LAMENTO
DEL DUCA
DI BIRONE
Poscia che è data la regal sentenza
Del morir mio, né rivocar si puote,
Senza spettacol far di mia presenza
Con voce mesta, in lagrimose gote
Non sol' vedranno i fieri Galli e Boi,
Ma tutto il mondo le mie flebil note.
Invitti, eccelsi, e generosi heroi,
Le cui imprese chiare e gloriose
Note son da gli esperji a i liti eoi,
Guerrieri illustri, ad opre alte e famose
Da Pallade e da Marte in terra eletti,
A guerre, a ciuffe, a pugne bellicose,
Fermate i sdegni e disgombrate i petti
D'ira e di crudeltà, s'in voi si trova
E udite questi tragici concetti,
E fate, prego, che pietà si mova
In voi, udendo il miserabil stato
D'un gran guerrier di segnalata prova.
Il Duca di Biron, tanto nomato,
Gran Marescial di Francia, ahi dura sorte,
A morte crudelmente condannato.
Fui cavaliero invitto, ardito e forte
Quant'altri, ahimè, che nel mestier de l'armi
Havesse mai la parigina corte.
L'alte mie imprese, in gloriosi e armi
Già fur cantate, e quel parea felice
Che potea con sue rime al cielo alzarmi.
Hor canteranno, ahi misero infelice,
Il tristo fin ch'a me di far s'aspetta,
Per un folle desir cui dir non lice.
L'ambition' crudel' e maladetta
Fè Lucifer cader dal cielo Empiro
Con tutta quanta la superba setta;
Quel desir gonfio, di voler' il giro
Del mondo dominar, fè il Macedone
Gionger' in breve a l'ultimo sospiro;
Né tanti peli ha l'orso od il Leone
Addosso, quanti quei che son periti
Per questa cieca e pazza ambitione.
Io fui presso al mio sir' tra i favoriti
Il primo sempre, e gli stei sempre al fianco,
O fusse in pace, o a martial inviti,
De le sue gratie mai negommi un quanco,
Ma sempre del suo amor mi fu cortese.
Ahi, perché il dico, s'io di fede manco?
Non merta il mio fallir' altre difese,
Ma sol' haver pietà de la mia acerba
Morte, e prender' esempio a le mie spese.
Né voler per un fior, che poco serba
Il color, calpestare il campo tutto
Di questa vita, e restar secco in herba.
Per giusta causa a morte son condutto,
Ma morte tanto horrenda e spaventosa
C'huomo non sia che tenghi l'occhio asciutto.
Quanto sia cosa oscura e tenebrosa,
Non posso dir', e quanto aspro tormento
Ne sente il core, in pena sì angosciosa.
Già del mio tristo fine il colpo sento,
Già per me veggo comparir la notte,
Già febo a gl'occhi miei ha il lume spento.
Oh, bel regno di Francia, ecco ridotte
Le forze mie sotto la dura accetta,
E tremo e sudo a l'aspre e mortal botte.
Cari parenti miei, poi ch'interdetta
Mi vien la vita, ecco, vi lasso in pace,
Poiché la morte già per me s'affretta.
Con ragion muoio, e così pare e piace
Al mio signor, ed è ben giusto ch'io
Paghi con morte il mio pensier fallace.
Ingrato fui, ahimè, contra il re mio,
Senza occasion alcuna, ma un disegno
Lieve, una voglia strana, un van desìo.
Hor, se fatto è l'error, ecco ne vengo
A far la penitenza in questo loco,
Ove del viver mio son gionto al segno.
Oh Regina del cielo, in questo poco
Di tempo che mi resta, habbi pietade
Di me infelice, che di cor t'invoco.
E tu, gran protettor de la cittade,
Fatto a Dio caro e grato, almo Dionigi,
Prega per me l'eterna maestade,
Ché dal fier regnator de' regni stigi
Mi difenda, e tu priega parimente
Oh popol generoso di Parigi,
Ch'a questo passo miserabilmente
Ridotto son per trar l'ultimo fiato
Di questa vita, ahimè, trista e dolente.
Mi guidi nel suo regno alto e beato
E questa spoglia dolorosa e trista
Torni a la terra, dove fui formato.
E prego la mia cener sia provista
D'urna funebre, e sia di panni scuri
Coperta la famiglia in bruna lista.
Più non suonin per me trombe o tamburi,
Stracciansi i miei stendardi, e vilipesi
Siano i miei fatti intrepidi e sicuri.
Le nobil' armi e tutti i miei arnesi
Siano gettati nel fiume Letheo,
U' mai più non sian visti, e manco intesi.
Fugga da me con la sua lira Orfeo,
E sol' augel notturni in rochi accenti
Cantin sopra il dolente mio trofeo,
Odasi, ovunque Febo i raggi ardenti
Gira, l'aspra mia morte, e pianga il polo,
La terra, il cielo, e tutti gli elementi,
Il fiero Marte, e 'l militante stuolo
Pel Duca di Biron, c'hoggi perisce:
Tutto si vesta di perpetuo dolo.
In mille imprese, in mille strane risse
Stato son teco, pure, oh grand' Henrico,
E sai se 'l brando mio per te ferisse,
Sai quant' ho fatto contra il tuo nemico,
Ed in difesa de la tua corona,
E quanto il sangue mio t'è stato amico.
Hor, un sol fallo a me non si perdona,
Il qual non è seguito in fatto espresso,
Se ben fu contra de la tua persona.
Son stato sollevato, e lo confesso,
Da gente a te nemica a far quel tanto
Che chiaramente dice il mio processo,
Ma le lagrime mie, l'amaro pianto
De' miei parenti, il domandar mercede,
Devrìano, ahi lasso, pur placarti alquanto.
Ti fui ingrato, ti mancai di fede,
Contra ti congiurai, ma al crudo effetto
Non veeni, ed opra al fatto non si diede.
Perso havrà il senno, perso l'intelletto,
Né sapendo, ahi meschin, quel ch'io facessi,
Di lesa maesta caddi in difetto.
Horsù, qui non occorre altri progressi,
So ch'io solco ne l'onda a ricoprire
Con simil ciancie i miei crudeli eccessi.
Eccomi dunque, pronto per patire
Questo supplicio, qual mi si prepara
Per giusto merto di sì gran fallire.
Ogn'un da me infelice oda ed impara
Di servar sempre fede al suo signore,
E quella haver più che la vita cara.
E perché giunto son' a l'ultime hore
E che in procinto son per far partita
Da questo mondo falso e pien d'errore,
Quivi ogni gloria mia resta finita,
Soccorrimi Signor, ch'adesso importa:
Manda l'angel custode a darmi aìta,
Che 'l demon rio con la dannata scorta
Mi fa gran guerra, e con suo inganno ed arte
Trar mi vorrebbe a la Tartarea porta.
Ma certo son che 'l falso andrà in disparte
Tutto confuso, mentre il santo nome
Tuo di cor chiamo, e già il fellon si parte.
Hor, qui depongo le terrene some,
Hoggi abbandono e lascio il mortal velo,
E l'alma mia spiegando i vanni, come
Bianca colomba se ne vola al cielo.
IL FINE