LA
LIBRARIA
CONVITO
universale,
dove s'invita grandissimo numero di libri
tanto antichi, quanto moderni, ritirati
tutti in un sonetto,
opera non men utile che dilettevole
All'illustrissimo e reverendissimo signore,
il sig. Cardinale RADIVIL di Polonia,
meritissimo legato.
SONETTO DOVE NE I
CAPIVERSI E' DESCRITTO
IL NOME DELL'ILLUSTRISS.
ET REVERENDISS. SIG.
CARDINALE
Gira la fama tua dal Borea a l'Ostro,
Invittissimo heroe, di tant'honore
Ornata, che 'l tuo raro alto splendore
Rende felice e lieto il secol nostro.
Grando sono i tuoi merti, e n'ha dimostro
Italia segno, e 'l sacro almo Pastore:
Onde si converrìano al tuo valore
Rime più dotti, e più purgato inchiostro.
Alti sono i tuoi pregi, onde le genti
Devriano erger colossi,archi e trofei
In eterna di te chiara memoria.
Vaglia a me dunque, ove son gli altri lenti,
Il tuo nome innalzare, e i versi miei,
Le tue lodi cantando, e la tua gloria.
ALL'ILLUSTRISSIMO
ET REVERENDISSIMO
SIG. E PATRON MIO
COLENDISSIMO
IL S. CARDINAL RADVIL.
Tanto mi restò impressa nella mente l'incomparabil magnanimità di V. S. Illust. & Rever. nel passaggio che ella fece in Bologna per Roma, non essendosi sdegnata prestare gratissima audienza a' miei rozzi e bassi versi, anzi, quelli con tanta liberalità e magnificanza riconoscere, che, bramoso di tener viva la mia servitù con lei, mi sono sempre andato immaginando trovare occasione di rinfrescarle nella memoria il gran desiderio ch'io tengo di sempre servirla. Al fine, essendomi sovvenuto che fra tanti capricci a lei recitati parvemi che molto le piacesse quella mia “Libraria”, cioè quel convito di tanti libri, essendo inventione non meno morale che dilettevole, l'ho fatta stampare, e per poterle con più gagliardo animo comparire innanzi alla tornata sua, feci pensiero di farlene (sì come faccio) un presente. So che l'opera è bassa, e indegna di pervenire nelle mani di signore tant'alto e sublime, ma la gran confidenza ch'io tengo nella sua innata bontà mi move a questo, non per trarne honore, né gloria, ma per mostrarle quanto bramo d'essere ascritto nel numero de' suoi minimi servitori, sapendo quella esser tanto amatrice della virtù, poiché quale Augusto o Mecenate, le va esaltando ed innalzando con tanta larghezza e liberalità, là dove, oltre che a sé tira tutti i cuori de gli huomini, acquista ancora eterna lode dalla bocca di tutte le genti.Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima si degni adunque accettare questa mia debol fatica, non guardando al dono di poco valore, ma all'animo di chi lo porge, e mi conservi in buona gratia sua, che con l'operetta insieme me stesso a lei dono, e la prego da Nostro Signore Dio ogni felicissimo contento.
Di Bologna, il dì primo di Marzo. MDXCII.
Di Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima
Humilissimo servitore
Giulio Cesare Croce
CONVITO UNIVERSALE
Gli Asolani del Bembo, una mattina
Fero un convito a la Canzon del Caro,
E l'Arcadia invitar del Sannazzaro,
Con le Rime di Laura Terracina.
Corsero per servire a la cucina
L'opere del Bernia e i cantici menaro
Di Fidentio, del Dolce anco chiamaro
L'Ulisse, ch'attendesse a la cantina.
E, perché v'era roba fine fine,
Mandaro a dire a tutti i lor parenti
Che fosser tosto a tal recreatione,
Onde se ne partir molte decine
Da le lor patrie e loro alloggiamenti,
Per ritrovarsi a tal consolatione;
E pria con un squadrone
De cuiuis generis, e de i dativi
La grammatica giunse in questi rivi,
E co i nominativi
Venner le concordanze tuttavia,
Accompagnate dal quare e dal quia.
E seco in compagnia
Le Regole arrivar di Prisciano,
Che l'Odissea di Homero havean per mano.
Così, di mano in mano
La Bucolica gionse di Marone,
Con l'Eneida e la Georgica a gallone.
Anchor di Cicerone
La Rhetorica venne a suon di flauto,
Per ritrovarsi a pasto così lauto.
Di Terentio e di Plauto
Vennero le Commedie a tai diletti,
E del Petrarca anchor tutti i Sonetti,
E con mordaci detti
Le Satire arrivar de l'Ariosto,
Che le Rime del Tasso havean accosto,
Né stava a lor discosto
Di Dante la Commedia, e con gran fretta
Del Boccaccio vi gionse la Fiammetta.
E seco in quella stretta
l'Epistole di Seneca morale,
E di Plinio l'Historia Naturale.
Anchor di Martiale
I versi, e quei d'Oratio e di Catullo,
Di Iuvenal, d'Ovidio e di Tibullo.
E seco a tal trastullo
La Geografia ci venne di Strabone,
Guidata dal Convivio di Platone.
Né stero in un cantone
Le Favole d'Esopo e di Galeno
Il Recettario di salute pieno.
Ed in quel sito ameno
La Poetica venne del Minturno,
Con le dotte Eleganze del Liburno,
Le Rime del Notturno
Vennero, e le Giornate del Ruscello,
Col Rimario e l'Imprese del Bandello.
Anchora del Burchiello
Gl'intricati Capricci, e parimenti
Del Faloppia i Secreti, e del Taglienti;
Del Landino i Commenti,
E quei del Velutello, e del Longiano
E del Corio l'Historia di Milano,
E d'Angel Poliziano
Le dotte Rime, e seco del Giraldi
Gli Hecatommici, e i Versi del Rinaldi.
Le Letter del Grimaldi,
Co i Romanzi del Pigna, e v'arrivaro
L'opre del Cieco d'Adria al paro al paro.
E seco ne menaro
Anco la Sofonisba del Trissino,
E i Dialoghi d'Honor del Possevino.
E seco in quel confino
Gionsero i Simposiaci di Plutarco,
Con i Sonetti del Zoppio e del Varco,
E d'allegrezza carco
Del Bolognetto v'arrivò il Costante,
E di Curtio Gonzaga il fido Amante.
L'opre del Cavalcante,
L'Amadigi del Tasso a quel sollazzo
Con la Civil Conversation del Guazzo,
E per non parer pazzo,
Ci venne il Pastor Fido, e del Pavese
Il Targa, con le Letter del Borghese.
Anchor tutta cortese
L'opra dell'Anguillara, e seco in frotta
L'Historia Universal del Tarcagnotta.
E seco pur allhotta
L'Hisotira venne anchor del Guicciardino,
Con la Tipocosmia del Citolino;
Ancor del Sansovino
L'Historia, e quella del Giovio e del Biondo,
E seco al par la Fabbrica del Mondo.
E con pensier giocondo
Del Crescentio arrivò l'Agricoltura,
E di Vetruvio anchor l'Architettura,
E con mente sicura
Dal Garimberto gionsero i concetti,
E del Ravisio anchora gli Epittetti.
E senz'altri sospetti
Del Piccolomin v'arrivo la Sfera,
In compagnia de i Giouchi del Renghiera,
E seco uniti a schiera
Gli Emblemi de l'Alciato in quel viaggio
Gionser con l'Economica del Gaggio,
E v'arrivò del Staggio
L'Amazzonida, e l'opera morale
Del Mutio, con le Letter del Corsale.
D'Antonio Tripadale
La Logica, e i Quesiti delTartaglia,
Con le Veglie Sanesi del Bargaglia,
E seco a la sbaraglia
Gli Ingiusti Sdegni di Bernardin Pini,
Con i Quattro Commenti del Fabrini.
Anchora del Verrini
La Notomia d'Amor quella mattina,
E del Molza la Ninfa Tiberina,
E gionse con ruina
La Scrimia del Marozzo, quasi a volo,
Co i Canti di Ruggier de l'Oriuolo,
E seco in quello stuolo
Del Castiglione anchora il Cortigiano,
Con il Trattato di Giovan Pontano,
E con sembiante humano
L'Orlando Innamorato del Boiardo
Venne, con i Romanzi del Baiardo,
E sotto il suo stendardo
Le Satire arrivar del Vinciguerra,
Con le Rime di Laura Battiferra,
E se 'l mio dir non erra,
Ci venne anche la Piazza Universale,
Col Parnaso di Cesar Caporale.
E, come havesser l'ale,
Ci vennero i Dittonghi del Norchiato,
E del Mora il Discorso del Soldato,
Ed a costoro a lato
Gionsero l'Hore di Recreatione
Con la Selva di varia letione.
Così, in conclusione,
Arrivar tutti, come già v'ho detto,
I parenti, a goder sì bel banchetto,
Dove, con dolce affetto,
In mezzo d'un gran bosco alto ed ombroso,
Fu preparato il pasto sontuoso.
E qui, con gratioso
Ordine fur raccolti tutti quanti,
Con feste, con trionfi, e suoni e canti,
Così lesti e galanti
A tavola si furon rassettati
Secondo i gradi e luochi preparati,
Dove con modi ornati
Acciò ch'ogn'un sguazzasse in quella riva,
Buovo d'Antona in tavola serviva,
E Palmerin d'Oliva
Facea il trinciante, ed a l'argentaria
Attendeva Antifor di Barosia,
E con gran leggiadria
Drusian dal Leon facea il coppiero,
E Liombrun faceva il bottigliero,
Ed il maneggio intiero
De la dispensa havea il Piovano Arlotto,
Com'huomo astuto, e in simil arte dotto,
Qual dal crudo e dal cotto
Teneva cura con gran diligenza,
E mastro Grillo facea la credenza,
E la dama Rovenza
Lavava i piatti, e gli ponea al suo loco,
E Morgante maggior faceva il cuoco.
E così, in tempo poco,
A venir le vivande incominciaro,
A primamente in tavola portaro
Un antipasto raro,
E queste fur le Burle del Gonella,
Fritte con il distrutto in la padella,
Poi, con maniera bella,
Vennero compartite in le scodelle,
Del Straparola tutte le Novelle,
E poi, finite quelle,
Fu la Maccaronea tosto portata,
Concia in potaggio, molto delicata;
Anchora appresentata
Fu la Zucca del Doni al bel banchetto,
Ed il Fior di Virtù fatto a guazzetto,
E con il suo brodetto,
Fu portato il Teatro de' Cervelli,
Con l'Hospital de' Pazzi in due piattelli.
E poi, levati quelli,
Le Lettere del Calmo fur portate,
A l'usanza di Francia cucinate,
E ben cotte e stufate
Del Domenichi fur portate in tola
Le facetie, onde ogn'un s'empia la gola.
E senza far parola
Fu portato il Perche cotto nel vino,
Co i ricordi del Sabba in un catino.
Anchor di Lorenzino
Fu portato il Lamento a Bolardello,
Anchor quel del Baglion col suo pastello.
Poi venne, dietro quello,
In cambio di tortelli e ravioli,
Una minestra di libri spagnuoli,
Anchora in questi suoli
I Versi di Menone e di Begotto,
Fatti in pasticci quei, questi in cigotto.
E seguendo di botto,
In ultimo portaro a l'espedita
Una vivanda molto saporita,
Qual fu un' oglia potrita
Di commedie, dov'eran la Calandra,
I Viluppi, il Bicchiere e l'Alessandra
Concie a l'uso di Fiandra,
I Contenti, i Fantasmi e la Cassaria,
Il Capitano, il Becco e la Cecaria,
Il Furto e la Capraria,
La Fabritia, il Fedel, l'Amor Costante,
Il Geloso, il Ragazzo, il Negromante,
La Cingana, e Ruzante,
La Lena, il Stuffaiol, gl'Hermafroditi,
Il Travaglia, la Sporta ed i Romiti,
I Morti e gl'Assortiti,
I Lucidi, i Suppositi e gl'Inganni,
La Notte, la Testuggine e i Tiranni,
La Nobiltà di Zanni,
Lo Spirto, gl'Incantesimi, l'Orsilia,
La Schiava, la Ruffiana e la Quintilia,
La Mestola e l'Emilia,
La Mora, la Rocchetta e 'l Marinaio,
Il Bifolco, l'Agnella e l'Herbolaio,
L'Alteria e 'l Pentolaio,
L'Aridosio, l'Alceo, la Cameriera,
La Pace, il Pellegrin, la Primavera,
La Gratiana v'era,
Gl'Intronati, il Poeta, la Mirtilla,
L'Amarilli, l'Aminta e la Sibilla,
La Moglie e la Persilla,
L'Ottavia furiosa, e la Mirina,
Il Corredo, il Ruffian, la Malandrina,
E seco in tal confina
La Leonida, Grottola e 'l Duello
D'Amor, e i Mal cibati anco con quello,
Il Servo ed il Donzello,
L'Eutichia, l'Amaranta, Anfitrione,
l'Aristippa, la Flora e 'l Formicone,
E così d'unione
Desinaron costor, senza contrasto,
Havendo rime e prose a tutto pasto.
Poi, con solenne fasto,
Si tolsero da tavola, ed andaro
A spasso in un giardin pregiato e raro,
E quivi confirmaro
E concluser tra lor che la Canzone
Del Caro non havea paragone
E che con gran ragione
Gli Asolani l'havevan convitata,
Vedendola da ogn'un tanto abbracciata,
Perché, chi fisso guata
Vede che per il mondo in tutti i canti
Accarezzata vien da tutti quanti:
La cantano i mercanti,
LA canta gli artigiani e i cittafini,
L'hanno a mente fino a i contadini,
Anchor ne i magazzini
E dentro le botteghe s'ode chiaro
Cantar da tutti la Canzon del Caro,
Perché ogni cosa è caro,
Caro il pan, caro il vin, cara la legna,
Caro il vestire e ciò che l'huom disegna,
E in ogni parte regna
Cara la carne, il sal, l'olio e le frutte,
E care, in conclusion, le cose tutte.
Tal che le genti instrutte
Tanto sono in cantarla, che d'intorno
Non s'ode altro cantar la notte e 'l giorno,
E spesso fa soggiorno
Co i ricchi, ed ei l'accoglion ne i lor tetti,
E gli dan di continuo ampli ricetti,
E sol da i poveretti
Viene odiata, perché tuttavia
Vedono esser per lor la carestia
E braman ch'ella sia
Del tutto esclusa, e non se ne ragioni,
Ma sol si leggi l'opere del Doni,
Ma non vi è più chi doni,
Donato è morto, e quella bell'usanza
Spenta è del tutto, e persa ogni speranza.
IL FINE