DIALOGO
piacevolissimo
fra li duoi costumatissimi e ben crea-
ti M. Asino e M. Porco
sopra l’abbondanza de’ meloni
Per la quantità di guscie che essi ritrovano
per la strada.
Asino
Che vi par, messer porchetto,
Noi potrem pur far banchetto,
De’ meloni a tira panza,
Che ve n’è grande abbondanza.
Veramente che quest’anno
Potremo far s’io non m’inganno,
Al ventron tirar la pelle,
E dar mancia alle budelle.
Non è luoco ov’unque io vada,
Che di scorzi pien la strada
Non ritrovi, anzi le masse,
Che m’allegran le ganasse.
Ben ti dei esser pasciuto
Perché sei molto panciuto,
E potrai sonar la lira,
Perché il basso molto tira.
Non la lira, ma il violone,
Anzi, dar fiato al trombone,
E sonare un madrigale
Su la chiave universale.
Anch’io tengo, car fratello,
Sì tirato il mio budello
Che si sente da per tutto
Rissonar il mio liutto.
Questa mane il mio patrone
Me n’ha dato un gran cestone,
E n’ho tolto sì gran presa
Che mi sta la pancia tesa.
Senti un poco il mio tamburo,
Car fratel, com’egli è duro,
Ma fà pian, che nel calcare
Non mi fessi disconciare.
Oibò, porco, tu m’hai dato
Sotto il naso un po’ di fiato,
Fatti in là, che tu m’ammorbi,
Che mangiar ti possa i corbi.
Non ti dissi che toccassi
Destramente, e piano, i tasti?
Ch’ogni poco che stringesti
Il liuto scorderesti.
Senti ancor tu un poco il mio,
Ma non far com’ho fatt’io,
Che per troppo haver calcato
M’hai un poco profumato.
Oh, che pancia dura c’hai,
Poverel, tu creparai,
Se al mangiar non vai più lento,
E ancor tu m’hai fatto vento.
Gli è un sospir, che m’è scappato,
Ch’io non son sì mal creato
Che facessi un atto tale,
Con un mio fratel carnale.
Si, si, tirala a tuo modo,
Ma ti dico che sì sodo
Hai la panza, c’ho paura
Che non facci qui bruttura.
No, fratel, non dubitare,
Che più t’habbi a disgustare,
Ch’in mezz’hora havrò padito,
E il ventron alleggerito.
Veramente, fratel caro,
Questo è un anno molto raro,
per noi bestie, pe i gran frutti
Che la terra n’ha produtti.
Ancor’io da poi ch’addosso
Porto il basto, dir io posso
Che mai vidi frutti tanti,
Abbondar per tutti i canti.
Questo è un anno veramente
Da passar allegramente,
Né timor vi è che di fame
Morir possin gli bestiami.
Fin a i gatti le budelle
De’ melon tirar la pelle
Fansi l’oche ed i pavoni
Si fan grassi a tai bocconi.
Se sentissi i miei patroni
C’hanno un campo di meloni,
Far’un pianto disperato
Perché sono a buon mercato.
Veramente han gran ragione,
Che già un grosso e bel melone
Solean vendere un carlino,
Hor non vale un bolognino.
Anzi, n’han tanta abbondanza
Ch’ogni giorno glie n’avanza,
E più presto che calarli
Alle bestie voglion darli.
Tanto s’erano avviati
A pigliar doble e ducati,
Questi altr’anni, c’hor di strano
Pargli haver sì poco in mano.
Questo è istinto naturale
Del villan, che quanto vale
Più la roba, allhor più canta,
Né d’haverne mai si vanta.
Ma quest’anno son restati
I meschin tutti gabbati,
perché questa è la stagione
Che ci empiam tutti il ventrone.
Eh, fratel, s’ella fioccasse
Giù dal ciel a masse a masse,
Come ogn’un brama e desìa,
Se n’andrà la carestia.
Sai perché, caro fratello?
Il villan è un tristo uccello
Che mai dà una buona nuova,
Ma ogn’hor mesto si ritrova.
Se ben vede la campagna
Piena, ogn’hor si duole e lagna,
Che nel campo è chiaro il grano,
E che d’uva si spera invano.
E così, mirando questo,
Al patron tanto è molesto,
Che serrar gli fa il granaro,
Perché il gran si venda caro.
Horsù, via, sguazziam pur noi,
E ogn’un facci i fatti suoi,
E accordiam ben la chitarra,
Che di guscie havrem le carra.
Di meloni romagnoli
Quanto credi che n’ingoli?
Ma se ben paion palloni,
Sono insipidi e mal buoni.
L’altro dì in un campo entrai
Di meloni, e ne mangiai
Tanti, e sì passai il segno
Ch’all’uscir parevo pregno.
Ancor’io feci l’istesso,
L’altro dì, ma l’interesso
Ne pagai, perché il patrone
Mi toppò con un bastone.
Horsù, resta car fratello,
Che ‘l patron porta un cestello
Pien di guscie nell’aibuolo,
Ch’a mangiar le vado a volo.
Va' in buon’hora, ch’ancor’io
Andrò a fare il fatto mio,
Perché là ne vedo un cesto,
Ch’andar voglio a far del resto.
IL FINE