LODI DELLE PULITE E
LEGGIADRE CALDIRANE
Nelle quali si descrive le nobili
qualità che produce l'onorato
esercitio DELLA SETA. E con
ragione si lodano le belle caldi-
rane, ad eguaglianza delle al-
tre maestre di qualunque esercitio.
Canto un nobil soggett' alto e gentile,
Non forsi mai d'alcun cantato prima,
Con dolce vena e dilettoso stile.
Dona ti prego forza a la mia rima,
Apollo, o manda giù le tue germane,
Che diano a' versi miei, con la sua lima,
Che qui di cose inusitate e strane
Non voglio ragionar, ma l'esercitio
Spiegar, e i merti, delle caldirane,
E le lor lodi dir, ch'al mio giudicio
Son tante e tali ch'ogni raro ingegno
Qua devrebbe sfogare il suo capriccio.
Ma se co i versi miei non giongo al segno
De gli alti pregi suoi, se più non tanto
In su giungere il dir, qual è il disegno,
Prestatemi la voce voi in tanto,
Vaghe fanciulle, e accompagnare il suono
Col vostro raro e gratioso canto.
Qual esercitio a l'huom utile e buono
Più di questo si trova, e più galante,
Di quanti al mondo mai ne furo o sono?
Quindi prima vedete tutte quante
Quelle che a l'arte van de la caldiera,
Di faccia allegra, e di gentil sembiante,
E le lor teste, come Primavera,
Tutte infiorate, e bei mazzoli in seno
Ov'amor balla, e tutta la sua schiera.
Scorgesi in elle un viso almo e sereno,
Una dolce maniera e una creanza,
Qual non potriasi mai narrare a pieno.
Di gir sempre sbracciate han per usanza,
E, se ben stan nel fuoco a lavorare,
Di candidezza l'una l'altra avanza,
Con una gratia rara e singolare
La mattina a buon'hora le caldiere
Sen vanno, che ciascun fan rallegrare.
Se tu le miri in lor alte maniere,
Scorgi una certa gratia, una vaghezza,
Che ti porge nel cor sommo piacere.
E perché ogn'una a tal mestiero è avezza,
Dirò succintamente tutto quello
Ch'a tal officio va con gentilezza.
Prima ci vuol chi volta il molinello,
Una che stia disotto, una disopra,
Ed una ch'empia spesso il catinello.
A portar acqua fresca una s'adopra,
L'altra fa fuoco sotto la caldara,
A pelar folicelli alta sta in opra,
Chi porta de la legna, chi prepara
Le store, quando vien dal pavaglione
Il folicello, mercantia sì cara,
Chi fa fuoco a la pentola, chi pone
I folicelli fuora a solacchiare,
Acciò che 'l verme vada in perditione.
Altre attendon le stuore a sbachettare,
La mattina a buon'hora, onde tal tresca
Fa i vicini ben spesso risvegliare.
Chi netta i ferri, chi ne l'acqua fresca
La man si bagna, perché ciò facendo
Dal fuoco la ripara e la rinfresca.
Ma mentre in simil cose mi distendo,
Odo un che dice con voce discreta:
“Questa tua filateria non intendo,
Vorrrei saper, come si tra' la seta,
E quanto paga chi fa lavorarla,
S'a occhio over a labbra è la sua meta.”
Io rispondo a colui che meco a parla,
Che dentro la caldiera quando bolle,
Gettransi i folicelli a chi vuol trarla,
E non sì tosto son gettati a molle,
Che la maestra con un granatello,
Over scopetta, lo raggira e tolle
E pe' buchi d'un ferro, che per quello
Si tien; pongono i capi, e d'indi poi
Gli fanno avvolger sopra un molinello.
Qual molinello, se saper pur vuoi
Quanto sta a empirsi, a dirtelo d'amico,
Credo stia un'hora e mezza, fin in doi.
A sbucchiar poi si manda, e com'io dico,
Giù del torno si toglie e si soppressa
A la cavia, com'è costume antico.
Soppressata ch'ell'è, poscia vien messa
In mazzi, quali si chiamano matelli,
U' stan fin che 'l mercante a lei s'appressa.
Chi la lavora altrui, chi i folicelli
Compra, e fa da se stesso e chi s'accoppia
Con altri, e fanno insieme a dui borselli.
E quelli che non fan de la sua propria
Toglion per libra a gli altri di fattura
Bolognin trenta, come io n'ho la copia.
Del resto non ho troppo architettura,
Però ritorno dove havea lassato,
Per non m'allontanar da la scrittura.
E dico, ch'esercitio più honorato
Di questo non si trova, e che più sia
Utile a l'huomo, come v'ho contato.
S'esercita in Dalmatia, in la Turchia,
In India, in Media, in Tracia, in Paflagonia,
In Persia, in Palestina, in Barbaria,
S'usa la seta ne la Macedonia,
Ne l'Africa, ne l'Asia, e 'n la Caldea,
Ne l'Armenia, in Egitto e in Babilonia,
La Tessaglia, la Grecia e la Morea,
L'hanno in gran pregio, e tutta la montagna
Che gira il Ponto, ed anco la Giudea.
In gran stima in Germania e in Alemagna
E' tenuta la seta, e in la Borgogna.
Ma più in Italia, in Fiandra, in Francia in Spagna,
La Zelandia, l'Olanda, la Sansogna,
Né sì gran copia, ma non v'è, che passa
Per farne in quantità l'alma Bologna.
Di simil mercantia questa trapassa
Ogn'altra, e ne fa fede la gran fiera,
Ch'ogn'altra di valor dietro si lassa.
Di qui si può veder, che la caldiera
Merta dunque fra tutti i primi honori,
Ed è da sublimar mattina e sera.
Poich'in vestirsi, prencipi e signori
Si servono di lei, duchi e marchesi
E l'apprezzano i re, gl' imperatori.
Tutte le region, tutti i paesi,
La tengono in gran stima, e ciascun brama
Metter la seta in tutti i loro arnesi.
V'è la seta real, orsoglio e trama,
Le sete forastiere e le nostrane,
Che sotto varij nomi ogn'un le chiama.
Ma torniamo a le nostre caldirane,
Che a lassarle sarìa discortesia,
Sendo tanto gentil, tanto soprane.
Che la mattina tutte in compagnia,
Fan colatione, ov'han pane e formaggio,
Buon vino e buon salamo, e para via,
A disnar stan poi meglio, e assai più adagio
Perché han carne e minestra, tal che tutte
Comode stanno, e senza alcun disagio.
A merenda insalata, cascio e frutte,
Finocchi, e sempre mai a fresco il vino,
Acciò che non restin con le labbra asciutte.
Dopo disnar, chi vuol un sonettino
Dormir, se gli concede, perché il caldo
Le fa spesso tenere il capo chino.
Posate un poco, lavorier più saldo
Fanno, e cantan fra loro allegramente,
Certe canzon da porre in stampa d'Aldo.
Una comincia, e l'altre unitamente
La seguono con voce assai gagliarda,
Che una musica fan molto eccellente.
Hor cantar si sente la Mingarda,
Hora s'ode intonar la Bustacchina,
Che a rispondere mai nissuna è tarda.
Chi canta ad alta voce la “Mantina”,
Chi “Non più guerra”, chi “La pastorella”,
Chi quella di Madonna Tenerina,
Chi d'amor qualche canzonetta bella
Canta, chi di Madonna Ruvidazza,
Secondo che gli piace hor questa hor quella.
In conclusion, ogn'una si sollazza,
In qualche guisa, chi burla o motteggia,
Chi salta e balla, ogn'una gode e sguazza,
Chi fa ridere altrui, chi buffoneggia,
In somma ogn'una fa quel che gli aggrada,
Né vi è che le aborrischi o le dispreggia.
Se tu le vedi andar per la contrada
Paiono tante ninfe gratiose,
In cui dal ciel ogni vaghezza cada.
Non son horrende, brutte o stomacose,
Ma polite, leggiadre, ed attillate,
Piene sempre di fior, piene di rose.
Allegre in vista, nobili e pregiate,
Dolce da conversar, benigne e rare,
Amorevol, gentil, honeste e grate.
Chi dunque meco non vorrà contare
L'alte sue lodi, e far da l'Indo al Mauro
I pregi suoi e 'l gran valore andare?
Andiamo dunque sotto il verde lauro,
Muse, a cantar sue lodi altere e belle,
Degne di questo e di maggior tesauro.
Tutte le lingue e tutte le favelle
Spieghino in versi altissimi e sonori
I sommi honori e le virtù di quelle.
Venghin le Gratie e i pargoletti Amori,
Dove de l'humil Ren la lucid'onda
Scorrendo, fa giori l'herbette e i fiori.
Vaghi concenti in l'una e l'altra sponda,
Odansi, e al suon di così dolci note
Homo non sia, ch'al canto non risponda,
Ma perché il verso mio tanto non puote
Salir, sì che di qua dimostri almeno
Le gratie, ch'in lor son palese e note.
Qui farò fin, poiché l'ingegno meno
Viene, a sì gran soggetto e ch'altri spieghi,
Bramo i suoi merti, e 'l suo valor appieno.
Però, facendo fin convien ch'io preghi
Ognun' a gridar meco: “Viva, viva!
Le caldirane belle” e ch'io mi pieghi
A loro, e riverirle in ogni riva.
IL FINE