DIALOGO
FRA MADONNA PRESSIA
Maestra da scuola,
Sua discepola.
Discepola:
Dia il buon dì, madonna Mestra.
Maestra:
Oh, tu merti una minestra!
Ti par hora, mattazzola,
Di venir adesso a scola?
Guarda un poco s’a buon’hora
E’ venuta la Pandora,
La Laurina e Pavolino,
E Christoforo e Carlino,
La Lucretia e la Prudentia,
La Sulpitia e la Clementia,
La Febronia e la Diamante,
E quest’altre tutte quante.
Discepola:
Mia madonna m’ha mandata
Da madonna Diodata,
A pigliar la naspa in presto,
Ch’ancor io venìa più presto.
Maestra:
Sì, sì, trista è quella Musa,
Che non sa trovar sua scusa,
Horsù, va’, siedi al tuo loco
Che ragion farem fra un poco.
E’ venuta anco l’Orsina?
Discepola:
La non vien questa mattina,
Che sua madre l’ha menata
Seco a tender la bucata.
Maestra:
Horsù, vadi pur perdendo
Le giornate, a fe’, ch’io intendo
Di voler la mia mercede,
Se ben poco ella si siede.
Horsù, cuci Emerentiana,
Dov’è gita la Rossana?
Va’ al tuo loco, Barberina,
Non ti mover, Caterina.
Leggi un poco, Galeazzo.
Discepola:
Mestra! Alberto mi da’ impazzo
Maestra:
Se nol lassi stare, Alberto,
Ti staffilarò di certo.
Dove guardi tu, Flaminia?
Dagli innanti un po’, Tarquinia.
Fatti indietro Polissena,
E da’ loco a Maddalena.
Isabella! T’ho ben vista!
Non far veglia, Giambattista,
Lassa star quel can, Valerio,
Franceschin, dov’è il salterio?
Io ti vedo, Gabriello,
Che tu giochi col cappello,
Ferma un poco i piedi, Lelio,
Discepolo:
Non mi movo, gli è Cornelio
Maestra:
Cesarin! Dov’è la tola?
Discepolo:
Io non l’ho portata a scola.
Maestra:
Tu sei spesso su sto ballo,
Monta un poco su a cavallo.
Discepolo:
Oimè, mestra, oimè! Non più!
Maestra:
Ah, furbetto, to’ pur su!
Discepolo:
Non mi date, oimè, più no,
Che doman la portarò.
Maestra:
Quante volte tornerai,
E che tola non havrai,
Col staffil ti batterò,
Ma i bragon ti slaccerò.
Vieni innanzi, Scipione,
Ch’io ti dia la letione.
Similmente tu, Marina,
Dove havete la Dottrina?
Discepoli:
Io l’ho quivi. Ed io la mia.
Maestra:
E la tua dov’è, Lucia?
Discepola:
Io l’ho qua, ma gli è stracciata,
Tutta frusta e male andata.
Maestra:
Io non so già chi mi tegna
Che co’ pugni non t’insegna
Di stracciar così le carte,
E a mio modo ricamarte.
Porta in qua il tuo libro, Ersilia,
E va’ lì dalla Pompilia,
O da Laura, che t’ascolta,
Sù, finiscila una volta.
Discepola:
Dì ben su, cervel di gatta,
Mestra: lei non ne sa patta,
E m’uccella, e mi fa beffe.
Maestra:
E tu, dagli un buon berleffe.
Horsù, va pur, studia il resto
Ch’io ti dico e ti protesto,
Che per fin tu non la fai
A disnar tu non andrai.
Studia l’abaco, Sempronio,
Tu le regole, Apollonio,
Dì su, Flavio, quel sermone,
Va’ più adagio, strampalone.
Guarda sul tuo libro, Anselmo,
E tu, siedi giù, Guglielmo,
Io ti sento ben, Torquato,
Dì più basso, Giandonato.
Par ch’io senta una cianciera,
Che ragiona di maniera,
Che non s’ode nulla qua,
Gli è Lauretta, eccola là.
Discepole:
Non son io, ch’ell’ è la Cinthia.
Non è ver, ch’ell’è l’Orinthia.
Questo no. Gli è la Gentile.
Maestra:
Io il saprò con il staffile.
Discepole:
Oimè, mestra, oimè, oimè.
Maestra:
V’ho trovate, per mia fe’.
State chete, forfantelle,
Ch’io vi gratterò la pelle.
Ancor tu le havrai, Fulgentio,
Se non taci, e tu Florentio
Oh che savo putto è Florio,
Al contrario è bene Honorio.
Hor venite tutti innanti,
Su, su, arrender tutti quanti
Su, Susanna, su Speranza,
Su Virginia, su Costanza,
Su Innocentia, su Vittoria,
So Servilia, ov’è la Floria?
Fatti innanzi Marcellino,
Lucio, Ambrogio ed Alfonsino.
Anna, ascolta un po’ l’Eugenia,
E tu Silvia l’Efigenia,
E s’a sorte non la sanno,
I buffetti giocaranno.
Su Valeria, su Camilla,
Su Letitia, su Lucilla,
Va’ dall’Alda, Faustina,
Tu Sofia dall’Antonina.
Dì ben prsto, Oratijno,
Ch’io vo’ per darti un quattrino,
Horsù, basta fino al B
Doman poi andremo al G.
Vieni innanzi, Lodovica,
O tu duri gran fatica,
Tu non devi haver guardata
La letione, ahi sciagurata!
Dì su forte, ch’io ti senta,
Costei vuol ch’io la resenta,
Non mi far l’occhio bizzarro,
Ch’io ti bagnerò il catarro.
Guarda un po’ che bestiola
Ch’è la più vecchia di scola,
E ci venne innanzi a ogn’uno
E sa manco di nessuno.
Horsù, serra quella bocca,
E và a casa a tor la rocca,
Che sei nata per filare
Non per lettera imparare.
Hor c’havete arreso tutti,
Gite a casa, e andate tutti
Per le strade honestamente,
Né sia alcun che sia insolente.
E ciascun, con atto humano,
Con la sua berretta in mano
Il buon giorno dia a sua padre,
Parimente anco alla madre.
Tu, Carlin, come dirai,
Quando a casa giongerai?
Carlin:
Io dilò e falò così:
“Madle mia, vi do’ il buon dì”.
Maestra:
Oh, tu sei un buon puttino.
Io ti vo’ dare un cocchino,
Dallo poi alla mammina,
Che tel cuoca domattina.
Horsù, andate a desinare,
E non state più a tardare,
E chi prima tornerà,
Una bella cosa havrà.
Gran patienza vuole in vero
Un, che facci tal mestiero,
Che l’udir tanto ciambello,
Spesso tol giù di cervello.
Io mi trovo sì balorda,
Che par proprio ch’io sia sorda,
E mi va’ il cervello a spasso,
A sentor tanto fracasso.
Poi che sono andati via,
Và, apparecchia, Anastasia,
Che levate siam da tola
Pria che tornano alla scola.
IL FINE