COMMIATO DI
CARNEVALE
DOVE S'INTENDE COME
egli ha invaligiato le sue robe
per andare alla volta di
CALECUT
Da poi che mi convien montar in sella
Per dover cavalcare in altro lato,
Lassando questa patria illustre e bella,
Tutto di mala voglia e sconsolato,
Qual huom che condennato a morte sia,
Sudo di caldo, e son tutto agghiacciato.
Ahi, come sarà ver ch'io trovi via
Di far, Felsina mia, da te partita,
Che m'hai mostrato tanta cortesia?
Come fia ver, ch'io muti altra contrata,
Come fia ver che mai da te mi scosta,
Che fusti al mio voler sì dolce e grata?
Ahimè, convien che per la prima posta
Di questa settimana che vien dietro,
Da te mi slunghi galoppando in posta.
Deh, ben fu il mio sperar fondato in vetro,
Quando pensai star teco lungamente,
In festa, in gioco, e dilettoso metro,
Che 'l tempo passa sì velocemente
Che non sì tosto in oriente appare
Il sol, ch'ei ritorna in occidente.
Più del solito teco a conversare
Son stato, ma che val, se in un momento
Quel tempo è sparso, e non si può vietare?
Pur, resta nel mio cor qualche contento,
Che, per quel poco ch'io son stato teco
Rumor fin qui, né strepito io sento.
Onde tal cosa a grand' honor m'arreco,
Che, vedendo le genti in pace stare
Tutta è mia gloria, e ne gioisco meco.
Ben per le strade più volte cantare
Udit' ho certe cose, che non m'hanno
Dato diletto alcun ne l'ascoltare,
Ma questa cosa non mi porge affanno,
Perché la gioventù vol far suo corso,
E cantan quel che ponno e quel che sanno.
A me sol basta che si sia sul corso
Stato d'ogn' hora pacificamente
Senza esser mai alcun misfatto occorso.
Questa è la gioia mia, che tra la gente
Si dica ch'io son stato mansueto,
Mentre ch'io sono a voi stato presente.
Perché molti mi chiamano indiscreto,
Galioffo, mascalzon, sporco e goloso,
Bevante imbriacon, tristo ed inquieto,
Chi mi chiama crudele e malitioso,
E chi di tutti i vicij, in conclusione,
Padre mi fa, perverso e dispettoso.
Ma, se ben rimirasser le persone
A la natura mia dolce e gentile,
Parlarian con più termin di ragione.
Né mi reputarìan infame e vile,
Ma forsi di virtù vero amatore,
D'honor, di gloria, e d'elevato stile.
E se par a qualch'un c'habbia l'humore
A cose enormi, e che la gente inciti
A trascorrer tal hora in qualche errore,
La colpa non è mia: son gli appetiti
Di tali, e quali, che sotto il mio nome
Fanno i golosi, i lupi, i parassiti.
Anzi, più forte vo' mostrarvi come
Per altro non mi chiamo Carnasciale,
Che per far di que' tai le voglie dome:
Ch'io vengo a dinotar che sotto il sale
Salvar si de' la carne, e non mangiarla
Tutta in un tratto, perché <a> l'huom fa male,
E che si deve indietro riserbarla,
Ch'a voler diluviarla in una botta,
E' pazzia grande, e ognun dovrìa schivarla.
Ma non basta a costor una ricotta,
Che vogliono formaggio, ove e butirro,
Arrosti e torte a una medesim' botta.
Onde tal hor tra me stesso m'adiro,
Di certe genti inerme e mal create,
E ben e spesso meco ne sospiro,
Perché son tante ingorde e sì sfondate,
Che s'ova e carne fusse questo mondo,
Pollastri, oche, pavon, torte e fiolate,
A un pasto solo gli darìano fondo,
E più tosto crepar che roba avanza
Voglion, né a i ventri lor si trova il fondo.
E par (tanto è cresciuta questa usanza)
Che non s'habbi a mangiar se non adesso,
Onde per crapolar son sempre in danza.
E poi, di tutto il mal che vien commesso
A me si dà la colpa, e ciascun forma
Sopra de la mia vita amplo processo.
Ma per mostrar ch'in fatto tal non dorma,
Voglio difender qua le ragion mie,
E del proceder mio darvi la forma.
Ecco,quando vengo in queste vie
Ch'io non vengo per risse o vituperi,
Né a veder tante sorte di pazzie,
Ma vengo per vedervi cavalieri
Saltar in campo con leggiadre imprese,
In belle giostre, valorosi e fieri.
Bramo veder a le virtudi accese
Le genti, e col trovar vaghe inventive
Il bel animo lor faccin palese.
E perché largamente in queste rive
Piovon le gratie dove Apollo e Marte
A gara fan chi più al suo segno arrive,
Restato soddisfatto a parte a parte
Son, né cosa ho bramata ch'io non sia
Venuto contentato in ogni parte.
Quivi, per conto di cavalleria,
Ho visto la più bella e valorosa
Che si possa trovare in ogni via,
E tanto fiera, ardita e coraggiosa
Che star può al paragon di quante intorno
Vede il sol, dove nasce e ove si posa.
E l'alto suo valor, di giorno in giorno
Han dimostrato, che nel proprio tetto
Marte e Bellona n'hanno havuto scorno.
Dame leggiadre, di benigno aspetto,
Honestissime, saggie, accorte e belle,
D'alta presenza e nobil intelletto,
Ch'a voler raccontar di tutte quelle
Le rare qualità, più facil fora
Annoverare in ciel tutte le stelle.
Vaghi concerti di musica anchora
Ho udito risonar con dolci accenti,
Che fan che del partir non trovo l'hora.
Vari capricci in varie sorti genti
Ho visti, molto nobili e galanti,
Quai m'hanno dato assai trattenimenti.
Al fin ho poi veduto in tutti i canti
Una union fra il popol e una pace
Più che mai habbia visto per inanti.
E questo più m'aggrada e mi compiace,
Che tutto il resto che fin qui v'ho conto,
Perché questo sol bramo e sol mi piace.
Horsù, sopra il caval del tutto monto,
Che 'l tempo vola, e l'hora s'avvicina
E s'io tardassi, n'havrei a fronto,
In posta dunque mercore mattina
Con la valigia mi portò in viaggio,
Subito che si sbarca la Tonina.
Ma prima che si parta il carriaggio
Chiedo licenza a ogn'un con voce humana
E l'amor mio vi lasso come ostaggio.
A Dio, cavalleria degna e soprana,
A Dio visiere, penne e morioni,
A Dio lizza, a Dio lancie, a Dio quintana,
A dio Dame leggiadre, a Dio cantoni
Di San Mamolo tutti, a Dio corsieri,
Morsi, selle, staffil, briglie e speroni.
A Dio cocchi, carrozze e carroccieri,
A Dio fanciulle, vedove e donzelle,
Che andavate sul corso volontieri,
A rivederci mascharine belle,
A rivederci Zanni e Pedrolini,
Villan, trastulli, balie e vecchiarelle,
Son vostro, Pantaloni e Trappolini,
Allocchi, fracatrippi e gratiani,
Todeschi, cinganette e mattazzini,
A Dio cari paesi e dolci piani,
A Dio vaghe colline amene e grate,
A Dio siti gentili alti e soprani,
A Dio generosissima cittate
Madre della prudenza e del valore,
Tanto famosa a questa nostra etate,
Mi raccomando a te con tutto il core,
Resta in pace, ch'io vado afflitto e mesto;
Pur una cosa mi scema il dolore:
Che quest'altro anno tornarò più presto.