DONO
OVER PRESENTE
CAPRICCI BIZZARRI,
Mandato da un humor fantastico
di Fiera alla sua dama;
con il disegno di una spalliera in grottesco
alla burchiellesca
Ed un sonetto molto curioso nel fine
AL MOLTO ILLUSTRE
Sig. e patron mio osservandiss.
Il Sig.
GALEAZZO
BONASONI
L’occasione della piacevolissima Fiera la quale ogni anno in questo giorni s’usa di fare in questa nobilissima città, sì per diporto e sollazzo delle dame e de’ cavalieri di essa, come anco per traffichi e negotij mercantili che si fanno, m’ha mosso a dare in luce questa mia fantastica compositione, fatta a proposito di detta Fiera, come chi leggerà potrà comprendere; e questo faccio acciò che quelli che si dilettano di curiosità, vedano quante strane chimere di continuo produce la mia Musa allegra e gioviale. Ma perché non giova solo il piantar la vite, se ancora non se gli provvede (come già disse quel gran poeta) di palo a cui s’appoggi, o piante, ho fatto pensiero d’appoggiare anchor’io questa mia vite, tolta da gli ameni colli di madonna Poesia al palo della gentilezza e cortesia di V.S. M. Illust., tenendomi certo che con l’ombra delle sue rare virtù darà succo tale a i grappoli suoi, che per aspri ed acerbi che i si siano, gli renderà grati ed amabili al gusto di tutte le genti, e mi rendo sicuro che per la sua solita bontà aggradirà questa mia operetta, per divota rimembranza della servitù ch’io tengo con lei, e che a guisa di quel famoso e magnanimo re, non sprezzarà la singola rapa, nata fra le inculte zolle de’ miei stravaganti humori, ma che solo mirerà al puro affetto del buon animo mio, con il quale sarò sempre pronto a servirla. Le bacio dunque, con ogni riverenza, la mano e le prego da N. S. Iddio ogni contentezza.
Di Bologna il dì Agosto 1597.
Di V.S. Illustr.
Devotiss. Serv.
Giulio Cesare dalla Croce
PRESENTE
Di varij capricci , mandato da un’hu-
mor fantastico e bizarro di Fie-
ra alla sua dama.
Madonna, son tornato di Levante,
Dove ho cercato queste parti e quelle
Ed ho portato mille cose belle,
Ch’a voi le rappresento tutte quante.
Prima vi mando l’ombra di un gigante,
Di quei che mosser già guerra a le stelle,
Qual fu cavato fuora de la pelle
D’un cugin del battaglio di Morgante.
Mandovi anchor a dentro un scatolino
Le lusinghe d’Amor fatte in terzetto,
Con la sua fodra sotto d’ormesino;
Ed aggroppato dentro un faccioletto
Una fantasma, tinta nel verzino,
Nasciuta d’una fata e d’un folletto.
Anchora un bossoletto
Di quell’unguento con il quale Medea
Ringiovenir già gli uomini facea;
Ed in lingua Caldea
Un libretto di foglie di lattuca,
Scritto da un topo e da una tartaruca;
Ed una sanguisuca,
Che sa serrar le stringhe, e una civetta
Che corre in posta e suona la cornetta.
Una grassa porchetta
Mandovi, molto rara ed eccellente,
Qual sa la ianua e ‘l rudibus a mente;
Anchor vi fo presente
D’un bel saltamartin tolto a Damasco,
Che suona sul liuto il bergamasco;
Item vi mando un fiasco
Di vin perfetto e raro, fatto a sacco
Qual fu colato da le man di Bacco;
Di più, vi mando un bracco
Qual sa far da trastullo e tener scola,
E sonar di trombone e di viola;
Vedrete una gazzuola
Tolta in le parti de la Trapobana,
Che salta, balla e corre la quintana;
E di là da la Tana,
Portovi un cucco verde ed azzurrino,
Che gioca a trucco, scacco e sbaraglino;
Anchora un passerino
Che canta ne la lira tutto il giorno:
“Vestiva i colli e la campagna intorno”;
Our ancho in quel contorno
Tolsi un fringuello, che giocava di scrima
E un anedrotto che compone in rima;
E havrete quanto prima
Un gufo molto esperto in medicina,
Che s’intende benissimo d’orina;
Item una gallina
Con quattro creste, tolta in parti strane,
Che fila, tesse, cucie e fà del pane;
Mandovi ancho due rane
Qual già solevan star per damigelle
Con la moglie del re delle sardelle,
Che cantan villanelle,
Mottetti e madrigai di Cipriano,
di Iaches, d’Archadelt e d’Adriano;
Un gatto soriano
Qual sa predir, guardando nella ciera,
A tutti quanti la sua sorte intiera;
Una cornacchia nera,
Ch’in recitar commedie è sì soprana,
Quanto sia l’Isabella o la Diana;
Un’unghia de l’alfana,
Che cavalcava il re delle marmotte,
Nel tempo ch’ei pativa de le gotte;
E tolsi in certe grotte
Un schiratol col pelo di cangiante,
Che sa far l’alchimista e ‘l negromante;
E sotto il monte Atlante,
Tolsi una ruca, che sa cucinare,
E far bottoni e frangie e ricamare;
Anchor vi vo’ donare
Un passer solitario bianco e nero,
Qual già facea il sartor, hor fa il barbiero;
Item un sparviero,
Che fu già del re Mida cortigiano,
E poscia scalco del gran Tamburlano;
Un moscon indiano
Mandovi, molto raro oltra misura,
Che lavora d’intaglio e di pittura;
Ed ogni gran figura
In quattro pennellate colorisce,
Gli dà l’aer, l’ombreggia e la finisce,
S’alcun non l’impedisce.
Ancora v’appresento una lumaca
Che fa l’oglio di sasso e la triaca;
E quando ch’ella caca,
Caca muccar rosato, e cotognata
E con le corna volta l’insalata;
E fu salariata
Dal re de’ corvi appresso al lago Averno,
per dispensiera, e donna da governo;
E un spirto dell’Inferno
Mi diede un di quei nodi di Minosso,
Che fà invisibil chi lo porta addosso;
Mandovi un pezzo d’osso
De la mascella di quel fier leone
Ch’uccideva in Neemea tante persone;
Del misero Attheone
Mandovi un po’ di corno in un anello,
Con tutte le malitie di Brunello;
Un pezzo del scalpello
Di Fidia, e quattro penne di Cupido,
Con le bellezze della dea di Gnido;
E, tolta dal suo nido,
Una Fenice con le penne d’oro,
E ‘l pianto che fe’ Tisbe sotto il moro;
Tre muggiti del toro
Di Pasife lasciva e bestiale,
E ‘l latrato di cerbero infernale;
Un pezzo de lo strale
Di quello che Pithon mandò in ruina,
Anco di Pan vi mando la sordina;
Un po’ de la fucina
Del zoppo fabbro, e seco una gran parte
De le bravure e del furor di Marte;
Mandovi anco con arte
Tutte le forze d’Hercole in un vaso,
Con quattro salti del caval Pegaso;
Del fonte di Parnaso
Un poco d’acqua, e un pezzo di cometa
Che mi fu data in l’isola di Creta;
E di Medusa inquieta
Quattro capelli, avvolti attorno un stecco,
E dell’arbor di Dafne un ramo secco;
Un’ala e mezzo il becco
De l’uccel che straziava a Titio il core,
Havuto da Proserpina in favore.
Un poco del colore
Del bel Narciso, e la pugna d’Anteo
Con duo denti, e una costa d’un pigmeo,
De la lira d’Orfeo
Il suon vi mando in una panirola,
E d’Aragne le calcole e la spola;
Ancola la viola
Che suona Anfion’ e ‘l ciuffolino
D’Apol, quando faceva il contadino;
E dentro un pentolino
Il cervel d’un Antipodo e ‘l coltello
Ch’al sciocco Marsia rovesciò il mantello;
Un drappo molto bello
Tessuto dalla vaga Filomena,
Nel qual si vede tutta la sua pena;
Item, d’una sirena
Mandovi il canto, chiuso in un boccale,
E di Liombrun la suola d’un stivale;
Un dente del cinghiale
Di Calcidonia, e un pezzo del tizzone
Che Meleagro tramutò in carbone;
Poi in conclusione
Mandovi un formicon molto discreto,
Qual fu d’Achille camerier secreto;
Ed è un humor faceto,
Che conta burle, baie e cantafole,
E vive sol di grilli e parpagliole;
E forma le parole
Schiette, e ragiona todesco e francese,
Ungar, polacco, spagnuolo e inglese;
E vi farà palese
Il parlar greco, turco e transilvano,
Hebraico, arabo, perso ed indiano;
Tartaro e sericano,
Svizzar, fiammengo, schiavon’ e moresco,
Cingar, tosco, latin, zergo e furbesco;
Poi farà suso un desco
Mille giuochi di mano e stravedere,
Mangiar foco, pugnali e spade intiere;
Tal c’havrete un piacere
Più dolce, più gentile e più garbato,
Che da par vostra mai si sia gustato;
Però non sia sprezzato
Da voi questo presente, anima mia,
Che ‘l cor vi dono seco in compagnia,
Acciò che sempre stia
Col vostro unito, incatenato e stretto,
Che più sarà sicur nel vostro petto.
SPALLIERA
IN GROTTESCO
ALLA
BURCHIELLESCA
DELL’ISTESSO
Vorrei, pittor gentil, che col pennello
Mi dipingesti in questa mia spalliera
Quattro sospiri a peso di stadera,
Che disputasser contra un ravanello;
Poi una testa con poco cervello,
Che fesse foco a un pentolin di cera,
E tre creanze in groppa a una lettiera
Guarnite attorno d’ombra di vasello.
Poco discosto del color’ istesso
Un gamaut, che mostri a le persone
L’eclisse sopra un asino di gesso.
Sedici rutti a quattro per cantone,
Con l’interrogativo d’un processo
Chi finischino il canto in scimitone.
Poi, sopra un cornicione,
Dipingete una gatta coi stivali,
Che suoni un saltarello a dui boccali,
E vi sian tre orinali
Vestiti da pastor co i berrettini,
Che dian la burla a dui versi latini,
E tre saltamartini
Che chiusi dentro un capezzal di penna
Cantino il fatto d’arme di Ravenna,
E sopra d’un’antenna
Fate un allocco di carne salata
Che mostri quando Troia fu abbrugiata,
E un bossol di pomata
Che meni su un caval di gelatina
Le calende di maggio all’hosteria,
Poi fate una bugia
Tutta di vetro, bagnata in aceto
Che di ala fuga a un lunedì d’abeto,
E in atto mansueto
Fingete un basso unito col tenore,
Che suoni da lontan le quindici hore.
Ancora son d’humore
Che fate duo perche con i suoi nasi,
Che tirino le calze a “forsi” e “quasi”,
Con duo galletti rasi,
Che faccino alla lotta in mezzo un prato,
Con dui sternuti di gatto affreddato.
E un luzzo infarinato,
Con due rocchate si stoppa di lino,
Piglino la tenuta d’un molino;
E dentro un borzecchino
Quattro scinghiozzi fessi da una banda,
Con le braghesse di tela d’Olanda,
Poi con la sua mutanda
Cinque distongi ed un nominativo,
Che giochino a gilè con un dativo;
Ed un accusativo
Sopra un foglio di carta da impannare,
Ch’insegni l’alfabeto a due ghiandare;
Poi dipingete un mare
Che sia senz’onde, e un fosso senza riva,
Con duo grugni di porco in prospettiva;
Fate anche, a suon di piva,
L’Italia, con i piani e le montagne,
Intarsiata di fumo di lasagne,
E che per le campagne
Una caccia vi sia di caprioli,
Ma tutti sian formaggi romagnoli;
Con dui o tre fagiuoli
Vestiti da pedanti a la moderna,
Che nettino la ghianda a una lanterna;
E acciò ch’ognun discerna
Che queste non son favole o carrotte,
Fate ogni cosa in fondo d’una botte,
Poi pingete una notte
Che mostri un giorno lucido e sereno,
E ‘l sol sia fatto come un car di fieno;
E fate un otre pieno
Di zuccar brusco, ove si veda ogn’hora
Una mattina in braccio a una biss’hora;
E un gal, che salti fuora
D’un nicchio a far due balli a la romana,
Ma che ‘l liuto sia di mezza lana;
Poi fate una campana
Di refe azzurro, che suoni a martella,
Stillata per i buchi d’un crivello;
Poi farete un castello
Di ghiaccio, che capisca in quattro ampolle,
Tutto cinto di scorze di cipolle,
Con doi o tre pistolle
Con le ruote di rassa fiorentina,
E l’ornamento di salciccia fina;
Poi, sotto la marina,
Pingete un pesce, che sia come l’Orco,
Totto inlardato di carne di porco;
Oimè, tutto mi torco
A dirvi tante cose, e pur desìo
Che soddisfate in tutto il parer mio,
Però, fatemi un Io
Che porti in braccio un mene con un nulla,
Cavati dalla sponda d’una culla,
Con un cervel che frulla
Nell’aqua rosa con il suo lambicco,
Di chiaro e scuro, su le corn’a un bricco;
Poi dipingete un cricco,
Che con guanti, manopola e celata,
Facci al ut re mi fa pestar l’agliata;
E una vessa affreddata
Con una scuffia d’ormesino in testa,
Entri in battaglia con la lancia in resta;
Poi pingete una festa
Di salsa verde in fondo d’un boccale,
Che dia la burla al dì di carnevale;
E sopra doi cicale
La giobba grassa piena di disdegno,
Getti per terra un capitan di legno;
E con il vostro ingegno
Pingete un grillo in groppa a una scalogna,
Che per farsi dottor venghi a Bologna,
Poi fate una zampogna
Con il mantel di Liombruno intorno
E un memini, che porti il pane al forno;
E dentro del contorno,
Un barbagianni con le sue magliette,
Che dilacci le stringe a due braghette;
Ed un porta barrette
Pien di scritte, di debiti, e d’accuse
Che giochi a sbaraglin con quattro fuse,
E che due cornamuse
Giochino in terzo, e che la patta vaglia
Presente un cucco col capel di paglia,
E un colpo di tenaglia,
Con la pellizza indosso a la roversa,
Paia che di lontan chiami la fersa,
E un pezzo di traversa
Con sala, loggia, camera e cucina,
Che facci il passo e mezzo a una tonina;
Ed un bicchier d’orina,
Che meni moglie, e che la moglie sia
Di fava grossa, colta in Lombardia,
E un figlio di sua zia,
Con quattro campanelli e dui sonagli,
Faccin la serenata a un mazzo d’agli,
E quattro palamagli
Con le sue cappe lunghe da cor rotto,
Fingan d’esaminar un piattel rotto;
E qui farete un motto
A vostro modo, pur che la coperta
Sia di coramo con la bocca aperta,
E da persona esperta,
Pingete un lardaruol di panno basso,
Che venda l’osso, e che si salvi il grasso;
Poi dipingete un asso
In compagnia d’un sette, ovver d’un nove,
Che fingan di venir di non so dove;
E due scarpette nuove,
Con le suole di nebbia attacconate,
Faccin la danza a brache dislacciate;
Poi vi prego che fate
In prosa la memoria d’un balordo,
Che sia scolpita sotto l’ali a un tordo;
Ed un non mi raccordo,
Un aspettate un poco, un non so quando,
Un son vostro, un a Dio, mi raccomando;
E andatevi pensando
Vari capricci, e varie cose belle,
Come son fumi, sogni e bagatelle;
E poi, tra tutte quelle,
Fate il ritratto de la Cortesia,
Ch’io non l’ho mai veduto in vita mia;
Che se tal fantasia
Su la spalliera mia tutta mi fate,
Sete il primo pittor di questa etate.
SONETTO
Mentre miro, madonna, il vostro muso,
Parmi vedere il re di tutti i musi,
E non si può trovar fra tutti i musi
Un muso fatto come il vostro muso.
Il vostro muso dunque è un certo muso
Che porge invidia a tutti quanti i musi,
Ed ha un’autorità fra gli altri musi,
Che fà abbassare a tutti i musi il muso,
Ben si può gloriar fra gli altri musi
Il vostro muso, dunque, essendo un muso
Che toglie il pregio a tutti quanti i musi.
Hor dunque, mentre honoro il vostro muso,
E ch’io l’esalto sovra gli altri musi,
Quando vi miro, non mirate il muso,
Perché un pugno sul muso
Vi darò, se mi fate più quei musi,
Che 'l più brutto sarà di tutti i musi.
IL FINE