LAGRIME
DEL PECCATORE
AL CROCEFISSO
Hor che 'l ciel e la terra e il vento langue,
E l'aria è fatta tenebrosa e scura,
Poiché l'alto Fattor tinto di sangue
Sta su la Croce dispietata e dura,
Ragion' è ben ch'anch'io, vedendo esangue
La tanta carne immaculata e pura
Sol per mia colpa in pena e stratio tanto
Sospiri forte e mi consumi in pianto.
Ben' havrei, Signor mio, di ferro cinto
Il core, e qual diamante il petto forte,
Se, rimirando te di vita estinto,
Non lagrimassi di tua cruda morte,
E, da interno dolor astretto e vinto,
Non dimostrassi (ahimè) quanto m'apporti
Afflition quest'aspro tuo martire,
Causato sol da l'empio mio fallire.
Ahi, che tigre non son, di tosco pieno,
Né d'aspe nacqui dispietato e crudo,
Ma un huomo vile, fragile e terreno,
Che sopra la tua fè mi copro e chiudo,
E però s'io ti veggo hoggi ripieno
D'aspre ferite, dispogliato e nudo,
Forz'è ch'io pianga in dolorose tempre,
Sin che quest'alma mia tutta si stempre.
Mira, ostinato cor, vile ed indegno,
Il sommo Creator de l'universo,
L'alto Motor del sempiterno regno,
Quel c'ha creato il mondo in ogni verso,
Hoggi per salvar te, suo caro pegno,
Ch'eri per tua cagion dannato e perso
Stende le braccia, con tormento atroce,
Sopra del grave tronco de la Croce.
Quel sacro capo, ch'alta maestade
Porse a l'alt'alme angeliche e divine,
Per corona regal, per dignitade
Hoggi è passato per pungente spine,
La santa faccia piena d'umiltade
Percossa e guasta con tante ruine,
Per le guanciate sì livida e nera,
Ch'appena si discerne da una fera;
La bocca, che con santi e bei concetti
Sparse nel mondo tant'alta dottrina,
E con ardente amore a' suoi diletti
La strada aperse che su al ciel cammina,
Da gente inerme ed huomini negletti
Vien' disprezzata, e mentre a ber si china,
In vece d'haver dato manna e miele
Potata vien d'amaro assenzio e fiele.
Le degne man, che già formaro il cielo,
La terra e 'l mare e tutti gli elementi,
E che dieron la legge al caldo, al gelo,
A le nubi, a la pioggia, a l'aria, a i venti,
Trafitte son, sol per soverchio zelo
De la nostra salute, e da pungenti
Chiodi, e tirato l'uno e l'altro braccio
Che pensandovi più, più mi disfaccio.
Quel sacrosanto immaculato petto,
Pien di tal carità, di tanto amore
Di fiamme ardente, di vivace affetto
Verso me, ingrato e miser peccaore,
Da un crudo ferro, senza alcun rispetto
Passato veggo, e penetrato al core,
Ed ei non sol perdona tal ferita,
Ma dona al percussor' eterna vita.
Oh, benedetti piedi che calcasti
Le chiare stelle e i cerchi alti e divini,
E nell'empireo ciel già camminasti
Con tanta gloria sopra i cherubini,
Hoggi vi veggo vulnerati e guasti,
Sopra quel legno, miseri e meschini,
Con piaga così larga e sì profonda,
Che com' un fonte il sangue esc'ed abbonda.
Quel, che la legge diede al gran Mosè,
Su 'l monte Sinai con tanta gloria,
E fermar fece il sol per Iosuè
Nel ciel, ond'ei ne trasse alta vittoria,
E al pastorello hebreo tal forza diè
Ch'estinse di Golia la vanagloria,
Morto riman, oh cielo, oh terra ingrati,
Tra due huomini infami e scellerati.
Quel che già del Mar Rosso aperse l'onde,
E vi sommerse l'empio Faraone,
E quel popol condusse a le feconde
Campagne in terra di promissione,
Cibandol quanrant'anni in quelle sponde
Di manna, con sì calda affezione
Ed egli, ingrato di tanti beneficij,
Gli rende in guideron mille supplici.
Quel che salvò da la fornace ardente
I tre fanciulli, e fuor li trasse illesi,
E Susanna, accusata falsamente
Da vecchi ingiusti di lascivia accesi,
E da l'ira fraterna l'innocente
Gioseppe, qual poi vide altri paesi,
Hor la vil turba inerme lo trafigge,
Gridando “Crucifige, crucifige!”
Quel, che d'Architofel l'empio consiglio
Restasse vano ed annullato in tutto,
E 'l citarista re fuor di periglio
Levò, qual si trovava in grave lutto,
E il giusto Mardocheo dal crudo artiglio
D'Aman ritrasse, scellerato e brutto,
Hor morto giace, in tanta crudeltade,
Senza conforto alcun, senza pietade.
Quel che Iona cavò della balena,
Ed Abram de la furia de' Caldei,
E diede al gran Sanson fortezza piena,
Ch'estinse il gran furor de' filistei,
Ed alla vedovella alma e serena
Died'animo e valor, che gravi homei
Ad Oloferne porse, hor quivi a torto
Ferito giace, lacerato e morto.
Quel che con tanta gloria e tanti honori
Nacque in Bethlem fra l'angelico coro
Adorato da Magi e da pastori,
Presentato di mirra, incenso ed oro;
Quel che fanciul nel tempio fra dottori
Mostrò di sua dottrina il gran tesoro,
Hor senza honor alcun o riverenza
Fa degli errori altrui la penitenza.
Quel che già nel Giordan dal gran Giovanni
Si fece battezzare nelle sacr'acque,
Dove voci s'udir da gli alti scanni
“Quest'è il diletto mio che mi compiacque,
Udite lui, che vi trarrà d'affanni,
Che per salvar la gente al mondo nacque”,
Hor, posto in abbandon quivi si scorge
E lieto è quel che più dolor gli porge.
Quel ch'alle nozze fece d'acqua vino,
E 'l pan multiplicò tra tanta gente,
E col suo gran poter alto e divino
Lazzaro suscitò, morto e fetente,
E 'l figliol della vedova meschino
Ritornò pur in vita similmente,
Hor senza alcun conforto o alcun' aita
Con obbrobri' e disonor esce di vita.
Quel che già in mezzo a minacciosi flutti
Quando pien d'ira Noto ed Aquilone
Fermo su l'onde andò co' piedi asciutti,
Guidando in porto Giacopo e Simone,
Quello che sordi udir fè, parlar muti,
E rese il figliuol sano al centurione,
Hor sopra un duro tronco si distende,
Sì tristo premio il peccator gli rende.
Quel che già glorioso e trionfante
Entrò nella città su l'asinello,
Ove corser le genti tutte quante
Ad honorarlo come re novello,
Chi con le palme gli cantarno innante,
Chi sotto i piedi gli ponea il mantello,
Hor è spogliato in mezzo un grosso stolo,
L'anima spira, in tanto affanno e duolo.
Alfin quel Creator, quel gran Monarca
Quel Verbo eterno, puro ed incarnato,
Quel, che vedendo la nostr'alma cara
D'ogni scellerità, d'ogni peccato
Il grave peso toglie, e noi discarca,
E tutto afflitto, lasso e consumato
Quel che pagar toccava di ragione
A noi, sopra di sè tutto si pone.
Oh gran bontà della bontà superna,
Oh superna pietà celeste e vera,
Oh vera Deità santa ed eterna,
Oh eterna maestà pura e sincera,
Oh sincera salute sempiterna,
Oh sempiterna gratia alta ed intiera,
Oh intiera charitade, oh immenso ardore,
Oh ardor che mi consuma l'alma e 'l core.
Oh, turba iniqua, ingrata e sconoscente,
Perché non accettasti il ver Messia?
Perché desti la morte all'innocente
Agnello, in pena dolorosa e ria?
Quel buon Giesù sì dolce e sì clemente
Qual aspettavi già per profetia,
Quello è venuto, e tu, tristo e cattivo
Non gli hai creduto, e l'hai di vita privo.
Ma che dic'io? Non son stati gli hebrei
Signor, che t'han confitto al duro legno,
Ma I gravi eccessi, scellerati e rei
Di me, scortese peccator indegno,
Però a te grido “Miserere mei”,
Non mi privar, Signor, del tuo bel regno,
Né guardare a' miei vitij, infami e brutti,
Che 'l sangue hai sparso per salvarne tutti.
Perdonami, Signor, acciò che tante
Fatiche, c'hai durate non sian perse,
Fammi parte la sù fra l'altre sante
Alme felice luminose e terse,
Fa che quest'alma del tuo amor s'ammante,
E sian mie voglie tutte in te converse,
Acciò ch'io pianga in terra il mio peccato
E dopo morte sia nel ciel beato.
IL FINE