COMPARATIONI
Gentilissime
SOPRA L’ECCELLENZA,
grandezza e nobiltà
del pane e del sole.
ricercata nell’ultimo sopra la stra-
vaganza de i tempi presenti
AL MOLTO MAG.
E REV. SIGNOR
E PATRON OSSER.
Il signor
Musico Eccel. e Mastro di cappella del Duomo
della nobilissima città di Modona.
Trovandomi alli giorni passati con una nobilissima compagnia di cavalieri e di dame, in un vago e bel giardino a diporto, nel mezzo del quale sta una bellissima fontana, nel cui chiaro e limpido christallo mirando si vedevano i mutoli e semplici pesci in lieta schiera vezzosamente andar scherzando insieme, i quali, per lo reflesso del sole in quelle lucid’onde parevano hora d’oro, hora di argento; onde le dette dame e cavalieri, per più diletto e spasso loro, havendosi fatto portare del pane, incominciarono a gettarne de’ piccioli pezzetti hor qua, hor là ne l’acqua, i quali non così tosto giungevano a basso, che si vedevano correre i detti pesci con grandissima velocità ad abboccarlo, facendo fra di loro horribilissima pugna nel prenderlo, talché a levarselo l’uno e l’altro di bocca, al fuggire, al girarsi intorno, a l’affrontarsi insieme che essi facevano, rappresentavano quasi una battaglia navale, e se ne vedevano di quelli che per un minucciolo di esso pane guizzava sopra l’acqua un mezzo braccio, la qual cosa fu di grandissimo trattenimento a quei signori: onde, vendendo io, che fin a gli animali senza ragione si gettano volontieri al pane, e che da tutti esso vien gustato universa mente, ho preso occasione da questo di esaltare in questi versi l’eccellenza e grandezza sua, ponendolo a parangon del sole in ogni suo effetto e qualità, come ogni uno potrà intendere leggendo. Ma perché difficilmente si può inghiottire il pane senza il buon liquore di Bacco, vengo hora a intingerlo nel chiaro e saporoso vino delle sue rare e singolar virtù, il quale, per essere del VECCHIO, havrà più forza e possanza di letificare i miei spiriti, a tale che con più giocondità potrò per l’avvenire far cantar la mia domestica e famigliar Musa, se però mi sarà concesso di poter farmi una zuppa nella tazza aurata de gli alti meriti suoi, hoggi da tutto il mondo conosciuti e celebrati insieme. Accetti V.S. dunque questo mio pane, impastato con l’acqua della sincerità, e cotto nel caldo forno dell’amore, e mi conservi nella sua buona gratia, con che fine li bacio riverentemente la mano. Di Bologna, il dì 28 Agosto 1601.
Di V.S. molto Magnif. e Rev.
Affettionatissimo Servitore
Il Croce.
CAPITOLO
Altri d’Amor pur verghino le carte,
Altri scrivan commedie, altri i furori,
Cantin del fiero e bellicoso Marte,
Ch’io sol voglio del pan i sommi honori
Cantar, dal qual felice hoggi è ch’impetra
Le sue gratie, i suoi doni e i suoi favori.
Prestatemi, fornai, la vostra cetra,
Ch’io non vo’ più la lira d’Elicona,
Anzi, ogni musa pur da me s’arretra:
La vostra cetra è quella che risuona
Per tutto, e rende sì dolce concento,
Che tira ad ascoltarvi ogni persona:
D’oro ha le corde, il manico d’argento,
Tutta di gemme intersiata e bella,
Ed è regina d’ogn’altro instromento.
Va’ pur, Orfeo, con quella tua patella,
A far ballar le capre, e tu, Anfione,
A sonar a i delfin la chiaramella,
Taccia, il liuto, taccia il chitarrone,
L’arpicordo, il cornetto e la viola,
Gettategli pur tutti in un cantone,
Che de’ fornai la cetra è quella sola
Che rende al mondo grata melodia,
E ch’a l’huom dà sostanza e lo consola.
Musici, ben mi piace l’armonia
Che fate, e quelle voci alte e soprane
Spesso mi fanno andar in estasia,
Ma quando in casa non mi trovo pane,
Tanto fo’ stima del vostro concerto
Quanto fa il cucco il canto de le rane.
Il pan’ il pane, il pan per dirlo aperto
E' quel ch’hoggi suonar fa le scarselle,
E in accordar le voci è molto esperto.
Per il pan fanno i cani le bagatelle,
Ogni fiera, ogni mostro, ogni animale
Gli piace haver del pan ne le budelle.
Le mosche, i grilli, i ragni e le cicale
Mangiano il pane, ed ogni sorte uccello,
Ch’egli è il cibo di tutti universale.
Habbi pur che vivanda nel piattello
Vuoi haver, sian pernici ovver fagiani,
Pavon, lepri, pasticci e buon vitello,
Tortore, grasse quaglie ed ortolani,
E quanti delicati e buon bocconi
Puon dar cibo e sostanza a i corpi humani:
Quando del pan in tavola non poni,
Nulla non ti fa pro, nulla ti gusta,
Ma stomacar ti fan tordi e capponi.
Nel tempo antico, ne l’età vetusta,
Quando vivevan gli huomini di ghiande,
E che più assai la gente era robusta,
Benché Natura da tutte le bande
Lor producesse dolci e saporiti
Frutti di varie sorti in copia grande,
Non potean far sì lauti e bei conviti,
Come da poi che fu trovato il grano,
E che l’uva si premesse da le viti.
Cerer ne fu l’inventrice e con sua mano
La terra aperse, e lo gettò nel solco,
Ed in Italia poi l’addusse Iano.
Fu poi trovato l’aratro e ‘l bifolco
Quando Cadmo al gran serpe i denti trasse,
E seminolli in l’isola di Colco.
Dedal trovò il molin che macinasse
Il grano e che facesse la farina,
Icaro il forno, la panara e l’asse.
Mastro Beltramo e la zia Balsamina
Dopo mill’anni e più, poi fu la scassa,
Vendero il pane, e fu da Valtellina.
Venne poi Bartolin, Polo e Sbaiaffa,
E cominciaro a far le cacciatelle,
E i bozzolai trovò Gian Giraffa.
Pedrul trovò i cialdon, le bracciatelle
Mastro Rigo Todesco, e Gian del Quaia,
Trovò la festa, e ‘l Braga le ciambelle.
Successe a queste poi Tonol Scagaia,
E Stimolin, che fur perfetti e rari,
Sì come scrive il gran dottor Ghiandaia.
Ma non erano al hor tanto i fornari
In prezzo come sono a questa etade,
Né le lor case havean tanto danari.
Tu gli vedevi allhora per le strade
Andar con certi panni da meschini,
Ignudi e scalci là per le contrade;
Adesso se tu miri i burattini
Tu gli vedi vestiti da signori,
O almeno al par de’ nobil cittadini.
Le mogli lor portano tanti ori
Al collo, che le buone cittadine
Paion lor serve, ed esse sue maggiori,
E quest’è perché al pan e a le farine
Hoggi ciascun si cava la berretta,
Né vi vuol più né Giulij né Giustine.
Ma ci voglion de gli occhi di civetta
In tanta quantità, che un poverello
Non occor ch’a scherzar seco si metta.
Chi non ha ben ferrato il suo borsello
Difender mal si può da l’appetito,
E sempre d’aria ha pieno il suo budello.
Il pane è dunque un cibo saporito,
Una gratia di Dio particolare,
Concessa a l’huomo in questo basso sito.
Qual è colui, ch’a tavola a mangiare
Vada, se prima non vi vede il pane?
Qual è la prima cosa da pigliare?
S’ei manca a mensa, la gente rimane
Di mangiar altro, e se vi è torta, o carne,
O si ripone, over si getta al cane.
Quando i bambin son piccioi, domandarne
Odi a la mamma sempre, e balbuciendo
Chiedon “pan” solo, e non pavoni o starne.
Il pan e ‘l sol, se ben vedo e comprendo
Hanno un’istessa forma, una statura
La qual hor hor vi vengo descrivendo.
Il sol si mostra in sferica figura,
Così in figura sferica si vede
Essere il pan, con tonda positura.
Il sole a tutti gli altri lumi eccede,
Di splendor, di calor e di bellezza,
E in mezzo de’ pianeti alberga e siede.
Il pan di nutrimento e di dolcezza
Fra tutti i cibi della prima classe
Il pregio tiene, e ognun l’ama ed apprezza.
Il sol (come si vede) sopra l’asse
Del ciel cammina, e rende chiaro il giorno,
E poscia in grembo a Theti a poner vasse.
Il pane, anch’ei di bianchi panni adorno,
Partir si vede da l’impastaria
E gir su l’asse a porsi dentro ‘l forno.
Il sol, quando si leva, è basso pria,
Poi alto sale, e ‘l mondo indora e inostra,
Facendosi veder per ogni via.
Il pan, quando si leva, anch’ei si mostra,
Picciolo, poi s’ingrossa, e l’eccellente
Sua forma scopre a la presenza nostra.
Il sol pria ch’eschi fuor de l’Oriente
Manda innanti l’Aurora rosseggiante,
Poi scopre il viso suo chiaro e lucente.
Il pan, pria che ‘l fornar lo porti innante
Vuol che ‘l forno di dentro ben rosseggi,
Poi, cotto, l’appresenta in bel sembiante.
Il sol vien da gli antichi, oh tu che leggi,
Giovanetto dipinto, con la bionda
Chioma, che avanzi l’or, non che ‘l pareggi.
Il pan, quand’egli è fresco, e ch’egli abbonda,
Appare in vista colorito e carco
Di gioia, in forma nobile e gioconda.
Il sol si pinge con gli strali e l’arco,
Col qual Pithon, già figlio della Terra,
Uccise, ch’a ciascun fea tanto incarco.
Il pan, con sua sostanza, batte a terra
Appetiton, che de la fame è figlio,
Qual sempre a i poverelli fa gran guerra.
Il sol, tal’hora il bel viso vermiglio
Oscura, e si tramuta di colore
Quando le nubi tien dinanzi al ciglio.
Il pan, anch’ei col viso di pallore
Si mostra, quando vien di roba trista
Accompagnato, e manca di vigore.
Il sol, con scura e tenebrosa vista,
Si mostra a gli occhi nostri, se la luna
A lui s’oppone, e par che si contrista.
Il pan, quando che in esso si raduna
O se gli pone fava, veccia o loglio,
Resta oscurato, e non dà forza alcuna.
Il sol, quand’è in solstizio, assai cordoglio
Par sentir, e fa i giorni corti e brevi,
E il crudo verno scopre il fiero orgoglio.
Il pan, quando sì picciolo lo levi
Dal forno, si può dir ch’ei sia in solstizio,
E par che a l’huom il viver tronchi e abbrevi.
Il sol, fra ‘l dì e la notte come inditio
Ne dà la sfera, in hore quattro e venti,
Gira i suoi segni, com' è suo esercitio.
Il pan, gli anni passati, da le genti
Venìa comprato ventiquattro lire
Lo staio, e trenta, se ben ti rammenti.
Il sol, quando sta occulto, fa venire
Le pioggie in terra, onde ciascun si bagna,
E per le strade non si può capire.
Il pan, quando è nascosto, ogn’un si lagna
Ogn’un sta malenconico, ogn’un sente
Dolor, perché non vive chi non magna.
Il sol scalda la terra, e parimente
Nutre le piante e dissecca gli humori,
Ond’ogn’un gode al raggio suo lucente.
Il pan, quand’egli è caldo, grati odori
Sparge d’intorno, e scalda le budella,
Pasce le membra e fa tranquilli i cori.
Il sol quand’è in Acquario perde quella
Forza c’haveva, e scurta le giornate
E ‘l freddo verno i poveri flagella.
Il pan, quando tant’acqua vi cacciate,
Non dà sostanza alcuna a chi lo mangia,
E restano le genti malcibate.
Il sol, quando nel Pesce il corso cangia,
La notte più del giorno è lunga assai,
Che l’un ne l’altro ‘l stato suo ricangia.
Il pan, quando sott’acqua star lo fai,
Cioè che ‘n l’acqua nuota la farina,
V’è il peso sì, ma la misura mai.
Il sol, quando sul Tauro poi cammina,
Comincia a prender forza, e la terrena
Mole a nuova allegrezza s’avvicina.
Il pan, quando non v’è loglio né avena,
Dà forza a l’huom, sì che col toro a prova
Potrìa tirar il carro a forza piena.
Il sol, quando in Ariete si ritrova,
Il mondo si rallegra, e la campagna
Di vago manto tutta si rinnova.
Il sol, quando non v’è dentro magagna,
Dà nel mangiar più gusto e più diletto,
Né vi è persona che si doglia o lagna.
Il sol, quando di Gemini nel tetto
Entra, Cerer si veste di colore,
E si risveglia ogn’amoroso petto.
Il pan, quando vien fatto con amore
Sincero, e con perfetta e pura mente,
Ogn’un s’allegra, e gusta il suo sapore.
Il sol, quando entra in Virgo, si risente
La terra tutta e scopre il suo tesoro,
E le ricchezze al mondo ed a la gente.
Il Pan quando è incorrotto, dà ristoro
A i sensi, e l’huomo fa gagliardo e fiero,
E vien mangiato con maggior decoro.
Il sol, quando sul dosso al Leon fiero
Ascende, allhor ha in sè maggior fortezza,
E doppiamente scalda l’hemispero.
Il pan, quando si trova haver grossezza
Conveniente, gusta e fa più forte
L’huom, onde ogn’un lo teme e l’apprezza.
Il sol, quando di Libra ne le porte
Entra, par ch’ogni cosa sia perfetta,
E che la terra grand’ util n’apporte.
Il pan, quando con giusta e con diretta
Mente si pesa, ogn’huomo si contenta,
Né di haver suo dover nessun sospetta.
Il sol, quand’entra in Cancro al hor s’allenta
Il caldo, e ‘l giorno a cedere a la notte
Comincia, e ‘l freddo cresce ed augumenta.
Il pan, quando par picciole pallotte
Da le genti a i fornai vien augurato
Il cancro, e che gli sien le coste rotte.
Il sol, quando in Scorpion si vede entrato,
Cascan le frondi, e la terra si copre
Di neve, e ‘l caldo si tira da lato.
Il pan, quando dal manto si copre
Di certi scorpij, a la pietà rubelli,
S’aggiaccia il mondo e cessan le buon opre.
Il sol, quando entra con suoi raggi belli
Nel Sagittario, cresce tanto il gielo
Ch’a i nidi lor fa ritirar gli uccelli.
Il pan, quando vien fatto con zelo
Di carità, sì i poverelli aggiaccia,
Che aspettano di morte il crudo telo.
Il sol, quando nel segno i raggi caccia
Del Capricorno, allhor secondo l’uso
Finisce l’anno, e la stagion si spaccia.
Il pan, quando nel corno sta rinchiuso
De l’avaritia, i pover sono al fine
Né per lor Cloto più rivolge il fuso.
Il sol e ‘l pan in somma par ch’inchine
A un oggetto medesmo, ad una forma
Istessa, e che con l’un l’altro cammine.
Hor v’ho mostrato e datovi la norma
Del febeo giro e del girar del pane,
E quanto l’un con l’altro si conforma.
E con chiare ragion palesi e piane
Ho persuaso ogni poeta degno
Che con suoi versi e rime alte e soprane
Voglino dispensar l’arre e l’ingegno
A celebrar del pan le degne lodi,
Come cibo del huom, vita e sostegno.
E qui convien che ‘l gran giudicio i’ lodi
Del saggio Mida, in quella differenza
Ch’ei giudicò con sì eccellenti modi,
Allhora ch’a sonar a concorrenza
Fe' il semicapro Pan col biondo Apollo,
Ch’egli in favor di Pan die' la sentenza.
E dico ch’ei fè bene, e proverollo
A tutto ‘l mondo, con la penna in mano
Se ben credessi che v’andasse il collo.
E insieme proverò che de l’insano
Hebbe messer Apollo a voler porse
Al par d’un sonator tanto soprano.
Ma ben che l’error suo presto s’accorse,
Se ben poi che lo scorno vide chiaro
A vendicarsi sopra Mida corse.
E gli fece le orecchie di somaro,
Ma questo fu di Mida honore e gloria,
Non scorno, come vuole il volgo ignaro.
Anzi, pur sua grandezza e sua vittoria
A slongargli l’orecchie in quella guisa,
Che del suo gran giudicio fan memoria.
Ma qualche bel humor forse s’avvisa
Ch’io parli qui da burla, e pur sul sodo
Ragiono, e non occor farsene risa:
Che, perch’ei volse di sonar il lodo
A Pan, volser gli Dei ch’ei gli tirasse
L’orecchie, e le slongasse in simil modo
Acciò che meglio udisse e giudicasse,
E che ragion al giusto e torto desse
Al reo, e chi falliva castigasse.
E tanto ben per l’avvenir si resse
Con quelle orecchie d’asin, che più mai
Non fu di lui alcun che si dogliesse.
Con esse dava udienza a gente assai
In una volta, e udiva ogni persona,
E in breve si fe' giudice d’assai,
E però tutti quelli ch’in Helicona
Si vanno a trar la sete, dovrian porsi
A sublimar la sua regal corona.
Ma ciò non fan quegli poeti forsi
Per non dar contr’Apollo, ma non sanno
Che se verso di Pan drizzan lor morsi
Ch’in breve tempo se ne pentiranno,
Perché se Pan a forte si nasconde
In van questi meschin lo cercheranno.
Lasciate, dunque, le castalid’ onde,
Oh Muse, e tu, non ti sdegnar anchora
Venir con esse Apollo in queste sponde,
Né vergogna ti tenghi perché allhora
Gli asin tutti eran bestie, né a sedere
Sapeano in sedia star, come fan hora.
Quanto venuti ei sian, tu puoi vedere
In stima grande, poi che del “Signore”
Voglion da tutti, e non più del “Messere”.
Ed a tal asinaccio si fa honore
Che sol ti paga di calci e di petti,
E convien accettargli per favore;
Però le vostre rime ed i sonetti,
Odi, stanze, canzoni e madrigali,
Spiegate tutte in ode de i suddetti,
Cavatevi il cappello a questi tali,
Ed il ginocchio vostro a lor s’inchine,
Perché son gentilissimi animali,
E se ben ne’ lor capi l’asinine
Orecchie non vedete, non dimeno
D’asino han l’opre, e lo vedrete al fine.
E perché da ogni lato ho il foglio pieno,
Voglio da parte por questa zampogna,
E dar al mio asinello un po’ di fieno,
E dico, e dirò sempre, che vergogna
Non fu ad Apollo, se quel semibecco
Lo vinse, e non de’ haverne altra rampogna,
Perché Pan hoggi è quel che stare a stecco
Fa i più famosi musici del mondo,
Ed a sonar con lui dan tutti in secco.
E s’Apollo soggetto al mortal pondo
Fusse, e si ritrovasse a questi giorni,
Ne’ quai Pan signoreggia a tondo a tondo,
Con gli altri anch’esso a comperare a i forni
Il pan andrebbe, e forsi havrìa la lira
Venduta, per cibarsi in tai soggiorni,
Che adesso a la virtù più non si mira,
Ma sol l’oro e l’argento, come fida
Scorta si segue, e chi non n’ha, sospira.
Viva Pan, dunque, ed il sapiente Mida,
Che die’ sentenza così retta e giusta
Che se così faceva il pastor d’Ida
Troia da’ Greci non venìa combusta.
SOPRA
Del tempo presente.
Io veggo il mondo tutto transmutato
E ‘l tempo più non va come solea,
L’estate, vien dal ciel la neve rea,
E ‘l verno de’ bei fiori orna ogni prato.
Giugno in Febbraio parmi esser cangiato,
Né più pe’ boschi canta Citherea,
Giunon non prezza Cerere, la febea
Luce più non risponde al modo usato.
Pan non s’accosta più la piva al labbro,
Di luglio la cicala non si sente,
Né al campo va il villan ruvido e scabbro.
Sta Giove malenconico e dolente,
Ride Saturno, e balla il zoppo fabbro,
Né de lo scorno più gli torna in mente.
Né più da l’oriente
Iride vien di bei color dipinta,
A dar segnal che sia la pioggia estinta,
Più Coridon né Aminta
Non van pe’ i verdi prati sollazzando,
Cupido a l’arco e i strali ha dato bando,
Diana più cacciando
Non va pe’ boschi come solea prima,
Né la sua castità più apprezza o stima.
Calliope la rima
Non pregia, e secco è il fonte di Parnaso,
E sferrato ne va il caval Pegàso.
Gettato ha dentro il vaso
Apollo il plettro, Anfion la dolce lira
Posta ha da parte, e sol piange e sospira.
Zephiro più non spira,
Ma Borea ed Aquilon regna in campagna
Carco di pioggia, e tutto ‘l mondo bagna.
E di Progne si lagna,
E Filomena il crudo e fier Thereo,
Ed Hercol soffocato vien d’Antheo,
Né più fa i fiumi Orfeo
Col dolce suon fermar, e Mida è fatto
Saggio, e Apollo riputato matto.
Anzi, pur vien in fatto
Da Marsia scorticato, ahi caso duro,
E de la pelle sua fatto un tamburo,
Veloce è fatto Arturo,
Palla pers’ ha con Aragne la lite,
E fredda è fatta la città di Dite.
Atreo benigno e mite
Fatt’è, che d’human sangue si compiacque,
E Tantal più non brama i pomi, o l’acque.
La Dea che nel mar nacque
Schiva i diletti, e Marte l’odia e fugge,
E ‘l fier leon nitrisce, e ‘l caval rugge.
Troia guasta e distrugge
La Grecia tutta, e Ulisse è divenuto
Stolto, che tanto fu saggio ed astuto.
Argo col ferro acuto
Ha privato Mercurio della vita,
Proserpina di bianco va vestita,
La pace è stabilita
Fra gli elementi, a danno de’ mortali,
Dedalo e ‘l figlio han spennacchiate l’ali.
Bacco a le vite i pali
Più non appoggia, e sol beve acqua pura,
E Giove più d’Europa non si cura,
Atlante la misura
Ha persa delle stelle, Theseo vinto
Dal Minotauro vien nel laberinto,
E per il bel Giacinto
Più ardor non sente il gran rettor del lume,
Né Acheloo più si cangia in toro o in fiume.
Né più con lievi piume
Scendan Zethe e Calai con voglie pie,
A scacciar di Fineo l’ingorde Arpie.
Morte le cortesie,
In somma sono, e tutto quanto il mondo
E’ rotto e guasto, dalla cima al fondo.
Però se Febo il tondo
A noi asconde e cela la sua luce,
La terrena malitia a ciò l’induce.
IL FINE
Testo trascritto da: Comparationi gentilissime sopra l'eccellenza, Grandezza & Nobiltà del Pane, & del Sole. Con una Ricercata nel'ultimo sopra la stravaganza de i tempi presenti, In Bologna, Appresso Gio: Battista Bellagamba, 1601, BAB