello,
Ma buon manzo e buon vitello.
Quell'aringhe e quei sardoni
Tratte hormai per i cantoni,
Quelle scardue e quelle rane
Che son tutte sputa pane,
Riponete le sardelle,
I luzzetti e l'acquatelle,
Quelle anguille misaltate,
E le fresche, e le salate,
Su, sgombrate i sogmbri via,
E quel pesce in geladia,
E quel vostro caviaro
Che vendete così caro,
Che più vale una polpetta
Che sei piatti di favetta,
Ed un pezzo di vitello
Che un baril di tarantello.
Non s'agguaglia la tonnina
Al buon manzo o alla vaccina,
Né le cappe o calcinelli
Al sapor de' fegatelli.
Chi sarebbe quell'allocco
Sì merlotto e sì bachiocco
Che lasciasse i gallinazzi
Per mangiar de i pavarazzi?
Chi sarebbe quel balordo
Che lasciar volesse un tordo
O una buona tomacella
Per mangiare una sardella?
Chi sarebbe quel minchione
Che lasciasse un buon cappone
O gallina grassa e buona
Per mangiar della morona?
Chi sarebbe così pazzo
Che lasciasse un anatrazzo
Con le buone strazzatelle
Per mangiar de l'acquatelle?
Ben' havrìa poco cervello
Chi si tresse a un buratello,
A le lasche, ed a le alici,
E lasciar quaglie e pernici.
Oltre poi (oh, che cordoglio),
Sempre al pesce ci vuol l'oglio,
Ma le carne da sua posta
Si fa l'oglio, e manco costa.
E di più, se 'l caldo cresce
A sonar comincia il pesce,
Onde spesso il compratore
Compra il pesce col sapore,
E però vi diam commiato,
Sin' al tempo terminato,
Che allhor poi noi serraremo,
Ed il luogo cederemo.
E con voi bandemo ancora
Quei ch'in piazza stanno ogn'hora
A far torte e ravioli
Di cicerchia e di fagiuoli,
Si bandiscon gli spinazzi,
E chi stampa castagnazzi,
E chi tien cedron salati,
E pistacchi gialdorati,
Ancor quei che su i cantoni
Vendon' anseti e maroni,
E farina di castagne
Che non v'è più chi ne magne,
La favetta e 'l cece franto
Co' fagiuoli vadan da canto,
Ch'oltre il poco nutrimento,
Fan far sempr eun po' di vento,
Ed in cambio di sardoni
Saltin fuori polli e piccioni,
I pasticci e le crostate
E le torte e le fiolate
L'uva passa e l'uva secca,
A chi piace se la becca,
Ogn'herbame, ogni legumo
Vada tutto in nebbia e fumo.
Venghi tutto in questo suolo
L'uccellame unito in stuolo,
E col becco e con gli uncini
Scacci il pesce de' confini.
Che i capretti, a far “mè mè”,
E gl'agnei col far “bè, bè”,
Voglion dir che meglio sia
Quanto prima girven via.
Però fatela fornita,
Poi ch'udite a la spedita
Che per fin' al bestiame
Che partiate par che brame.
Pian, di Gratia, macellari,
Non vi fate così rari
E non faccisi il gradasso,
Contr' al magro il vostro grasso.
Che, se 'l tempo ci comanda
Il tirarci da una banda,
Siamo pronti ad ubbidire,
Ma non già pel vostro dire,
Che, se ben misuraremo
Le nostr' arti, trovaremo
Che possiamo stare al pari
Ancor noi di voi beccari.
Che, se vengon a i macelli
Buon capretti e buon vitelli,
A noi vengon' su i banconi
Buone trute, e carpioni.
I quai, pesci delicati,
Più che 'l manzo assai son grati,
E al carpion' e a la lampreda
Il pavon convien che ceda.
Il varuolo e 'l storione
Ponno stare al parangone
Del fagiano e de le starne,
E d'ogn'altra sorte carne.
Anco il cevalo e l'orata
E' una cosa delicata,
E lo scombro ed il dentale
Son più nobil del cinghiale.
Un buon pezzo di raina
E' miglior d'una gallina,
E il barbio saporito
Fa leccar a tutti il dito.
E l'anguilla e il buratello
Che sian conci a bolardello,
E' un mangiar assai più ghiotto
Che un pastizzo o un buon cigotto.
Un buon luzzo che sia grosso,
Mi par buono il dargli addosso,
E si può frigger in fette
In brasuole ed in polpette.
Lo scombro anche è un pesce raro,
E la triglia e 'l calamaro,
E l'alice saporita
Ha buon gusto e al ber t'invita.
Ma de l'ostrega, che dite?
Che le carni saporite
Fa restar tutte da un lato,
Col suo gusto delicato.
Ed al fin, del pesce tutto
Si può trar nobil construtto,
Quando vien ben cucinato
Da buon cuoco ammaestrato.
Poi il pesce fu trovato
Per tener mortificato
L'huomo e farlo mansueto
In tal tempi, e humil e quieto,
Ma la carne per sguazzare
Per empirsi e crapolare,
Onde poi ne salton fuori
Gotte, e goccie e tristi humori.
Poi, se ben mirar vogliamo,
A quel tanto che doviamo,
Trovarem ch'ancora in voi
V'è da far sì come in noi:
Perché sotto un manzo grosso,
Quattro vacche che tutt'osso
Sono, in pezzi sminuzzate
E per giunta le spacciate
E per cor la gente al lasso
Voi voltate in fuora il grasso,
E di dietro v'appettate
Ossi in magna quantitate.
E se vien' alcun leccardo,
A quel grasso getta il sguardo,
E s'un occhio gli costasse,
Non pensate ch'ei lo lasse.
Poi non sempre su i banconi
Manzi havete, o buon castroni,
Ma buoi vecchi, magri e secchi,
Vacche triste, capre e becchi.
Che non sempre si può havere
A parlar per il dovere
Bestie grasse tutto l'anno,
Che costar troppo le fanno,
E per tanto confermiamo
Ch'ancor noi non sempre habbiamo
Pesci rari ed esquisiti,
Ma de i stracchi ed impassiti.
E però state voi cheti,
Ch'ancor noi sarem discreti,
Che 'l beccaro e 'l pescatore
Suonan tutti d'un tenore.
E perché vogliam restare
Vostri amici, se vi pare,
Ogn'un renda a i fatti suoi,
Noi a i nostri, a i vostri voi.
IL FINE