COSMOGRAFIA
POETICA
Di nuovo ristampata
ALL’ILLISTRISSIMO
E REVERENDISSIMO
CARDINALE DE’ PEPOLI
Fra tante belle a Dio gradite e care
Stelle, ch’ ornan di Pietro il sacro choro,
E ch’illustrano il Santo Concistoro
Con lor luci divine, eccelse e rare,
Una sei tu, il cui bel raggio appare
Agli occhi de’ mortai con tal decoro
Che le perle (appo quel) le gemme e l’oro
Fosche son da mirare, e assai men chiare.
Stella piena d’amore e di dolcezza,
Cui ancor parmi in novo sole un giorno
Veder cangiarsi, e ciò si brama e spera.
E con il tuo splendor, la tua chiarezza
Esser guida (oh, che santo almo soggiorno)
PEPOLI (a l’altre) di sì regia sfera.
AL MEDESIMO
Vola la fama tua dal Borea a l’Ostro,
Illustrissimo heroe, con tanto honore
Che la tua chiara gloria, e ‘l tuo splendore
Rende felice e lieto il secol nostro.
Tali i tuoi merti son, che l’oro e l’ostro
Son bassi e vili a l’alto tuo valore,
E ‘l nome tuo, Ch’ogn’hor si fà maggiore,
Risuona homai fin sù ne l’alto chiostro.
E se si gloriò l’antica Roma
Per Marcello, Camillo, Oratio e Scipio,
C’hebber tante virtudi e gratie tante,
Bologna fin’ ad hor per te si noma
Lieta, e col tempo (per sì gran principio)
Spera esser gloriosa e trionfante.
COSMOGRAFIA
POETICA
DI GIULIO CESARE CROCE
Bramoso di vedere di parte in parte
Il mondo, l’ho girato in ogni via,
Ponendo a rischio ogn’hor la vita mia
Sopra l’onde del mar, fra velel e sarte.
E di quel, che Natura non comparte
A queste bande, ho fatto mercantia,
Facendola venir per lunga via,
Con gran sudor, fatica, ingegno e arte.
Trascorso ho tutto il globo de la terra,
E monti, e piani, e mari, e rivi e fiumi,
E quanto il cielo in sè rinchiude e serra.
Strane genti ho vedute, e stran costumi,
E mostri spaventosi, e fatto guerra
Con orsi e draghi, tra spelonche e dumi.
Genti che senza lumi
Vivono, ed altri ch’un sol’ occhio in testa
Tengon, e nudi van per la foresta.
Altri c’hanno la cresta
E ‘l becco torto, e cantan come galli,
Altri, dal petto in giù tutti cavalli.
Altri, che ne le valli
Vivono, altri in caverne e scure grotte,
Sotto aspri monti con perpetua notte.
Altri che vanno in frotte
Pe’ boschi, come serpi sibilando;
Altri, che come can vanno latrando.
Altri vanno ululando
Qual nottole, civette o barbagianni,
Altri, che al mondo sol vivono cinque anni.
Altri, che senza panni
Stanno sepolti vivi nell’arene,
nel sito ardente dell’aprica Siene.
Ho viste le Sirene,
Il can trifauce, l’Orca e la Chimera,
Ed ho fatto a le braccia con Megera.
Con la Sfinge una sera
Stetti, e mangiai un serpe a bolardello,
E mi diede da ber tosco e mapello.
Ho veduto l’avello
Dov’è rinchiuso il corpo di Medusa,
E i serpi horrendi, ch’a portar era usa.
Lo spirto di Lanfusa
Vidi una sera in groppa d’un montone,
Scorrer per aria sopra il mar Leone.
E con Demogorgone
Stei più d’un hora un giorno a parlamento,
Poi arrivai a l’isola del vento.
Ma d’indi, in un momento,
Soffiato indietro fui, con tal ruina,
Ch’io fui portato a l’isola di Alcina.
Vist’ho di Fallerina
L’horto, a là dove incantato brando
Le tolse (suo mal grado) il fiero Orlando.
E così costeggiando
Veduto ho la riviera, ove Medea
Fuggendo il padre, il frate morto havea.
Ne la selva Grinea
Veduto ho l’ombre de’ poeti, e molti
Ne riconobbi per quei luochi folti.
E per paesi incolti
Girando, vidi il crin de la Fortuna,
E gli Arcadi più antichi de la Luna.
Parnaso, ove s’aduna
Il choro de le Muse, e ‘l sacro fonte
Dove s’honora il padre di Fetonte.
Veduto ho l’alto monte
D’Atlante, e de l’Egira tutto il lido,
Dove già un tempo s’adorò Cupido.
Ho visto Papho, e Gnido,
Ed il paese dove nacque Bacco,
E la grotta dove i buoi nascose Cacco.
Ho veduto Lampsacco,
Dove sacrificare anticamente
Soleva a Priapo l’asin quella gente.
Ho veduto il tridente
Di Nettuno, ed insieme il loco ho visto
Dove già in orsa si cangiò Callisto.
Anco il paese tristo
Dove Corone si mutò in cornacchia,
Talo in perdice, che sovente gracchia.
Vedut’ho su una macchia
Il crudo Terreo in upupa converso,
E Filomena far dolente verso.
Itis andar disperso,
In forma di fiagiano, ed il thesoro
Di Mida, e u’ Dafne si cangiò in alloro.
Veduto ho il pomo d’oro
Che ‘l pastor frigio diede a Citharea,
Onde ne nacque poi guerra sì rea.
De la selva Neemea
Ho veduto il leon fiero e tremendo,
E ‘l porco Calidonio aspro ed horrendo.
L’altissimo e stupendo
Cavallo di Sinone ho visto ancora,
Ed albergato in casa de l’Aurora.
Il vaso di Pandora
Ho veduto, e la cetra di Anfione,
Tutta stemprata, e ‘l corno di Tritone.
Ho veduto il tizzone
Di Meleagro, e i pomi d’Atalanta,
E Mirrha convertita in dura pianta.
Di Circe tutta quanta
L’isola ho vista, e dove il saggio Ulisse
Ne l’occhio al fier Ciclope il ferro affisse.
La lancia che trafisse
Cigno, qual si vestì di bianche piume,
E di morir cantando è suo costume.
Del mal rettor del lume
Il carro vidi tutto fracassato,
E lo scoglio in cui Licha fu cangiato.
Narciso tramutato
In fiore ho visto, e dove in freddo humore
Bibli cangiossi per incesto amore.
Adon mutato in fiore,
Ati in pino, Aci in fiume e Batto in sasso,
E dove Nesso fu di vita casso.
Veduto ho il cane e il lasso
Di Paride, con cui solea talhotta
Per le selve cacciar le fiere in frotta.
Il loco, ove a la lotta
Fece il feroce Alcide e ‘l forte Anteo,
E ‘l folgore ch’uccise Capaneo.
La nave che già feo
Tiphi, per gire a l’isola di Colco,
E ‘l campo ove Giason fece il bifolco.
Ancor, l’aratro e ‘l solco
Che fece Cadmo, e i denti del serpente,
E dove Scilla il padre fe’ dolente.
Veduto ho parimente
D’Icaro l’ali tutte spennacchiate
Per non seguir del padre le pedate.
E le ricche contrate
Ho visto, ov’eran gli horti d’Alcinoo,
E dove Hercol tre’ il corno ad Acheloo.
Là dove Perithoo
Fe’ la gran pugna col crudel Centauro,
E di Pasiphe ho visto il Minotauro.
E dove in pioggia d’auro
In grembo a Danae Giove si converse,
E dove in mar Leandro si sommerse,
E la sorella d’Herse
Cangiata in sasso, ed ho vista la pelle
Del monton, che portò già Friso ed Helle.
E dove le sorelle
Di Fetonte già fero amaro pianto,
Che ‘l re de’ fiumi poi ornaron tanto.
Vist’ho di Radamanto
Il palazzo, e quel d’Eaco e di Minosse,
E ove Tiresia in femmina cangiosse.
Son stato su le fosse
De l’intricato e scuro Labirinto,
E vist’ho dove in fior si fe’ Giacinto.
Veduto ho tutto il cinto
De l’horto hesperio, u’ sono i pomi d’oro,
E ‘l drago horrendo posto in guardia loro.
Veduto ho dive in toro
Giove cangiossi, in ripa a la marina,
Quand’Europa fe’ dolce rapina.
Ho vista la fucina
Del zoppo fabbro, dove a ogni stagione
Battono i magli Bronte e Piragmone.
Vedute ho d’Atteone
Le corna, e gli horti ne l’aria sospesi
D’Adonide, e di lor gran cose intesi.
E pure in quei paesi
Gli ministri del sonno ho visto in tanto,
Quai sono Morfeos, Fabetore e Fanto.
La selva d’Eromanto
Ho vista tutta, e gli arbori del sole,
E là v’è Amone il Daramanto cole.
L’alta superba mole
Del Colosso di Rhodi, e d’Hippocrene
Il chiaro fonte, e ‘l gran studio d’Athene.
E quanto gira e tiene
Di Menfi il muro, e la città di Pilo,
E tutte le piramidi del Nilo.
Ho ancor veduto il filo
Col qual del labirinto uscì Theseo,
E ‘l dolce plettro del famoso Orfeo.
Ho visto Briareo,
Il crudel Diomede, e ‘l fier Busiri,
Tantalo, Lichaon, e l’arco d’Iri.
Veduto ho fra gli Assiri
Un teatro, c’havea mille e trecento
Colonne, e tutto d’oro il pavimento.
E se ben mi rammento,
Veduto ho il tempio di famoso grido
Ch’a Giuno eresse la regina Dido.
Son stato dove il nido
Fa la Fenice, e visto ove s’accende
Quando nel rogo nuova vita prende.
Son stato ove non splende
Il sole, e u’ son l’acque ogn’hor gelate,
E dove si sta sotto perpetua estate.
L’isole Fortunate
Ho viste, e gli Arimaspi, e tutti i liti
De’ barbari crudeli e gli empi sciti.
Vist’ho gli Ermafroditi
I Caleidensi, gli Astomi, gli Achei,
gli Artabati, i Cureti gli Arinfei.
I ricchi Nabathei,
Gli Panfiglij ingegnosi e i Battriani,
Gli Derbici, gli Corcirei, gl’Hircani
Che fan mangiare a i cani
I lor defonti, e visto ho i sospettosi
Bitinij, e i Boeti furiosi.
Veduto ho gli schivosi
Budini, che si pascon di pedocchi,
E i Cauci, che sol vivon di ranocchi.
Ho veduto con gli occhi
Gli Agresti, Paramesidi e i Pandori,
Che prima son bianchi, e poi doventan mori.
I Marsi domatori
Di serpenti, e gli scopedi, che stanno
Al sole, e con un piede ombra si fanno.
L’hinospital Britanno
Ho visto, e il Medio gran cavalcatore,
E ‘l Mando, di locuste mangiatore.
Ancho il saettatore
Leuco, col lusitano invidioso,
Ed il Lacedemonio bellicoso.
Il vago e delitioso
Ionico ho visto, e ‘l Lido taverniero
Col falso Megarete e mpio e severo.
Il Taprobano altiero
Ho visto, col Mosineco spietato,
E ‘l Parian gentile e delicato.
Ancora il fortunato
Lothofago ho veduto, con l’audace
E fiero Sogdio, e ‘l smemorato Thrace.
Il Tartaro rapace,
Il Numida spietato ed il Norico
Di fero ricco, e di militia amico.
Il Cilicio nimico
Del riposo, e di furto così vago,
E quante gemme ha in sen Pattolo e ‘l Tago.
Vist’ho un antropofago,
E le spelonche in cavi sassi, e duri
De’ Trogloditi intrepidi e sicuri.
Ho visto i laghi oscuri
Di Stige, di Cocito e Caronte,
L’horrenda Cimbra e l’onde di Acheronte.
Averno, e Flegetonte,
L’augel di Titio, e ‘l seggio di Plutone,
E la ruota rigirata da Issione.
Ed in conclusione,
Girato ho questa sfera d’ogn’intorno,
Sin dove nasce, e dove muore il giorno.
Al fine ogni contorno
Havendo visto, e ricercato tutto
Il mondo, hora con spasso, hora con lutto,
Per trar qualche costrutto
Del gran viaggio e de la lunga via,
E non haver gettato il tempo via,
Di varia mercantia
Son ritornato carico, secondo
Le profession de l’arti, che pel mondo
Si fanno atondo, atondo.
E di Spagna ho condotti de’ metalli,
E d’Eolia finissimi christalli,
Ho condotto cavalli
Di Polonia, Moscovia e di Croatia,
E del miglio ho portato di Sarmatia.
De l’oro di Dalmatia,
Cotoni fini e rari di Soria,
Crini di Lidia e nitro d’Albania,
E de la Schiavonia,
Assai schiavine, e pece di Noricia,
E pepe e zafferano di Cilicia.
Porpore di Fenicia,
Tappeti rari e fin di Babilonia,
E de l’allume ancor di Macedonia.
E de la Paflagonia
Del bosso, e d’Alessandria assai spalliere,
E d’Attica ho condotto de le cere.
Portato ho delle vere
Perle d’Oceano, e di Levante
Muschio, e di Creta frezze non so quante.
De l’isola del Zante
E di Candia ho condotto ottimi vini,
E di Fiandra assai panni buoni e fini.
Gemme da li confini
Di Taprobana, e Lane di Miletto,
E di Numidia marmo bianco e schietto.
Di Sparta un bossoletto
D’alabastro ho portato, e de le rose
Di Pesto, molto grate e odorose.
E frutte saporose
Di Mauritania, ed ho portato fiori
Di Papho, e de l’Arabia mille odori.
Di più sorte colori
Uccelli ho ancor condotti in ste contrade
Da l’isole Felici, ovver Beate.
Polvi soavi e grate
Tolto ove stava l’amorosa dea,
E balsamo ho portato di Giudea.
E fin di Galilea,
Palme, e cedri di Libano, e fagiani
Di Scitia, e di Sicilia molti grani.
Di Francia vari cani,
E mele d’Hibra, e pigne di Licea,
E incenso, colto a l’isola Sabea.
De la selva Neemea
Strani animali e vari di Corinto,
Di Palestina gomma e terebinto.
E fin dal labirinto
Di Dedalo ho condotti in ste confine
Alti cipressi, e piante pellegrine.
Mirra dalle colline
Trogloditi ho tolta, e avorio fino
D’India ho portate, e conche di Lucrino.
E smeraldi, vicino
Eritrea tolti, e tratti in queste strade,
E d’Africa ho condotte molte biade.
Ambri in gran quantitade
Ho qua portati, tolti in Etiopia,
E d’Assiria bambagio in molta copia.
E con mia industria propria
Di Nebride ho condotte molte pelle,
Vasi di terra ed altre cose belle.
Di Pithecusa, e quelle
Guidate in queste parti, e oglio chiaro
Di Vanaso, e d’Armenia amomo raro.
Condotto ho de l’acciaro
Di Damasco, e per far maggior profitto,
Ho portato de l’herbe fin d’Egitto.
D’Arcadia il cammin dritto
Pigliando, ho latticinij qua portati,
E frutti molto cari e delicati.
E poscia ricercati
Ho i siti de l’Italia similmente,
spendendo de’ miei soldi il rimanente.
E tolto ho primamente
Sproni di Reggio, e aghi di Milano,
Raso lucchese e vetri da Murano.
Carta da Fabriano,
Velluto di tre peli genovese,
Tela cremasca e sarza cremonese.
Velluto ferrarese,
Tagliato ad opra in varie fogge belle,
E maschare da Modona, e rotelle.
D’Urbin varie scodelle
Di terra, nobilmente figurate,
E di Bitonto, olive al gusto grate.
Corone profumate
Di Roma, e stringhe, borse e saponetti,
Di Napoli, odoriferi e perfetti.
E forbici, e stuzzetti,
Di Brescia, lavorati a la zimina,
E seta di Montalto, rara e fina.
Di Nardò bambagina,
broccato e raffa fina di Fiorenza,
E piatti lavorati di Faenza.
Theriaca d’eccellenza
Fatta a Tortona, e specie venetiane,
Berrette veronesi e padovane.
Calzette mantovane,
Di seta bianche, nere, rosse e gialle,
E lame fine, fatte a Saravalle.
Del Regno, assai cavalle
Di buona razza ho tolte, e assai stalloni,
Per far corsieri a tutta prova buoni.
Così in tutti i cantoni
Ov’io son stato, e in ogni parte e loco,
Di quel che qua non nasce ho tolto un poco.
Sperando in tempo poco
Sopra tal merci far guadagno tale,
Se la spesa non rode il capitale,
In breve, esser uguale
A qual si voglia pratico mercante,
C’hoggi cavalchi il Ponente e il Levante.
E perché dopo tante
Fatiche, a la mia patria salvo e sano
Son gionto, di paese sì lontano,
Faccio palese e piano
A chi ha bisogna di tal mercantia,
Se vuol trovarmi a la bottega mia
Venghi dritto a la via
De’ Malcontenti, e batta a le mie porte,
Ch’io sto a l’insegna de la Poca Sorte.
IL FINE