DE GLI ENIMMI
DEL CROCE PARTE
Piacevoli ed ingegnosi;
Trattenimento nobile per ogni spirito gentile
e virtuoso
ALL’ILLUSTRISSIMO
OSTROROGO
Protettore de’ virtuosi e di quelli liberalissimo
Benefattore.
Havendo io gli anni passati dedicato all’Illustrissimo Sig. Pietro Miscovschi, di se. me. un’operetta, chiamata “Notte sollazzevole di cento enimmi”, al qual signore, per quanto potei comprendere, fu molto grata, e da esso accettata benignamente, ed havendo hora fatto la seconda parte di detti enimmi, essendo mio solito ogn’anno in questi tempi di dar fuora qualche nuovo capriccio, per trattenimento e spasso di cavalieri, di dame ed altre honorate persone, e bramoso che detti enimmi eschino al mondo sott’ombra e protetion tale ch’essi potessero comparire nel conspetto delle genti con quell’honore e riputatione che più potessero, andavo pensando d’appoggiarli a persona di merito e valor tale, che gli potesse render lucidi e chiari, essendo in se stessi tenebrosi e foschi, e così stando in simil pensiero, mi si venne appresentare innanzi il magnanimo nome di V.S. Illustrissima, ornamento e splendore della nobile e generosissima natione polacca, nella quale albergano tutte quelle parti che a vero cavaliero si convengono, essendo nobilissimo per sangue, copiosissimo de’ beni di fortuna, e cortesissimo senza paragone: onde la magnificenza e valor suo, la liberal splendidezza, le cavalleresche maniere, le civili ationi, la dolcezza de’ costumi e le gentilissime creanze, per le quali ella viene ammirata ed honorata da tutti, m’hanno dato tanto ardire ch’io ho preso sicurtà di mandarli fuori sotto la sua protetione, con animo che, conosciuti e favoriti da lei, venghino con lieta e serena fronte accettati da tutti; e ciò faccio perché, essendo usciti fuori i primi sotto l’ombra d’un cavalier illustrissimo di quell’honorata natione, venghino alla luce anco li secondi sotto ‘l nome d’illustrissimo cavaliero pur dell’istessa natione, mio signore e patrone, com’era il primo, havendo e dall’uno e dall’altro ricevuto infiniti benifici e cortesie. Supplico quella adunque, ch’essendo il dono picciolo, e porto a lei da povera mano, si degni aggrandirlo ed arricchirlo del nome e presenza sua, con quella grandezza e generosità d’animo col quale ella è solita di proteggere ed aggrandire le cose de’ suoi affetionatissimi servitori, e con questo baciandole con ogni riverenza la mano, e pregandola a conservarmi nella sua buona gratia, le prego del cielo ogni felicità e contento.
Di Bologna, il dì 23 di Decembre 1602.
Di V.S. Illustrissima
Affetionatissimo servitore
Giulio Ces. Dalla Croce.
Giorgio, se al buon desir fossero pronte
Le forze mie, del tuo gran nome adorno
Sì alto andrìa ‘l mio stil, che non lo scorno
D’Icaro temerìa, non di Fetonte;
Ma qual parte è nel mondo u’ non sien conte
Le tue virtù, se dove nasce il giorno
O dove fà nell’Ocean soggiorno,
Porta la Fama le tue doti in fronte.
Di senno, di prudenza, e di bontade
Un de’ più chiari esempi al mondo sei,
Che splender possa in questa nostra etade.
E se gli honori humani anche non spregi
Ergere a te si denno archi e trofei,
Ma di te stesso a te l’opre son fregi.
DE LI ENIMMI DEL CROCE PARTE SECONDA
1.
Più di mille cittelli in un granaro
Rinchiusi stanno, e ciaschedun di quelli
Ha da per sè una stanza, e gli sa caro
Il non toccarsi, se ben son fratelli.
A l’infermo son grati, e a lui di raro
Gusto, e son freschi, coloriti e belli;
E quando venir vogliono a la luce,
S’apre il granaio, e fuora gli produce.
2.
Gran gusto ho di veder del male al mondo,
E del danno d’altrui mi godo e pasco;
E per trovar del mal cavalco a tondo
Sopra un bastardo, e ‘l ben dal male intasco.
E quanto più v’è mal, più sto giocondo,
E quando non ve n’è, non vaglio un fiasco.
Ché sol dal male altrui nasce il ben mio,
Intendami chi può, che m’intend’io.
3.
Son ladro, e vo la notte attorno e furo
Quel c’haver posso, e faccio molto danno,
E ‘l mio furar sol faccio per l’oscuro,
E quando Febo nasce ho molto affanno;
Mai non mangio un boccon che sia sicuro,
Perché un ladro maggior mi tesse inganno.
E di me gioca un pezzo a la civetta,
E poi di morte al fin mi dà la stretta.
4.
Pongo la lancia in resta, ma non sprono
Il mio corsiero innanti, come fanno
Gli altri giostranti, perché nato sono
A la roversa, e però tutto il danno
Ch’io faccio è per di dietro, e mentre suono
La tromba, a un tempo pungo e porgo affanno:
Anzi, spingo la lancia di tal sorte
Che tal’hor pongo l’huom vicino a morte.
5.
Sopra le coste mie, dieci compagni
Mi si calcan tal'hor con gran furore,
E premon sì, che forza è ch’io mi lagni
E formi dolci accenti al lor tenore,
E che con le lor voglie m’accompagni
Se ben patisco dentro assai dolore;
Che mentre ch’una costa in su saltella,
S’abbassan l’altre, e stridon le budella.
6.
I sparvier sono, e tengo il capelletto,
E se ben me lo cavan, però lume
Non veggo, e di pigliar non mi diletto
Pernici o quaglie, perché non ho piume.
Pur, tengo aperte l’ali e do ricetto
A chi d’imitar gli orbi ha per costume,
E ben ch’a questo e quel sia caro e grato,
Pur come ladro sto sempre appiccato.
7.
Turca non sono, e manco rinnegata,
Se ben tal volta son stata in Turchia;
E non so perché turca i sia chiamata,
Che turca non fu mai la stirpe mia,
Pur, come turca son presa e legata,
A tal, che differenza par non sia
Fra gli altri schiavi e me, se non che loro
Portan l’anel di ferro, io ‘l porto d’oro.
8.
Nove mesi in prigion stetti, e da me
Non sapea dov’io fussi, hor dimmi tu
Dov’esser io potea, poi che da sè
La prigion camminava in su e in giù;
E spesse volte ella gridava: “Ohimè”,
Quando il capo talhor levavo in su.
A l’uscir poi (ahimè), ch’a dirlo i’ sudo,
Lassai ciò c’havea intorno, e scampai nudo.
9.
In verde selva nacqui, e a l’aria, al vento
Come volse mia sorte un tempo stetti,
E del mio stato mi vivea contento,
Né mai mi lamentai, in fatti o in detti.
Ma poi, tagliato con pena e tormento
A corpo vuoto fo diversi effetti,
Che mentre perlo naso m’è soffiato,
Grido, e per gli occhi fuor rimando il fiato.
10.
Ho capo, collo, spalla, pancia e schiena,
E son simile in tutto al corpo humano,
Ma le budelle mie tengo, oh che pena,
Fuor dal corpo s’un scanno (oh, caso strano).
Ho l’anima di legno, e tutta piena
D’aria mi trovo, e un mio figliuolo insano
Sopra la pancia mi si va fregando,
E mentre ch’ei mi gratta io vo cantando.
11.
Pien di penne mi trovo, e pur non posso
Spiegare al volo, come fan gli uccelli.
E giorno e notte son mosso e rimosso,
E giovo a i vecchi, a i giovani e cittelli.
Smilzo son la mattina, e ‘l corpo grosso
Tengo la sera, e pur non ho budelli;
Da ognuno vengo calcato a l’aer bruno,
Ma più da i sposi assai, che da nissuno.
12.
Sfera non sono, e pur d’intorno intorno
Son circondata da rotondi giri,
Quando son vuota ogn’un volgermi attorno
Può, ma se piena, non fia che m’aggiri.
Ho sangue, e non ho vena, e notte e giorno
Ferita vengo, onde convien ch’io spiri,
Che sol per mia bontà, (mira ch’effetto)
Ben mille volte m’è passato il petto.
13.
Tant’ho larga la bocca, quanto il fondo,
E fuor del corpo tengo le mie vene,
E la nutrice mia, oh, a tondo a tondo
Mi cinge, spesso ber dar mi conviene,
Ma di quel che nel corpo mio nascondo,
Altri a cavar di bocca poi mi viene:
Ma non si vanti, che se vien cantando,
Si parte al fin piangendo e sospirando.
14.
Sopra una ruota sta con gran bravura
Un fiero can, ch’in bocca un sasso porta,
Ed è si crudo ed empio di natura,
Che spesso a chi lo pasce danno apporta;
E quando il capo abbassa per sciagura
A molti fa venir la faccia smorta.
E da la bocca getta fiamma e foco;
E ovunque passa ogni animal da loco.
15.
Faccio la schiuma, e pur muta non sono,
E quando vado in mano a qualche dama
Mi struggo e mi disfaccio, e mi sa buono,
E scherzo e fuggo, e lei mi cerca e brama.
Piaccio a le donne, e chi vuol farle dono,
Che le sia grato, e chi l’honora ed ama,
La mia candida forma gli appresenta,
Che fuor di modo la farà contenta.
16.
Sospesa in aria sto, né tocco nulla,
E circondata son da lumi intorno;
Hor di novo mi vesto, hora son brulla
E al caldo, al freddo sto la notte e ‘l giorno.
Ogn’un di calpestarmi si trastulla,
Sin a le bestie mi fan danno e scorno.
E tai tesori ascondo nel mio seno,
Che, chi gli trova, fo felice a pieno.
17.
Vedete se a mal far io sono avezza,
Che per nocer ad altri, e farle scorno,
M’aggiro, e volgo con maggior prestezza
Che non fa il Sole a questa sfera intorno,
E ben, che per temprar la mia fierezza
Venghi inondata d’acqua attorno attorno,
Simil rimedio al mio furor’ è poco,
Ch’io rodo il ferro, e cangio l’acqua in foco.
18.
La madre mia già nacque a la verdura,
E verso il ciel tenea le braccia aperte;
E d’aura si pasceva, e d’acqua pura;
In parti piano, e in montuose ed erte.
Presa e legata poi per sua sciagura,
E le gambe e le braccia al foco offerte,
Resto consunta, ed io da la sua morte
Nacqui, e del foco fui figlia e consorte.
19.
Tengo mill’occhi, e mai nulla non veggio,
E chi mi guarda non può veder nulla,
Però con gli occhi d’altri mi vagheggio,
E a la matrona servo, e a la fanciulla.
Sospirar faccio molti, ma stan peggio
Assai quei, che stan fuori a l’aria brulla.
E ben che sentimento in me non sia,
Ho de l’honor altrui gran gelosia.
20.
A seder sto nel liquido elemento,
E vado ove mi guida la fortuna,
E spesso travagliata son dal vento,
Sì ‘l dì come la notte, a l’aria bruna.
E all'hor più ballo, quando ho più spavento,
Squassandomi su e giù come una cuna,
E s’avvien, che col culo in su mi volti,
Quei c’ho in sen, pria che muoian son sepolti.
21.
Su quattro piedi sto, pesante e forte,
E tengo in mezzo de le spalle un corno,
Nel petto un occhio, e fuora de le porte
Esco di rado, e due miei figli intorno
A percuoter mi stanno, e ch’io ‘l comporte
Bisogna, anzi: più quanto oltraggio o scorno
Mi fanno, ahi crudi ed empi figli, intanto
Formo a le lor battute un dolce canto.
22.
Due sorelle, una sopra e l’altra sotto:
Quella che sta di sopra, gira e stride
Sul corpo a l’altra, ed ella non fa motto,
Né da lei si discosta, né divide;
Un che sopra lor sta, giù per condotto
Manda il cibo a la prima, ed ella ride
E balla, quanto in lei più ne trabocca,
E di quel, ch’ella caca, altri s’imbocca.
23.
Più sorelle noi siamo, e ogn’una stassi
Nella sua stanza, come damigella,
O chiuse, come in carcere ne vassi
Quella questa a trovar, né questa quella;
Al fin legate siamo, e fatte in fassi
Da una turba crudele, iniqua e fella;
Ed a furor di matte bastonate
Siamo fuori di casa espulse e discacciate.
24.
A chi danno mi fa, porgo favore
E son cagion che tutti i miei parenti
Vengan tagliati a pezzi con furore,
E dati al foco, come fraudolenti.
E ben ch’io gli stia in occhio a tutte l’hore,
Non gli posso difendere altrimenti;
Anzi, quanto di quei fan maggior straccio,
Vado con chi gli offende, e gli do braccio.
25.
D’huom porto il nome, e son nero e piccino,
E nacqui al campo, né so di che padre,
E son tanto crudele ed assassino
Ch’io mi nutrisco de la propria madre;
Ma poscia per tal fallo (ahimè tapino)
Son preso seco, e di mie voglie ladre
Punito, e se lei rosi, io parimenti
Resto disfatto sotto gl’altrui denti.
26.
In duro nacqui, e cavernoso sasso,
Né tengo nel mio corpo osso né vena,
Né posso fuori di casa andar’ un passo
Perché attaccato al mur tengo la schiena.
Pur tal'hora la porta apro per spasso,
Per rimirar la luna quando è piena,
Ma un mio nemico, che non ha la testa,
Alcuna volta mi turba la festa.
27.
Cavalco altrui, ed io son cavalcata,
Ma in me non s’opran sferza, né speroni
Perché mi volga dove son voltata,
E porto i servi sì come i patroni.
Quattro gambe mi trovo alcuna fiata,
Alcuna dua, secondo l’occasioni,
E s’egli avvien, ch’io cada o ch’io m’atterri,
Tristo colui che i piedi tien ne i ferri.
28.
Molti fratelli d’un legnaggio nati
Siamo, e ‘l più grande è pazzo, e sol per esso
Venghiam da nostra madre travagliati,
E da lei tratti sottosopra spesso,
Battuti, ribattuti e conquassati,
E tristi noi, quando ci viene appresso,
Che con tal furia addosso a noi si serra,
Che quattro o cinque ogn’hor ne manda in terra.
29.
Tengo nel corpo gli occhi miei serrati,
Né gli apro, s’io non apro gli occhi ancora.
E spesso da qualch’un mi son cavati,
E spentomi le luci anche di fuora,
Se me gli tornan, son cari e grati,
Ed essi fuor di me temon’ ogni hora
Che spesso alcun di lor la luce lassa
In mano altrui, ond’io di lor son cassa.
30.
Prima ch’io naschi son bianco e canuto,
E scopro i piedi prima che la testa,
E se ben non son grosso né membruto,
Pur la fortezza mia qualch’un molesta.
Né mai di mia natura mi trasmuto
E non son lancia, e pur son messo in resta;
E se qualch’un patisce affanni e guai,
Il nome mio chiamar sempre l’udrai.
31.
Di madre bianca nacqui, e padre bruno,
E son tondo di forma e di figura,
E da me stesso non giovo ad alcuno,
Né tengo voce in carta né in scrittura.
Ma quando m’accompagno con qualch’uno,
Allhora scopro poi la mia bravura,
E tal forza gli pongo, ed augumento,
Ch’un occhio sol de’ miei, serve per cento.
32.
Al bosco nacqui, e venni a la cittate,
E le corna acquistai a prima giunta,
Poi col ferro mi fur fortificate,
Acciò s’io vengo a urtar, ch’io non le spunta.
E donne vaghe e figlie innamorate
Mi prendon con le dita per la punta,
E mi tran per la pancia a mia sorella,
Ma nel passar, vi lascio le budella.
33.
Tu mi poni la mente in gran scompiglio
A domandar di chi è questo cittello
Qual tengo in braccio, vago come un giglio,
E come rosa colorito e bello.
Hor sappi, ch’egli è figlio di mio figlio,
E quel, ch’è mio marito, è suo fratello.
Hor nota dunque e schiara tu il quesito,
Send’ei figlio e fratel del mio marito.
34.
Son’in fuga, e in cammino, e non mi movo.
E ogn’un, ch’abbraccia me, la fuga prende,
E a Barbarossa servo, e spesso trovo
Che lui e un suo figliuol molto m’offende.
Le lettere incammino, e mai di novo,
Perché orecchie non ho, da me s’intende.
E spesso adorna vengo di bei frutti,
Ma non ne mangiand’io, gli dono tutti.
35.
Udite empia natura d’un’ingorda:
Costei divora i propri suoi parenti,
E verso quei si mostra cieca e sorda,
Né pietà prende de gli suoi lamenti.
Né d’alcun beneficio si ricorda,
Ma rode e mangia chi gli ha fatto i denti,
E tanto a quei si mostra iniqua e dura,
Che di mandargli in polve sol procura.
36.
Udite, donne, la mia gran sventura!
Son la più gramma femmina del mondo
E grammo è ancor colui che s’assicura
Di venir sotto ìl mio gravoso pondo.
Sto su tre piedi stabile e sicura,
E un mio figliuolo lungo, grosso e tondo
Fa, mentre addosso mi si calca e preme,
Che più d’un suda, ne sospira e geme.
37.
In verdi campi nacqui, e fatta grande
Mi tagliaron le gambe empi villani,
Ed annegata fui non so in che bande,
Poi levata da l’acque e piedi e mani
Rotte mi furo, e su crude e nefande
Punte tirata, e ferri acuti e strani
Graffiata, e torta con mille tormenti,
Hor guido, e non so chi, con l’acque e i venti.
38.
Caval non sono, e di cavallo tengo
La coda, e aguzzo son, né mai ferisco
Anzi, a chi più mi tira, a porger vengo
Dolcezza, ben ch’alquanto ne patisco.
Frego il corpo a mia madre, e altrui trattengo,
Ed ella canta, tanto gli aggradisco;
E mentre frego, e ch’ella va cantando,
Altri squassan le brache, e van saltando.
39.
Imbocco altrui, né mai sono imboccata,
Anzi tal'hor da colui ch’io imbocco
Vengo a restar di modo mal trattata,
Ch’io cangio viso, tosto ch’io lo tocco;
E di bianca, ch’io son, vengo affumata
E qual cingara nera, ond’a quel sciocco
Poiché per premio mi dà pene e guai,
Tro’ poi del corpo ciò ch’io gl’imboccai.
40.
Miri ciascun se questa si conface;
Noi siamo due fratelli, e ciascheduno
Di star ne la sua grotta si compiace;
E se ben siam vicin, però nissuno
Mai và da l’altro, e quel ch’a l’un dispiace,
A l’altro spiace ancor’ e ben ch’alcuno
Odio fra noi non sia, né disparere,
L’un l’altro insieme non si può vedere.
41.
Lingua di ferro, e ‘l corpo parimente
Tengo, e non parlo punto, e non respiro,
Ma da la bocca altrui, da l’altrui dente
Spirito prendo, e qual’ape, ch’in giro
Sussurrando ne va, da me si sente
Percuoter l’aria, e con altrui sospiro;
E i miei accenti son sì cari e grati
Che non mi suonan (?) se non spensierati.
42.
Cavalla sono, e non porto la briglia,
E senz’haver maestri né cozzoni,
Salto, volto e maneggio a meraviglia,
Né mai provai né sferza né speroni.
Il mio mantello a l’herba si somiglia,
E porto l’ali in vece de gli arcioni,
E balzando tal'hor vado tant’alto,
Che d’ogni gran corsier fo maggior salto.
43.
Dentro d’un sasso, ahi misera infelice,
Battuta e pesta son da man possente,
Né lamentarmi, né gridar mi lice,
Perché voce non ho, lingua né dente;
E quel che più mi batte, più felice
Si tiene, e del mio duol cantar si sente,
Poi, tratta fuor del sasso, e posta in terra,
Quello a cui piaccio più, più mi fà guerra.
44.
D’un padre nacqui buono oltre misura,
E tutto dolce, amabile e soave,
Ed io son aspro e forte di natura,
Che le pietre spezzar non mi sà grave.
Son caldo e secco, e pongo ogni mia cura
Di tornar l’appettito a chi non l’have,
Né coltel sono, e pur la flemma taglio,
E son’ amico a la cipolla e a l’aglio.
45.
Nel corpo d’un austero e crudo padre,
Stanno due figli, e tre, spesso serrati;
Ivi ei gli porta, e come propria madre
Gli tien nel manto suo stretti e serrati.
In aria son concetti a squadre a squadre,
E quando poi per nascer son parati,
Crep’egli ed essi usciti di quel loco
Senza processo son dannati al foco
46.
Prima ch’io nasca (ohimè) son sotterrato
Da man villana, d’una fossa in fondo,
E se per sorte poi vengo castrato,
Più fertile divengo, e più giocondo.
Nasco, e nascendo sono a tutti grato,
Scendo di forma sferico e rotondo.
L’asin, l’oca, e ‘l porcel mi fà gran festa,
E piaccio a tutti, c’ho grossa la testa.
47.
Gran cosa è questa, ch’io son sottoposta
Ad esser tempestata tutto il giorno,
Chi va, chi vien, chi torna o vuol risposta,
Da tutti (ohimè), patisco oltraggio e scorno,
E ben che lingua in me non sia composta,
Pur nondimen mi fo’ sentire intorno,
E quei di casa ad ogni poca scossa
Corrono per veder chi m’ha percossa.
48.
Son bianca e bionda, e fra i capelli tengo
Il più ricco tesor ch’al mondo sia.
E s’una gamba sola mi trattengo,
Con altre mie sorelle in compagnia.
Ma ogn’anno (ahi, sorte ria) tagliata vengo,
Battuta e pesta, (oh gran discortesia),
E di quel, che dal capo mi vien tratto,
Tanto ne gode il savio quanto il matto.
49.
Faccio ogni mese, e mai pregna non fui,
E quando ho fatto, il parto non si vede;
E sempre partorisco i tempi bui;
E molti in punto tal gridan mercede.
Né son capra, o giovenca, e pure a vui
Mostro le corna, e casta ogn’un mi crede,
E molti tengon, quando vado attorno,
Ch’io vada innanzi, e sempre indietro torno.
50.
Conosco un gobbo tanto dispietato,
Che per mezzo di man villana e ria
A quanti trova in campo, in riva o prato,
Taglia le gambe, e poi se ne và via.
Né sol di tal misfatto è castigato:
Ma quel che vien’offeso par che sia
Dato a le forche per più danni o scorni
E strascinato via da quattro corni.
51.
Picciol di forma sono, e di statura
Ma son però sì tristo e sì scaltrito,
Che ‘l capo batter faccio ne le mura
A chi di maneggiarmi è troppo ardito.
E gli occhi ho la disgratia e la ventura
E più d’un paio al mondo ho già chiarito,
Ed hor vo’ giustamente, hor con inganno
E s’util faccio ad un, fo’ a cento danno.
52.
A chi mi debbo rivoltare, ahi, lassa?
Se di chi son mi scaccia, e non mi vuole,
E quel, di cui non son, anch’ei mi lassa,
Né vuol’ udirmi in fatti, né in parole,
Tal che dir posso, che da ogn’un son cassa,
Ma quel, che più m’affligge, e più mi duole
E’ ch’io son tratta addosso a quello a questo,
Pensaci tu, se vuoi sapere il resto.
53.
Veda ciascuno s’io posso esser grassa,
Che mai non m’è dato altro che da bere,
E mentre bevo, pel corpo mi passa,
E in bocca altrui l’orino, e sto a sedere;
E per questo son magra come un’assa,
E non ho pancia, come puoi vedere,
Anzi, incavata sono in modo tale
Ch’io servirei per conca a un manovale.
54.
Dal regno di Nettun son tratto fuori,
E in mille strane foggie travagliato,
Poscia (mercè d’Apollo i caldi ardori),
In maschio son di femmina cangiato.
Senza me non puon re né imperatori
Mangiar boccon, che sia di gusto grato,
Che dove manca la presenza mia,
Cucina non si fa che buona sia.
55.
Non son cicogna, e di cicogna il nome
Tengo, e non ho, qual lei, becco né gozzo.
Ben lungo ho il collo, e duro, e non so come
Né dove io venghi, ben so che nel pozzo
Spesso mi calo a ber’, e gravi some
D’acqua porto di sopra, e nulla ingozzo;
Anzi, acciò che di giù torni pendente,
Mi dan la fune, come a un delinquente.
56.
Fra gli pianeti albergo, ed ho sollazzo
Mescolarmi col sole e con la luna,
E ben, che ciaschedun mi tenghi pazzo,
Ceder non voglio ad essi in parte alcuna.
Non son’ucciso, ed altri non ammazzo,
E me non può sforzar sorte o fortuna,
Anzi, con essa son spesso a le strette,
Né stimo morte, diavol, né saette.
57.
Piccolo nacqui, e nel seder mi fu,
Da chi mi fece, posto un occhio, che
Rimirar io potess’in su e in giù,
Qual occhio poi da un mio nemico (ohimè)
Mi vien passato, e vi vo’ dir di più:
Ch’egli stesso ne l’occhio m’entra e v’è
Fors’anche adesso, ma non ne stia lieto,
Ch’ovunque vado mel strascino drieto.
58.
Vado vestita di vermiglia veste,
E pria di mio marito esco dal letto,
Il qual svegliato, poi in quelle e in queste
Parti mi cerca, con geloso affetto;
Ed io, ch’al fuggir via le voglie ho deste,
M’allontano più ogn’hor dal suo conspetto,
E in via son sempre, quando l’alba piange,
Ed ei mi segue, e mai non mi raggiunge.
59.
Ogn’un mi dice e chiama pie’ d’uccello,
Anzi, dir mi dovrian lupo affamato,
Che se ben non ho corpo, né budello,
Rodo le carni a chi m ‘ha generato;
E perché son sì di pietà rubello,
Con un palo d’acciar son fuor cavato
Del nido, ed a dui ossi posto sotto,
Indi rendo il mal tolto al primo botto.
60.
Che paghereste, amanti e quei diletti
Poter tal'hor godere, i quai god’io?
E sugger con la bocca i bianchi petti
E le morbide carni, qual desìo
Di toccar tanto havete? Io per i letti
Sotto quei bianchi lini, a voler mio
Entr’ ove ogni dolcezza sta raccolta,
Ma sconto il tutto poi, s’io ci son colta.
61.
Bevo per gli occhi, e m’empio il ventre tanto,
Che chi mi strucca verso una gran pioggia,
Pioggia non già di lagrime, o di pianto,
Che in me alcun sentimento non alloggia,
Ma pioggia d’acqua, o d’altra cosa, intanto
Ch’humida sia, basta ch’a me s’appoggia,
Ch’entro la tiro, e come se triaca
Fosse, la gusto, e son sempre imbriaca.
62.
Di bianco vo’ vestito, e come un matto
Aggirando mi vo’ sempre d’intorno,
E caco il buono, e tengo (oh che bel fatto)
Il tristo in corpo, e indietro lo ritorno.
Mia madre vuol ch’io canti ad ogni patto,
Mentre che i miei nimici ardon nel forno,
E di quel, che mi casca dal sedere
Ne magna mia madonna, e mio messere.
63.
Miri ciascun, se mai tanto flagello
Femmina alcuna mai patisse in vita,
Ch’aperto il padre mio, son fuor di quello
Tratta, e da inique man battuta e trita,
Cacciata son in corpo a un mio fratello,
per l’altrui bocca, e spinta con le dita;
A cui, quando è pien tanto che basta,
Si slunga il corpo e indura com’un’asta.
64.
Tre ordini di denti, o quattro, tengo,
Né però mangio, ch’io non ho la bocca,
Ma in vece di mangiar’ a grattar vengo
E quel ch’io gratto, tiene un ferro in bocca,
Né son chitarra, e pur col suon trattengo
Quel che m’adopra, s’ei mi squassa o tocca;
Ed ho più anelle, che non ha una sposa,
E son del pelo altrui sempre bramosa.
65.
S’io fussi stato donna, oh che filiera
Stata sarei, poiché di casa in casa
Vado sovente, e chiarlo volontiera;
Ma pochi intendon del mio dir la rasa.
Sto il verno ascosa, e poi la primavera
Fuor salto, e in me tanta virtù s’invasa,
Ch’a i ciechi dò la vista, e qualche volta
A quei che l’hanno avuta ancor l’ho tolta.
66.
Quadra non son, ne men tengo del tondo;
E le man poso ogn’hor sopra de’ fianchi;
Ed a le spalle altrui vado pel mondo,
Né voglio che da ber giammai mi manchi.
E per me molti son che vanno al fondo,
Né guardo in faccia a neri più che a i bianchi,
E chi mi porta, acciò non venghi offesa,
Ha sempre l’armi in man per mia difesa.
67.
Qual’ è colui, che dal naso versa
Il sangue, e tiene il cul su la tovaglia?
E la sua moglie non porta traversa,
E si lascia baciar’ a ogni gentaglia?
E chi con ambidue troppo conversa
Perde l’ingegno, e sì la vista abbaglia,
Che se non fusse il fratel de la Morte
Batterìa il capo per tutte le porte.
68.
Torti ed acuti ho i denti, e sol l’estate
Esco fuor del mio vil rustico tetto;
E quelli a’ quai le gambe son tagliate
Mi tiro dietro al suo marcio dispetto.
Mordo, e non mangio, che non fur formate
In me budella, né pancia, né petto,
E per dirvela al fin, com’io l’intendo,
Per ingrassare altrui me stesso offendo.
69.
Sto s’una gamba sola, e non ho piede,
E cresco più in tre mesi, che non fanno
Quanti giganti Flegra scorge o vede;
Ma quanto presto cresco, il mortal danno
Sento ancor presto, e tal sorte mi diede
Il ciel, che sempre dove i raggi vanno
Del sol, mi volgo, e come vien l’autunno
Il capo abbasso, e honor faccio ad ogn’uno.
70.
Da cinque preso son (ahi, che sventura!)
E perché son di forma grosso e tondo;
Battuto son in una selce dura,
Del capo, onde ad altrui son grande pondo.
Ed a me stesso nuoco oltre misura,
E ciò vien per voler toccare il fondo,
Ogni colpo ch’io meno a un mio rivale
Col quale ebbi mai sempre odio mortale.
71.
Di ferro tengo il rostro, e dell’istesso
La coda, e come serpe sto raccolta;
E ‘l becco ne la coda attacco spesso,
E a l’humana natura attorno avvolta
Sto per mia sorte, e aiuto il viril sesso
A sostentare una femmina stolta,
Che, cruda e dispietata, altrui offende
E dal fianco mancin superba pende.
72.
Chi mai direbbe, ch’io fussi pazza,
Che per giovare altrui faccio a me danno,
E al campo nacqui, e ogn’un de la mia razza
Fu grande, ed io ridotta a tanto affanno;
Che la mattina ogn’un di me sollazza
Ed hora sul velluto, hora sul panno
Mi frega, e perché ogn’un di me si goda,
A tutti servo, e resto senza coda.
73.
Di scura grotta, affumicata e nera
Esce un, che dove passa, o segna l’orme,
Tinge la strada, e spesso adduce fiera
Battaglia a l’huomo, e spesso ancor conforme
Al suo voler porge letitia intiera,
Perché parla e ragiona con la Morte:
Ma di parlar non sa trovar la vena,
Se sua sorella a spasso non lo mena.
74.
Qual’è quel figlio tanto dispietato,
Che tira la sua madre per la trezza,
E come pazzo a lei si tien girato
Intorno, e di ciò par c’habbi allegrezza.
Né mai cessa di tirare il scellerato,
Fin che non l’ha pelata, tanto avezza
Ha la mente e le voglie inique e ladre,
Che per addobbar sè, spoglia la madre.
75.
Vedete voi s’io sono avventuroso,
Che, ancor che fragil sia per mia natura,
Di baciarmi ciascuno è desioso,
E appressarmisi a i labbri ogn’un procura.
Son chiaro, lustro, bello e luminoso,
E nacqui in capo a un ferro a l’aria scura,
Ma temo forte de la vita mia,
E più de’gatti, che cosa, che sia.
76.
Due teste tengo, e non mi trovo busto,
E perché in esse non tengo cervello,
Di batter l’una e l’altra prendo gusto
Su una scodella, per far più ciambello.
Squasso i sonagli, acciò il concerto giusto
Più vada, e a porger vengo questo e quello,
Più assai diletto, e dò piacere e festa,
Se ben mi rompo hor l’una, hor l’altra testa.
77.
In grata sono, e mai non fui ingrata,
Anzi fedele, e grata al mio amatore,
E per essergli grata i’ sono in grata
Tenuta, e pur gli ho dato l’alma e ‘l core.
Ahi, dunque, se tener si deve in grata
Una che segue ogn’hor l’orme d’Amore,
Chi servar vuol di quel la dura legge,
S’in grat’ è chi l’honora e la protegge?
78.
Nasco ne l’oriente, e genitore
Non hebbi mai, né manco genitrice,
Son’ una sola, e se ‘l mio corpo more,
Da l’elemento caldo haver mi lice
Il viver nuovo, e non ho successore,
Fuor che me stessa, i’ son sola aduitrice
Al nascer mio, perché battendo i vanni
Ritorno a rinnovar la vita e gli anni.
79.
Qual’è quel padre tanto pien d’amore
Che, ritornato a casa per nutrire
I figli suoi, cui tanto tiene a core,
Trova che ‘l serpe gli ha fatti morire
Col fier veleno, onde dal petto fuore
Stillando il sangue, gli fa rivestire
Di nuova vita, e gli da il cibo e pasto,
Del resto, che nel petto gli è rimasto.
80.
Non per foco, per ferro, o d’altra dura
Cosa mi rompo, e non cedo al martello,
Che di tal tempra mi formò natura
Che tanto forte son, quanto son bello,
Al mondo chi mi possa far paura
Non trovo, sia pur lima, ovver scarpello.
Sol mi convince e mi fà stare a stecco
Il sangue di caprone, ovver di becco.
81.
Gran cosa è questa, che mai non ritrovo
Pace, né quiete in questo miser stato;
Hor vengo, hor mi diparto, hor mi rinnovo,
Hor piaccio, hora dispiaccio, ahi mondo ingrato!
Sempre muto sembiante, e sempre novo
Habito porto, ed ordin variato,
E sol cagion di tal rivolgimento
Son cervei pazzi, e pien d’aria e di vento.
82.
Come volete voi, che grassa sia
Se quanto mangio, m’esce per la schiena;
E mentre mangio convien tuttavia
Che sul corpo a mia madre mi dimena,
Mangio per l’ombelico, e porto via
Ciò che col dente prendo, né mai piena
Mi trovo, e per finir l’altrui lavoro
Frustando vo’ me stessa, e altrui divoro.
83.
Nasco vestita, e in acqua, e in terra pasco
E tanto ingorda son de la mia pelle,
Che a bocca aperta corro, e me l’intasco;
Ma non sì tosto dentro le budelle
L’ho trangugiata, ch’a l’inganno casco,
E presa sono, e de le mie gonnelle
Spogliata, e tronco il capo, e questo è poco:
M’han piedi, man tagliate, e data al foco.
84.
Siam più sorelle, e tutte grandi a un modo,
Quali habbiamo un fratel tanto spietato
C’hor l’una, hor l’altra batte, ed urta in modo
Che dian ne’ muri, e spesso habbiam spezzato
Le porte altrui, tanto con duro e sodo
Colpo da sè ci spinge e tra’ da lato.
E ci scaccia, il crudel, con tal tempesta
Che talhor dietro ci suol trarre la testa.
85.
Amo, ma l’amar mio torna in amaro
A chi mi gusta, e fuor del proprio letto
Tiro chi mi trangugia, e molto caro
Ho, quando ne la gola mi tien stretto;
Hor, chi udì mai un caso così raro
Che ‘l cibo porti via quel ch’altr’in petto
Rinchiuso il tiene, e che d’un elemento
Ne l’altro il tiri, e sia di vita spento?
86.
Non nacqui mai di vacca né di toro,
E pur son bue, com’ogn’un scorge e vede,
Né al campo son condotto, e non lavoro
E muggio, e corro, e non ho gamba o piede.
Nel prato, ov’io mi pasco mai non foro
Seminat’herbe, e più che non si crede
E’ largo e lungo, e ‘l gregge che vi nasce
De’ propri figli si nutrisce e pasce.
87.
Lupo son, ma piccin’ e in vece di
Mangiar altrui, altrui divora me,
E son aspro, e crudel, a tal, che chi
Mi vuol mangiar, bisogna prima che
M’anneghi, e che annegato stia tre dì,
E poi dolce divengo, onde non è
Huomo, che non mi gusti in luogo alcuno,
Ed empio tutti, e non satio nissuno.
88.
Chi direbbe giammai che la mia coda
Havesse tal virtù, che nell’alzarsi
Fesse a ogn’un suo dovere, e star sì soda
Con tutti quei, che vengon attaccarsi
Al naso di mia madre, e di far froda
A nissun mai non piacque, anzo mostrarsi
A tutti giusta, ed egualmente a ogn’uno
Dar quel che vien, senza vantaggio alcuno.
89.
Tengo lo sprone, e non cavalco mai,
E con quel, mostro altrui quel ch’ei desìa;
Vero è ch’io son bugiardo pur assai;
Ma di questo la colpa non è mia,
Ma di chi mi maneggia d’hoggi in crai,
Che non mi fu quel tanto che dovrìa.
Pur non mi fermo mai di gir’ attorno
Per far servitio altrui la notte e ‘l giorno.
90.
Son grande, come un bue, né pur son bue,
E qual bue maggiore, tiro il carro anch’io,
E le mie corna son come le sue,
Ed il suo aspetto si confà col mio;
E chi insieme ci vede ir’ambedue
Qual di noi il bu’ sia, o lui od io,
Difficilmente potrà dar sentenza,
S’ambi non oriniamo in sua presenza.
91.
Corro veloce, come una saetta,
Né cedo ad animal, per fier ch’ei sia,
Ma de’ miei figli sempre sto sospetta,
Che con inganno altrui gli porti via;
Di mirarmi nel specchio mi diletta,
Dove vedendo in lui l’effige mia,
Credendo di mirar’ i propri figli
Me stessa inganno, e altrui gli ha ne gli artigli.
92.
Fabbro non sono, e in me non è fucina,
Né foco, né tanaglia, né martello,
Pur struggo il ferro, come il sol la brina,
O se nel corpo havessi un Mongibello.
E mi pasco di quel, sera e mattina,
Pur ch’io ne trovi, ed empio il mio budello,
E quanto è duro più, più il divertisco
In sterco, e nel cacar nulla patisco.
93.
Sopra un piede m’aggiro, e nel girarmi
Fo nascer gli occhi a chi non gli hebbe mai,
E da me stesso non posso voltarmi,
Che ‘l corpo ho grosso, e grave pur’assai;
Ma chi volger mi fa per meglio oprarmi,
Mi dà la fune a i bracci, onde per tai
Tormenti attorno vo, come un molino
E con l’assillo pungo il mio vicino.
94.
Ho corpo e braccia, e naso, e collo e spalle,
Ma non mi trovo orecchi, occhi né testa;
E a una mia sorella dò le palle,
La qual da sè le scaccia con tempesta;
Fui a la rotta anch’io di Roncisvalle,
E a più d’un ruppi il capo in quella pesta,
Hor ch’altre palle posto hanno in usanza
Mi sto attacchata a un chiodo ne la stanza.
95.
Tirato da più nervi esco di fuore
Candido e bello, e tosto m’indurisco
Se al foco posto son’, e in quel calore
Un figlio ed una figlia partorisco.
S’invecchia il figlio, se da qualche humore
Non vien tagliato in pezzi, ch’a tal risco
Incorre spesso, e se la figlia passa
Duo dì che non si mangi, è muffa e passa.
96.
Astrologo non son, né de le stelle
Gl’influssi non conosco o la natura;
Pur tanto ingegno concesso da quelle
Mi fu, ch’io saprò dir se in sepoltura,
Quand’uno è infermo, andrà a corcar la pelle,
O se lassarlo al mondo il ciel procura;
E tutta la mia scienza e ‘l mio sapere
Consiste solamente nel sedere.
97.
Qual’è quell’animal, donne mie care,
Che nel suo cuor non ha malitia alcuna;
Ed ogni mese egli si suol purgare
E piega il capo al raggio de la luna;
Non ha gionture, e se viene a cascare,
Pur di levarsi non ha forza alcuna,
E se la strada il pellegrin disvìa,
Ei gli và innanzi, e su ‘l sentier l’invìa.
98.
Di macchie bianche e nere il mio bel manto
Natura mi dipinse per bellezza,
E dopo il pasto, sto tre giorni a canto
Del sonno, e dormo con molta dolcezza;
Quando mi sveglio, sento tale e tanto
Odor, che ogni animal la sua fierezza
Pone da parte, e di seguirmi è vago
Eccetto il crudel’ aspe e ‘l fiero drago.
99.
Tartato son, né mai in Tartarìa
Fui, e non ho costumi uguali a loro,
Ma chi conosce qual virtù sia
In me, m’apprezza, e tien con gran decoro;
E starei sempre ne la grotta mia
A riposarmi con dolce ristoro,
Ma vengon genti a trarmi fuor dal letto,
Ed aprono a mia madre il fianco e ‘l petto.
100.
Chi crederebbe mai che dopo morte
Vivesse ancora la mia spoglia frale,
E che ‘l bel manto mio di varie sorte
Color dipinto, mai in guisa tale
Si rinnovasse per secreta sorte
Che in me s’asconde, non ad huom mortale.
Mai nota forse, sia ch’esser si voglia,
Che chi ci pensa più, più ogn’hor s’imbroglia.
TAVOLA
mi, overo indovinelli
del Croce
Il pomo granato
Il medico
Il topo
Il calabrone
La spinetta da sonare
Il sparaviero del letto
la turchina
Il bambino, quando nasce
Il flauto
La lira
Il letto
La botte del vino.
Il pozzo e la cisterna
Il cane dell’arcobugio
Il sapone
La Terra
La ruota da aguzzare i ferri
La cenere
La gelosia della finestra
La barca
L’incudine del fabbro
Le macini del molino
Le fave, quando son nel campo
Il manico della manara
Il zanino della fava
L’osteria
La sella
I zoni da giocare
La cassa da gli occhiali
L’aglio
Il zero
La spola, o navetta da tessere
Una donna, c’havea fatto un figlio ad un suo figliuolo
La fuga del camino
la lima
La grammola del pane
La vela della nave
L’arco della lira
La panara del forno
Gli occhi
La zanfornia, ovvero Biambò
La cavalletta, che sta ne i campi
L’agliata
L’aceto
I marroni
Il melone
La porta della casa
La spica del grano
La luna
Il segolo da segare il grano
I dadi da giocare
La colpa
La salvavina da invasellare il vino
Il sale
La cicognola del pozzo
Il matto de’ tarocchi
L’ago da cucire
L’aurora
Il pedicello
la pulce
La spogna
Il buratto del fornaio
La salciccia
La striglia del cavallo
La rondine
La brenta del vino
Il rastello da cogliere il fieno
L’orcio dal vino
Il girasole
Il pestello della salsa
La centura
La scopetta
L’inchiostro
Il fuso da filare
Il bicchiero
Le nacchere
Una donna imprigionata per amore
La fenice
Il pellicano
Il diamante
L’usanza
La piola del marangone
La rana
Le palle da giocare al maglio
L’amo da pigliare il pesce
Il bue marino
Il lupino
La stadera da pesare
L’horologio delle hore
La vacca
La tigre
Lo struzzo
Il forlon del magnano
La palestra da pallotte
Il latte
Il calandrino, uccello di tal virtù che conosce se l’huomo infermo dee morire ovver campare
L’elefante
la pantera
Il tartaro, ovvero taso, che sta nella botte da vino
Il piombino, uccello al quale si rinnovano le penne dopo la morte.
Si fa intendere a ciascuna persona, che farà stampare fuori dalla città di Bologna e porterà di dette opere a vendere in essa città, senza licenza dell’autore di quelle, che perl aprima volta perderà le dette opere, la seconda caderà in pena di dieci scudi, ed altre pene arbitrarie, e questo per privilegi ottenuti da’ Signori Superiori, i quali privilegi si mostreranno all’occasione, sì come ancora per l‘avvenire si farà d’ogn’altra sua opera, e questo si fà intendere a tutti, acciò che nissuno non pretenda d’ignoranza: state sani.