LAMENTO
QUALE HA FAT-
to il Carotta e suoi
compagni
Se ben nel chiaro fonte di Elicona
Mai mi purgai per porger mano a versi
In laude o biasmo d'alcuna persona,
Né per formar canzoni mi sommersi
Stanze, sonetti, ballate e novelle,
Con vaga vena ben ornati e tersi,
Però narrar vi vuo' fra l'altre belle
Un'istoria, qual per la grata Musa
Degna è d'esser cantata in le padelle.
Resta al lettor haver lei per iscusa,
Se, mentre ella discorre, non trovasse
Esser così limata e ben diffusa.
Perché cedo ragion a chi biasmasse
La rima, col poeta, e insieme il caso,
Col dir che 'l più menchion non si trovasse.
Hor mi dice uno: “Che è questo tuo vaso
Il qual brami aprir per farne in una botta
Uscir l'odor, che ne penètri al naso,
Sapendo che non è caso o ricotta,
Ovver qualche profumo da odorare,
Ma solo il fin del misero Carotta,
Pover, che per non poterse aiutare
Nel gran disagio, nel maggior periglio,
Egli è costretto lasciarsi appiccare”.
Debole fu il saper, poco il consiglio,
De gl'avvocati e de' procuratori,
Quai procuravan fuggir dal periglio,
Che i gran delitti ed i commessi errori
Ferno esser vani tutti i parlamenti,
De' parenti, d'amici e de' signori.
Soffri pur, Carotta, poi che patienti
Sono i compagn tuoi cotanto amati,
Ch'alli consigli tuoi giammai fur lenti.
Ecco gl'amici car, ecco i bramati
Che ti accompagnan per fino alla morte,
Tanto son del tuo amor inviscerati.
Undeci son, che per seguir tue scorte
Si ritrovan con teco al punto estremo
Della forcha ridotti, oh mala sorte!
Digli: “Se ladri siamo, ben dovemo
Contentarci d'haver rubato assai,
E seguitate me, che guido il remo.
Ch'in mia vita, quel poco ch'io rubai,
Me ne contento, e muoro volontieri,
Sol per uscir del mondo pien di guai”.
Oh, infelice chi segue gl'aspri e fieri
Intenti del Demonio, qual ne guida
A dirupati e sassosi sentieri.
Questo intravien a chi troppo si fida
E mal oprando spera haver bon frutto,
Qual doppio error nel sen tosto gli annida.
Ecco il fin di costui, come è condotto
Essere appeso col capestro d'oro,
In segno che de' ladri era ridutto.
Eccoti appunto il premio del lavoro
Oprato per tua man, mentre vissuto
In questo secol sei fuor di decoro.
Quando de' ladri così gran ridutto,
Scegliendo, mantenevi alle tue spese,
E speravi di ciò coglier bon frutto,
Quelli che tu pagavi a un tanto al mese,
Facendo o non faccendo lor bottino,
Purché a robar sue man' fossero intese,
Ed ogni giorno, com' un indovino
Andar pensando astutie, e intravenire
Dove per lavorar sia per rampina.
Fuggendo il ben, desiando il mal seguire,
Con concubine alla taverna usate,
Con canaglia e con spie da non patire,
Quante volte son state ritrovate
Le tue tavole piene di forconi,
Che giocavano a tutte disperate,
Chi gioca le camise, chi i giupponi,
Chi cappa o ferraiuol c'hanno rubati,
Ed altre cose proprio da baroni.
Tu, che gli animi lor hai già provati,
A chi vinceva facevi bon viso,
Sapendo che i due terzi hai guadagnati,
A chi perdeva poi: “Fratel, ti avviso,
Che se viver tu vuoi, vatti, procaccia
Di rubar qualche cosa a l'improvviso.
Tira la rete alla furbente traccia,
Se coglie, colgie, se non, pacienza:
Fuggi da quella, e in un'altra t'impaccia,
Non dubitar, s eben in tua presenza
Un ribuffetto ti venisse fatto,
E dui gandoni n'haveste fuor d'absenza,
Presto e lesto serai, ch'imiti un gatto
Quando giusto si tra' co' i griffi al lardo,
Poi se ne scampa e fugge via di ratto.
E con simil speranza qual leompardo
Opera di far lesto, poi verrai
Che nel servirti mai non sarò tardo.
La gratia mia, con questo acquisterai.
Altrimenti facendo, io t'avviso,
Che in casa mia ricetto non havrai.”
Il lor voler dal tuo ponto diviso,
Opravan sì che al fin congiunti insieme
Alla forca si sono a l'improvviso.
Questo al miser Carotta duole e preme,
Che la morte da sé si è guadagnata:
Mentre da' sbirri preso, ne hebbe speme,
Dicendoli: “Poi ch'abbi confessata
La cosa come sta, li ladri accusa,
Che seràti la colpa perdonata”.
Non pensando, il meschin, da lor delusi
Esser suoi parlamenti, attese a questo
Ne gli esamini suoi, che al fin conclusi
Furno, che essendo lui capo del resto
Della ciurma de' ladri, è ben dovere
Che anch'esso muori, senza altro pretesto.
Ciò intendendo, costui mutò pensiero,
Dicendo non haver mai conosciuto
Alcun ladro che facci tal mestiero,
E ben che di provarlo sia tenuto,
Farà veder quando li sia in piacere,
C'huomo da ben egli è da ogni ritenuto.
Li magistrati, che stanno a sedere,
Udendo ciò sorriser così forte
Che rise anchora lui, contro dovere.
Onde delle prigioni aprir le porte,
E, cavatone i ladri, a faccia a faccia
Li confrontar, ma lui costante e forte
Disse: “Signori, d'udirmi vi piaccia,
Come costor giammai conobbi in viso,
Né mai ne vidi alcun in propria faccia.”
Quasi rimase il giudice conquiso,
Vedendolo sì pronto a negar quello
Che confessando havea da lor diviso,
Onde già della corda il gran flagello
C'havea fatto parar per suo servitio,
Oprò, sperando finir tal duello.
Ma il Carotta, con l'animo propitio
Costante e forte, qui gran spatio tenne
Le labbra chiuse sopra tal supplitio.
Poi che di quella levato ne viene,
Si credeva esser salvo e fuor di pena,
Ma un'altra più di quel ecco n'avviene,
Che, condotto alla veglia, qual ne mena
Tal estremo dolor che corpo humano
Resister non si può, che colpa e pena
Qui non confessi, e non dica di piano
Ogni commesso error, ogni tristitia,
Qual se l'effetto oprasse all'hor con mano.
Qui bisogna Carotta ogni nequitia
A pieno confessar, com'è dovere
Che il suo loco si serbi alla giustitia.
False ridotte son le tue chimere,
Però chiarissi ogn'huom, che in dubbio aspetta
Veder s'havrai in te tanto potere.
“Troppo m'affligge questa crudel stretta
Ma in dubbio stommi, poi che s'io confesso,
Il boia un altro duol maggior mi metta.
Però, sia come vuol, dicovi appresso
A quel c'ho detto, che confesso il tutto,
E più ve ne dirò, se m'è concesso”.
L'esamine di lui fu compiuto,
E la sentenza chiusa e sottoscritta,
Che morto sia, con chi li diede aiuto.
Ecco i fin de i tuoi anni, ecco compita
Tua truffa, che tant'anni ti fè stare
In sì giocondo stato, e allegra vita.
Il mondo ti conviene abbandonare,
La moglie con due figlie, e un figliolino
E ciò che mal saputo hai guadagnare.
Miser, vattene pure a capo chino,
E muor contento, poi che sol non sei
Ch'undeci n'hai sotto del tuo domino,
Che, per mal' oprar e fatti rei,
Dalla giustitia son rimasti estinti
Con fin crudel, de dolorosi homei.
Fabule non son state, o insogni finti,
Che pendenti son stati a i fenestroni,
Nella propria figura, e non dipinti.
Dui capestri il Carotta, belli e buoni,
Per opra sua a tal festa possedete,
Dorati, per far buone sue ragioni.
E se più innanti intender voi volete
Esprimer non farei più il fatto chiaro:
Salvo ch' questo poco che udirete:
Ridotto a estremità, con duolo amaro
Licenza egli chiedette a ogni persona,
Che fu l'ultimo giorno di gennaro.
Così finì sua vita, e in hora buona
Appeso ne restò, come vi dissi,
Posto nel mezzo a gli altri per corona.
Però ciascun qui con gl'occhi fissi
Esempio prenda, e non si scopri il vero,
Fermo havendo in memoria quel ch'io dissi.
La strada vera, il ritto e buon sentiero
Di seguir sol bramiamo in questa vita,
Né domini fra noi vano pensiero.
Dunque, per far l'istoria sua finita,
Per non esser prolisso alli lettori,
Finirò, con lor gratia alma e gradita.
Ringratio tutti voi, almi signori,
Che a così basso stil, l'intento vostro
Havete posto con sì grati honori;
Resta che più purgato e nero inchiostro
Gl'animi vostri adempi, e ciò s'attiene
A un che cercato habbi dal Borea a l'Ostro.
Dico a persona che con dolce vene
Usato sia compor simili intrichi,
E più di me in tai casi dica bene.
Spirti leggiadri e honesti, cor pudichi,
Habbiatemi iscusato, che la lume
Hormai finita mi cava d'intrichi,
Sì ch'andar voglio a goderne le piume
Dove meglio starò, mentre posando
Che qui non faccio fuor di mio costume.
Tutto son vostro, a Dio, m' aricomando.
IL FINE