LAMENTO
DELLA POVERTA'
per l'estremo freddo del presente
anno 1587
Ohimè, Dio, che freddo è questo,
Che consuma le persone,
Oh, che verno aspro e molesto,
Fuor di tempo e di stagione,
Oh che dura passione,
Sente adesso i poveretti,
Che s'agiaccian fin ne i letti,
E ogn'hor più si mostra infesto.
Ohimè, Dio, che freddo è questo.
Questo verno fastidioso,
Ch'ogn'hor cresce e mai si stanca,
E' sì crudo e sì noioso
E di modo si rinfranca,
Che la legna a molti manca,
Né si trova da brugiare,
Tal che s'ode ogn'un pregare
Il Signor, che levi presto,
Ohimè, Dio, che freddo è questo.
Hor si vede quanto vale
Il fornirsi a tempo e loco,
Né aspettare a carnevale
A comprarne a poco a poco,
C'hoggi più ci costa il foco,
Per sto freddo così grande,
Che non fan l'altre vivande,
Pan e vin e tutto il resto,
Ohimè, Dio, che freddo è questo.
Quando suol la primavera
Poi che 'l tempo rinnovella,
Compariri per la riviera
La loquace rondinella,
La lucerta e la ranella,
E fiorir rose e viole,
Par che più s'oscuri il sole,
Come in habito funesto.
Ohimè, Dio, che freddo è questo.
Siamo pur nel mese homai
Che 'l sol entra nel montone,
Ch'allegrar si suole assai
In tal tempo le persone,
Ed adesso (oh che stagione),
Ci convien covare i stizzi,
Tal che par ch'ogn'un s'intizzi
A veder che non ha sesto.
Ohimè, Dio, che freddo è questo.
Cinque mesi e più d'intorno
Va sto freddo circondando,
E se sta buon tempo un giorno,
Cinque o sei va nevicando,
Hor piovendo, hor agiacciando
Ogni sito, ogni paese,
Accrescendo danni e spese,
Com'a tutti è manifesto.
Ohimè, Dio, che freddo è questo.
Quanti abbrugian le lettiere,
La carieghe e le banchette,
E le sporte e le paniere,
Le scaranne e le cassette,
Quante donne poverette
Per ostare al crudo giaccio
Con il pegno sotto il braccio
Vanno a tor denari impresto.
Ohimè, Dio, che freddo è questo.
Quanto son che vendut' hanno
Fin la penna de' suoi letti,
Quanti anchor cercando vanno
Alle porte, a gl'altrui tetti,
Quanti scalzi fanciulletti
Vanno attorno mendicando,
Sotto i portici tremando,
Per sto freddo dishonesto.
Ohimè, Dio, che freddo è questo.
Ben han danno i cittadini,
E patiscon doglie strane,
Ma stan peggio i poverini
Che non ponno haver del pane,
E si muoion nelle tane,
Che non han nissun per loro,
Senza aiuto, né ristoro,
Però stan con viso mesto.
Ohimè, Dio, che freddo è questo.
Quei che tengon magazzini,
E che vendon legne e fassi,
So che piglian de' quattrini,
E doventan ricchi e grassi,
E noi altri, afflitti e lassi,
Siamo al fin de la candela,
Che ciascun ci straccia e pela
Né s'osserva alcun protesto.
Ohimè, Dio, che freddo è questo.
Chem se cara hanno venduta
Già la legna pel passato,
Hora l'han tanto cresciuta
Che 'l suo prezzo è triplicato,
E si trova ch'ha comprato
Tre baiocchi una fassina,
Per non far la tremarina
E campar fin ch'è l'honesto.
Ohimè, Dio, che freddo è questo.
A veder è cosa bella
Quei che van mattina e sera
A comprar la carbonella
Da i fornari in grossa schiera,
Chi h aun grembial, chi una paniera,
Chi una sporta, chi un cestello,
Chi la tol fin nel capello
Ciaschedun porta il suo cesto.
Ohimè, Dio, che freddo è questo.
Chi vol gir 'nanti al compagno,
Chi li tira la guarnaccia,
Chi ad altrui vuota il cavagno,
Chi fa a pugni, chi minaccia,
Se si desse la fogaccia
Non sarìa tanto rumore,
Perché qui sol v'è timore
Non n'haver, chi non è presto.
Ohimè, Dio, che freddo è questo.
Che faremo, poverelli,
Poi che 'l freddo si rinforza,
Restaren tanti fringuelli,
Se non cala la sua forza.
Quest'è l'anno che la scorza
Gettarem su le madere,
Ma nessun non si dispere,
Che 'l Signor ci porrà sesto.
Ohimè, Dio, che freddo è questo.
Se s'ingegnano i facchini,
C'han de' zocchi da stellare,
Similmente i contadini
I quai portan da brugiare
Che si fan tal'hor pagare
Tre fassine una gabella,
E dui giulij una cestella,
Miri ogn'un che duol è questo.
Ohimè, Dio, che freddo è questo.
Ohimè, dunque, che faremo,
Se va dietro tal flagello?
Ben sian giunti al punto estremo
Per sto tempo così fello.
Felice è chi ha buon mantello,
Bone calze e bon giuppone,
Perché questa è una stagione
Da spedirci presto presto.
Ohimè, Dio, che freddo è questo.
Deh, lucente dio di Delo,
Apri hormai un bel sereno,
Straccia via l'oscuro velo
Delle nubi c'hai in seno,
Perché più sopra il terreno
Non aspergan tanto humore,
Scopri, scopri il tuo splendore
Che quest'è un favor honesto.
Ohimè, Dio, che freddo è questo.
E tu, freddo aspro e crudele,
Che ci affliggi oltra misura,
Leva homai, leva le vele
E va' cerca altra pastura,
E tu vien con tua verdura,
A dipinger la riviera,
Cara e dolce primavera
Che di fiori hai pieno il cesto.
Ohimè, Dio, che freddo è questo.
Ma perché la penna in mano
Mi s'aggiaccia tutta via,
Che sto tempo così strano
Mi dà gran malenconia,
Vo' finir la dicerìa
E 'l ciarlar poner da banda,
Perché 'l freddo mi comanda
Ch'a scaldar mi vada presto.
Ohimè, Dio, che freddo è questo.
Pur dirò due paroline,
Poverelli udite bene,
S'ogni cosa ha d'haver fine,
Questo ancor finir conviene,
E però restate in spene,
Perché dopo l'aer scuro
Verrà un giorno chiaro e puro,
Più non dico, e qui m'arresto.
Ohimè, Dio, che freddo è questo.
IL FINE