CONDOGLIANZA
DI M. GIULIO CESARE
CROCE.
SOPRA LA MORTE DEL
MOLTO ILLUSTRE, ET
REVERENDISSIMO
MONSIGNOR,
IL SIG. GIO. BATTISTA
CAMPEGGI, VESCOVO
DI MAIORICA
ALLA MOLTO ILLUSTRE
SIG. E PADRONA MIA
OSSERVANDISSIMA.
LA SIGNORA SULPITIA PEPOLI
ISOLANI.
Non è cosa al mondo (molto illustre Signora e Padrona mia osservandissima) che più consumi il core quanto il sentirsi gravato d'infiniti obblighi alle persone, né trovarsi cosa con la quale possa mostrarne riconoscimento alcuno. Onde alle volte l'huomo è tenuto ingrato e discortese, e pur non è sua colpa, ma la poca fortuna ch'egli ha, la quale tronca le forze al suo bel animo, sì che da suoi signori e padroni bene e spesso viene tassato per isconoscente, ond'io temo di non cader in simil errore, conoscendo essere cresciuti e crescere in me gli obblighi ricevuti da Vostra Signoria, per i quali, non osando più comparirli innanti senza qualche segno di ricognitione, ho preso l'occasione dell amorte del molto illustre e reverendissimo signore, il Signor Giovanni Battista Campeggi, Vescovo di Maiorica, la cui perdita si sa quanto è stata dannosa a questa città, per le larghissime elemosine che da sì santa mano si vedeano spargere; onde ho fatto questi pochi e lamentevoli versi in sua lode, e conoscendo Vostra Signoria seguire un honorato stile di benignità, e magnanima in ogni sua atione, gli dono e appresento questa mia poca fatica, confidandomi nella sua rara bontà, che a guisa di Dario aggradirà il presente di un huomo basso e vile, sapendo che di arboro salvatico rade volte n'escie dolce e saporoso frutto. Però Vostra Signoria si degnarà accettarlo con la mia buona intentione insieme. E ciò facendo mi darà animo di maggiormente honorarla e servirla, con che humilmentele faccio riverenza, e gli bacio le mani.
Di Bologna il dì VI di Maggio. 1583.
Di Vostra Signoria Molto Illustre
Humilissimo servitore
Giulio Cesare Croce
CONDOGLIANZA
DI M. GIULIO
CESARE CROCE
S'un tempo meco in gratioso stile
Cantasti, oh Muse, e con soavi accenti,
Formasti un dolce suon, vago e gentile.
Hor di rime mestissime e dolenti
Empite l'aria, e con lugubri manti
Venite accompagnar i miei lamenti.
Non s'odan più tra voi sonori canti,
Ma lacrime stillate, e flebil note,
Rammarichi, sospir, singulti e pianti.
Né più per l'avvenir s'intenda, oh note,
Cosa ch' a i petti human letitia porti,
Fin ch'attorno la Terra il ciel s'aruote.
Scostinsi pur da noi tutti i conforti,
E i verdi colli, le campagne e i fiori
Vestansi di color pallidi e smorti.
Fuggan con sue canzon Dameta e Clori,
E in vece lor mill'alme tribulate
Mandino fin al ciel alti clamori.
Poi che quel chiaro fonte di bontate
Quel spirto almo e divin, quel pensier regio,
Quel gran sostegno della povertate,
Quel dignissimo heroe, quel huom egregio,
Quel cor clemente, quella man pietosa,
Quel celebrato Vescovo Campeggio,
Lasciando questa cieca e tenebrosa
Valle, è volato a più felice vita,
Dove lieto si gode e si riposa,
E questa Patria mesta e sbigottita
E' restata de pianti e gridi piena,
Per l'aspra e dolorosa sua partita;
Né senza causa pate tanta pena
Il popul tutto, perché tanti danni
Restan tra noi, che non puon dirsi appena.
Ben hai ragoin, Bologna, se t'affanni
Poi che perduta hai la più cara gioia
Che sia mai stata in te molti e molt'anni.
Oh, in quanto dispiacer, in quanta noia
Ti vedo involta, misera cittate,
Che per lui già sentisti tanta gioia.
Che, s'Augusto fu pien di largitate,
Filippo liberal, Ciro cortese,
Magnanimo Alessandro e Mecenate,
Se largo fu Cimon ateniese,
E splendido il buon Tito Vespesiano,
Che sempre hebbe in donar le voglie accese,
Se fur pronti Severo ed Adriano
A premiar la virtù con diligenza,
Artaserse e Pelopida tebano,
S'Antonin Pio, di gran magnificenza
Fu, se Lucullo usò, sì com'è scritto,
In liberalità tanta eccellenza,
Se Tolomeo, il quinto re d'Egitto,
Pomponio Attico, Scipio, ed altri tali
Hebber sempre in giovar il pensier fitto,
Tra gli antichi e moderni liberali,
Questo puà star con la bilancia al paro,
Come la fama suona tra mortali,
Che tanto era di cor invitto e chiaro,
Nobil di fè, di senno e di valore,
Amorevol, benigno, unico e raro,
Che 'l thesor di Tiberio imperatore,
Quel di Crasso, di Creso, e quel di Mida,
Sarebbon stati poco al suo splendore.
E già d'ogni suo fatto attorno grida
La mesta patria, e chiamasi dolente,
D'haver perso tal don, scorta sì fida:
Ch'egli è stato sì dolce e sì clemente,
Porgendo sempre in questa e in quella parte,
Che n'ha porto stupor ad ogni gente.
E già si son vergate mille carte
Delle sant'opre sue tant' eccellenti,
Che la memoria mai da noi si parte.
I monasteri sanlo, ed i conventi,
Le monache, gli infermi, i mendicanti,
Che per la morte sua restan scontenti,
Gli hospitai, le parrocchie, e tutti quanti
I luochi pij, e pover vergognosi,
Le chiese, i tempij e gli altri riti santi.
A tutti i letterati e vertuosi
Ha donato sussidio largamente,
A gli oppressi, a gli afflitti, a i bisognosi,
Maritato fanciulle, e alle dolente
Vedove dato aìta, e agli orfanelli
Pupilli, vecchi e tutti finalmente.
Sempre ha dato soccorso a questi e quelli,
Ogni giorno, ogni punto e ogni momento,
Rallegrando sovente i meschinelli,
E parea che tant'oro e tant' argento
Gli piovesse dal ciel a tal effetto,
Vedendolo al donar pronto ed intento.
Onde, per sì pietoso e santo effetto,
Ch' ei mostrava a ciascun, come s'è visto,
S'è fatto un nome nobile e perfetto,
E su nel paradiso s'è provvisto
D'un seggio alto e sublime, essendo in terra
Stato un verace tesorier di Christo.
Oh, quanto danno è stato, che sotterra
Vadi un huom così saggio e così giusto,
Qual havea posto l'avaritia a terra.
Da lui non nacque mai pensier ingiusto,
Ma bontà, cortesia, pace e amore,
E nel giovar altrui sempre hebbe gusto.
Che farai, Povertà? Da chi favore
Più speri in terra? Ahi, che volato in cielo
Il tuo sostegno, il tuo benefattore.
Quel che ti soccorreva al caldo, al gielo,
Quel ch'era la tua speme e tuo conforto,
Quel ch' a i tuoi dispiacer squarciava il velo,
Sotterra giace, e seco giace morto
L'honorato splendor di questa etate,
Oh, speranza fallace, oh, piacer corto,
Oh, specchio ver di magnanimitate,
Esempio d'honestate e di costumi
Tempio di devotione e caritate,
Tu, lasciando qua giù le nebbie e i fumi,
Asceso sei dove, per tua mercede,
Godi il regno del ciel tra i santi numi,
Tu de l'eterna gloria sei herede,
Tu godi di quel ben raro e perfetto,
Dove ogni gaudio, ogni letitia siede.
Perchè già mai non hebbe in te ricetto
Falsa cogitation, empio pensiero,
Ma un voler giusto, un desir buono e schietto.
Tutto quel che voleva a un degno e vero
Prelato, havesti, e 'l ciel sì t'adornaro
Che mai uscisti fuor del buon sentiero.
Tu, pien di scienza e di consiglio raro,
Di pietà, di virtude e d'intelletto,
Prudente, accorto, saggio, almo e preclaro,
Temperanza e giustizia nel tuo petto
Stavano unite di somma concordia,
Senza temer di noia o di sospetto,
Tu fosti un vaso di misericordia,
Un abisso d'amor verso la gente,
Né mai ti piacque rissa né discordia,
Nel riportar l'ingiurie patiente,
E nell'infirmità cos' constante
Che un nuovo Giobbe fosti veramente.
L'affamato satiasti, e l'abbondante
Di sete aitasti, e ricopristi il nudo,
Con mill'altre opre benedette e sante.
Onde, considerando, qui concludo
Che, mentre sei vissuto qua tra noi,
Sei stato, a questo e quel, riparo è scudo,
Tal che già da gli hesperii a' liti eoi
Vola la fama tua, chiara e gentile,
E l'hemispero intuona, e i termin suoi
Scorre da l'Indo al Mauro, e in alto stile
Fa noto il tuo valor raro e sublime,
Al Nilo, al Gange, al Taro, al Batro al Tile.
Non basterà un Parnaso a tante rime,
Ch'in tue lodi sian fatte altere e conte,
Né un mastro sol, che tanti versi lima.
Ma, volendo osservar con voglie pronte
Il viver tuo, mille Parnasi e mille
Si seccarìan, non che un sol lauro o un fonte,
Che saran tante e sì sonore squille
Ch'io non credo, che 'l ciel ne dona, o mostri
Ad altri mai, che sì d'honor sfaville.
E colti carmi, e ben purgati inchiostri,
Faran alti volumi, e manderanno
Il nome tuo fin sopra gli alti chiostri.
E quei che la tua vita leggeranno,
Prenderan tal esempio, e tal costume
Che sempre rettamente viveranno.
Perché innanti alla morte sì gran lume
Ti sei mandato avanti, che non fia
Uopo d'altra chiarezza che rallume.
L'elemosine e i don che tutta via
Mandavi attorno in questa parte e in quella
Pieni di caritate e cortesia,
Ti son stati al salir chiara facella,
La qual ha illuminato il bel sentiero
Qual ti ha condotto in parte eterna e bella,
Dove di tue fatiche il premio intiero
Cogli lassù, sprezzando il ben terreno,
Ch'appresso a quel divin, è un iota, un zero.
Ed io, che mi sento venir meno
Nel mar delle tue lodi, essendo basso,
Il mio dir verso di te di gloria pieno,
Finisco il canto mio pietoso, e lasso
La cura a più dottissimi scrittori,
Che oprar sanno di me meglio il compasso,
Che con altri poemi i tuoi honori
Mandino da l'occaso a l'oriente,
E per tutto ov'il sol scaldi e indori.
Ogni penna, ogni stil raro eccellente
Spieghi l'alta tua fama in l'universo,
Sì che senta il tuo suon tutta la gente.
Ogni poeta, in dir limato e terso
Faccia il tuo nome pubblico d'intorno,
Di ben far sempre e di virtude asperso.
Corran le ninfe al tuo sepolcro intorno,
E di gigli, di rose, e vaghi fiori
Faccian il tumul tuo lieto ed adorno,
E con corone d'hedere e d'allori
Sparganti sopra gli fumanti incensi
Accompagnati da celesti odori
Odansi canti altissimi ed immensi,
Ringratiar Dio, che sopra da le stelle
Raccolto t'ha dove ogni ben contiensi.
E qua giù tante caste verginelle,
Tant'anime da te già sostentate,
Di vedove, pupilli e di donzelle
Saran d'ognora pronte e preparate
A pregar il Signor, che custodisca
Il spirto tuo tra l'anime beate.
Né temer che 'l tuo nome più perisca
Che tal memoria in tanti luochi resta,
Che pericol non vi è che mai finisca.
Ma stupiransi quei che dopo questa
Età verranno, e 'l seculo futuro
Havrà la mente a celebrarti desta.
Tal che, mentre nel ciel il pigro Arturo
Callisto, Arcade, e 'l Can s'avvolge e gira,
Con gli altri segni quai di dir non curo,
Vivrai in terra, ed io nella mia lira
(Ancor che rozza) andrò tue degne lodi
Cantando, fin che 'l fiato in me respira.
Sì che, spirto divin, gioisci e godi
La gloria santa con gli eterni Dei,
Ch'ergerti ancor vedrai con alti modi
Statue, marmi, colossi, archi e trofei.
DIALOGO TRA IL RHENO E LA VIRTU'
Rheno:
Dove fuggi, virtù, così smarrita
Accompagnata dalla povertate?
Virtù:
Andiam meste a cercar altre contrade
Ch' ogni nostra speranza è qui finita.
Rheno:
Chi v'induce a fuggir, o chi v'incita
Questa nostra gentil alma cittade?
Virtù:
La morte di quel huom pien di bontade
Ch'era nostro refugio e nostra aita.
Rheno:
Deh, fermate le piante, che ci resta
Altri pur di quel ceppo illustre e chiaro,
Che non vi mancaranno in tempo alcuno.
Virtù:
Chi fia che tal sussidio più ci presta?
Rheno:
Lorenzo degno, e Giacomo preclaro,
E i gran Campeggi tutti, ad uno ad uno.
A FELSINA
Poi c'ha piaciuto al ciel, Felsina cara,
Ch'io sia nasciuto nel tuo vago seno,
E che nel bel natìo dolce terreno
Goda mia libertà felice e cara,
Giusto ben parmi anchor ch'io facci chiara
L'affetion ch'io porto al sito ameno,
E quando lieta sei, ch'io goda a pieno;
Se mesta, ch'io stia mesto in dogli a amara.
Però, vedendo te d'un huom sì degno
Spogliata e priva, ho posto in flebil verso
Il cordoglioso pianto e 'l grave lutto.
Tu dunque, in tanto non haver a sdegno
Il don, ben che non sia limato e terso,
Ch'io son tua pianta, e t'appresento il frutto.