CONTRASTO
Fra madonna
Sempliciana, Tessara,
e la
Nesciola, sua discepola.
CON LE LODI DEL TELARO
Chi potrebbe, in vive carte,
Raccontar di parte in parte
Del telar le degne lodi,
Con il quale in tanti modi
Si sostenta il seme humano,
E si vien, di mano in mano
A adornar questo hemispero
Col suo nobil magistero,
Poi che principi e signori,
Duchi, regi e imperatori,
Dame, conti e cavalieri
De’ suoi degni lavorieri
Vanno adorni in tutti i canti
Con superbi e ricchi manti,
E con habiti pomposi
Compariscono gratiosi
A la vista d’ogni gente,
Perché il tesser primamente
Fu trovato per vestire,
Per celare e per coprire
Quel ch’è illecito a vedere,
Perché pria, come le fiere
Soleano gir, gli huomini rudi,
Per i boschi scalzi e nudi,
Conversando, ne le selve,
Come bestie, con le belve,
Senza pure una creanza.
Ma poi ch’Aragne questa usanza,
O di lei Pallade prima,
Del telar trovò la scrima,
Lassar gli huomini i cinghiali
E i selvatichi animali,
E le frondi, e le verdure,
De le selve ombrose e oscure,
E quei siti aspri e deserti,
Ed essendosi coperti
Di bei panni, ed addobbati,
Cominciaro in vari lati
A fondar cittadi e ville,
E contrade, a mille a mille,
Onde, in breve, tutto il mondo
Si fe’ bello, almo e giocondo.
Ed i studi e le dottrine,
Le virtù, le discipline,
Cominciaro a dar principio
E ciascun si fe’ mancipio
Da le rozze habitationi,
Come in ciò le opinioni
De gli antichi danno inditio.
Tal, che sol questo esercitio
Del ben viver die’ la forma,
E fu a gli huomini specchio e norma
Di proceder civilmente,
Onde poi andar sovente
Varie cose investigando,
E nel tesser ritrovando
Lavorieri alti e pregiati
Di velluto e di broccati,
Di damasco ed ormesini,
E cendadi, e rasi fini,
Tele d’oro preciose,
Con tant’opere industriose,
Che sarebbon longhe a dire,
Sì ch’io voglio riferire
Che ‘l telar fra tutti quanti
Gli esercitij, i primi vanti
Hoggi porta in ogni loco,
E però quivi per gioco
V’appresento una tessiera,
Qual vederete in che maniera
Si diporta nel telaro,
E con che atto, unico e raro,
Tra’ la spola fra le file,
E com’è tutta gentile
Nel menar le calcole anco,
Hor col destro, hor col pie’ manco,
Come qui hora vedete.
Ma il contrasto sentirete
Fra lei fatto e la fanciulla,
Che si gode e si trastulla
Sol di farla disperare,
Che da lei, per imparare,
Ogni giorno vian a scola,
Ed è detta Nesciola,
Che ben nescia, e a dir il vero,
Perché mai al lavoriero
Non si vuol avvicinare,
Ma sta sempre a sdormacchiare,
O far qualche bagatelle,
E se l’empie le cannelle,
Le scompiglia, over le asconde,
Per non farle, e poi risponde
A la mastra, se gli sgrida,
Anzi, par che sempre rida
D’ogni sua riprensione,
Onde, al fin, con un bastone
La maestra l’accarezza,
E li leva l’alterezza
Come quivi intenderete.
CONTRASTO
Nesciola, non dormire!
Ch’io ti giuro, in fede mia,
Se mi fai punto instizzire
Ch’io farò qualche pazzia.
Hor lavora, e tocca via,
Né far più ch’io l’habbia a dire,
Nesciola, non dormire!
Mastra mia, non mi gridate,
Ch’io fo più di quel ch’io posso,
Ma voi sempre mi mangiate
E d’ogn’hor mi sete addosso.
Io lavoro a più non posso,
E non so quel che vogliate,
Mastra mia, non mi gridate.
Il malan, che Dio ti dia,
Tu lavori! Ah, disgraziata,
Se sonnacchi tuttavia,
E sei sempre addormentata!
Ma col legno, sciagurata
Ti farò ben risentire:
Nesciola, non dormire!
Mastra mia, ditemi un poco,
Non ho empite le canelle,
E posta ho la carne sul fuoco,
E lavate le scudelle?
Ma voi sete una di quelle
Che giamai vi contentate,
Mastra mia, non mi gridate.
Ah, lenguaccia serpentina,
Quando festi tanti fatti?
Di’, ribalda, di’, assassina,
Di’ ben su, non far tanti atti.
Ma bisogna ch’io ti gratti
Ch’io non posso più soffrire.
Nesciola, non dormire!
Io vi dico a l’espedita,
Che voi sete fastdiosa,
E ‘l cervel vostro v’invita
A gridar per ogni cosa,
Ma s’io son si’ sonnacchiosa,
perche via non mi cacciate?
Mastra mia, non mi gridate.
Io lo vuo’ dire a tua madre,
Pria ch’io venga a tal effetto
E mostrar anco a tuo padre
Che da te viene il difetto.
Poi andrai a tuo diletto
Che con te non vuo’ impazzire.
Nesciola, non dormire!
Dite pur quel che volete,
Ch’io non ho di lor paura,
Perché san bene che voi sete
Fastidiosa oltre misura,
E di sì fatta misura
Che gridando v’ingrassate.
Mastra mia, non mi gridate.
Oh, che lingua maledetta,
Oh che lingua scellerata,
Par a te ch’ella s’affetta
A risponder, sta sfacciata,
Ma t’ho tanto comportata
Ch’io non posso più patire.
Nesciola, non dormire!
Oimè, mastra, non mi date
Ch’io sarò buona figliola,
Non più, oimè, che m’ammazzate,
Con le punte della spola,
Oimè, Dio, che ‘l sangue cola,
Oimè, mastra, non menate,
Mastra mia, non mi gridate.
Piglia questa, forfantella,
E quest’altra sul mostaccio,
Ed impara la dardella,
Di menar per tuo solatio,
Ma farò pagarti il datio,
Se mai più t’odo citire,
Nesciola, non dormire!
Non più, oimè, cara maestra,
Non più, oimè, ch’ormai son morta.
Oimè, Dio, l’orecchia destra,
Oimè il naso, oimè, che storta
Ho nel collo, a mastra accorta,
La vostr’ira ormai fermate.
Mastra mia, non mi gridate.
Farai tu più tal’errore,
Di più far chiacchiere tante,
Ti darà l’animo e ‘l core
D’esser più tanto arrogante,
Sarai più com’eri inante
Preparata a contraddire?
Nesciola, non dormire!
Oimè, no, maestra mia,
Anzi, ogn’hor sarò parata
Per servirvi tuttavia,
E honorarvi apparecchiata.
Che m’havete humiliata
Con le spesse bastonate.
Mastra mia, non mi gridate.
Horsù, dunque, ti perdono,
Leva sù, ch’io fermo il legno,
A la fe’, che questo suono
Fà ste nescie stare al segno,
Il baston è un onto degno,
Che ogni pazzo fa guarire.
Nesciola, non dormire!
IL FINE