LA
MANTINA
CON LA SUA GIUNTA
E LA SUA RISPOSTA
NUOVAMENTE CORRETTA
e ristampata
ALLA NOBILISSIMA
gioventù bolognese
Havendo, molti anni sono, nobilissimi e virtuosissimi giovani composto questa barzelletta in isdrucciolo, ed havendone (come si sa) dato copia fuori, è stata fatta stampate senza il nome mio, non sapendo forse ch'io fussi l'autore; onde, capitatomi alle mani,e trovandola manca di molte cose, e mal corretta, l'ho raccolta ed accomodata, aggiuntandole quello che le mancava, con la sua risposta insieme, e vedendo che molti la bramano e desiderano, l'ho fatta ristampare, e perché la fiorita stagione invita andare ala campagna a godere i dolci zefiri e le fresche aure, acciò potiate darvi grato ed honesto trattenimento, a voi la dono ed appresento, ed insieme il buon animo mio, col quale sempre sarò pronto a servirvi.
Di Bologna il dì 30 maggio 1592.
Servitore affettionatissimo
Giulio Cesare Croce
Mantina crudelissima,
Più fiera d'una vipera,
D'un orso, un tigre, un aspide,
D'un rospo o una tarantola,
Dapoi ch'amor mi lacera,
Per ti dentro le viscere,
Forz'è che pien di lacrime
Te conta il mio rammarico.
Qui non ti vendo sorbole,
Non pomi, pere o nespole,
Non chiacchiare o fandonie,
Canzon, baie, né frottole,
Ma ti giur, per Apolline,
Per Giove e per Mercurio,
Per Saturno e per Venere,
Vulcan, Giunone e Pallade,
Che mi non te vo' doppio,
Ma schietto e fidelissimo,
E sol bramo e desidero
D'haver la tua amicitia.
Né creder a le chiacchiare,
Di Pier, Martino e Giacomo,
Che cercan darti intendere
Che mi son huom volubile,
Perché son forte e stabile,
Più assai d'un scoglio o un marmoro,
E tegno dentro l'anima
Un pensier alto e nobile.
Però, s'ti me vuol prendere,
Per servo tuo amantissimo,
Ti sarà felicissima
Fra tutte l'altre femmine.
Mi son puo' nobilissimo
Sovra tutti i altri huomini
Perché la mia progenie
Vien da casa illustrissima,
Ho poi in patrimonio
Gran numer di pecunia,
Case, terreni e mobili,
E mille sorti tattare.
Mi non so che sia debiti,
Perché mi non ho zaccare,
Ma i danar c'ho nel cofano
I son tutti mie liberi.
Mi non son'homo armigero,
Né vado mai in collera,
Né faccio rissa o strepito,
Ma son'humile e placido,
Gli è ben ver ch'io son prospero,
E che 'l mi pasta l'animo,
S'alcun mi vol' offendere
Io non lo stimo un pampano.
Mi po' canto di musica,
E so far conti d'abaco,
Che sempre ho tegnù pratica
Di gente eruditissima.
Se 'l se fa una commedia
Son mi che faccio il prologo,
E in la città di Felsina
Ho letto in loco pubblico.
Mi son buon secretario,
E so dittar le lettere,
E dar le preminentie
Secondo i gradi e i titoli.
Mi diletto di ziffere,
E far belle maiuscole,
E nel formar caratteri
Non trovo chi mi supera.
Mi diletto di pingere
A guazzo, a fresco, a olio,
E in scurzi, in ombre, in muscoli,
Son quasi un Michel Angelo.
In tirar' una linea
Avanzo Apelle e Fidia,
Polignoto e Parrasio,
Protogene e Zimagora.
Ho rispondenti in Padoa,
Milan, Verona e Genova,
Fiorenza, Siena e Capua,
E fin dentro di Napoli.
Ho due fratelli in Mantova,
E tre cugini in Bergamo,
Quai stan sempre sul traffico
De far de soldi un cumulo.
Sì che, sorella, respice
S'io son huomo di credito,
E s'io posso, fra nobili,
Entrar' anch'io nel numero.
Però ti prego e supplico
A volermi soccorrere,
A guisa di quel povero
Ch'è oppresso da miseria.
Se ti no me vol prendere
Per servo tuo legittimo,
Fa almen che, senza premio,
Io sia tuo fedel famulo.
Che se farai repudio
Alla mia voglia affabile,
Di me vedrai distruggere
E andar' in terra e in polvere.
E se me salta il sgrizzolo,
Andarò in Etiopia,
Over sotto sta macchina,
A ritrovar gli Antipodi.
Dunque fia, mia carissima,
Più dolce assai che 'l zuccaro,
Saporita e melliflua
Quant'è la manna e il nettare
Fin che ti è bella e zovane
E di virtude specolo,
Smetti quella superbia
Che t'empie di tant'enfasi.
E vien nel mio tugurio
A far la dolce copula,
Ch'io non posso resistere
Più a i colpi di cupidine.
Che, come sia notissimo
Il nostro guazzabulio
Le persone per gaudio
Sonaran tutte a doppio.
E qui si vedran correre
A un tempo grandi e piccoli,
E chi sonarà il timpano
Chi il flauto, chi le gnaccare,
Chi sonarà la citara,
Chi la pivetta o il ciuffolo,
Chi danzarà col cimbalo
Chi al dolce suon di fistola.
Ti puo', co' ti entri in camera,
Ti vedrà posto a l'ordine
Un ricco e bel cubicolo
Dove faremo il gemini.
Qui saran diese o dodese
Fantesche al tuo servicio,
Che sotto il mio stipendio
Per ti saran prontissime.
Co' ti sarà puo' gravida,
Ti farò andare in gondola,
Con gente sollazzevole,
Ch'ogn'hor ti faran ridere.
Chi cantarà de' sdruccioli,
Chi contarà facecie,
Chi dirà de le satire,
Chi la canzon de l'asino.
Se puo' ti el farà mascolo,
Mi te farò una cottola,
Se anchor la serà femmina
Te pago un par de zoccoli.
Puo', per conto di spendere,
Non son scarso né stitico,
Ma sempre a la mia tavola
Voio fasani e tortore.
Non voio manzo o pegora,
Non porco, oca, né pavaro,
Ma carne gentilissima,
Di quaie, tordi e lievore.
Ne i fatti miei son savio,
E le parole mastico,
Pur, s'io son in colloquio
Anche mi fallo e treppolo,
E se ben paro insipido,
E de natura frizido,
Però non son un bufalo
E so che val le specie.
Mi puo', non vago a bettola,
E non mi do alla crapola,
Ma son un homo sobrio
Che fuzzo la libidine.
E se ti è malenconica,
E de natura timida,
Si trovarà un rimedio
Che te cavarà l'ocio:
Sotto la nostra pergola
Faren vegnire i piffari,
E quel gobin d'Augubbio
Che fa saltar la scimmia.
E al canto de la rondine
Del cucco e de la lodola,
Daremo mancia al regolo,
Con più de cento brindisi.
Sì che voio concludere
Se ti te savrà rezzere,
Ti sarà felicissima,
Nel mondo longo tempore.
Dunque non esser semplice
A intender sto paragrafo,
E smetti le materie
E lassate corrompere.
Horsù, metteti a l'ordine,
Perché tornerò crastina,
E senza cerimonie
Ti condurrò a l'hospitio,
Dove, sotto l'augurio
Del nostro bel connubio
Staremo in pace e in requie
Fin che sarem decrepiti.
IL FINE
RISPOSTA DELLA MANTINA
Amante fidelissimo,
Costante ed immutabile,
Sodo, fermo e sollicito,
Secreto ed amorevole,
Poi che con tal retorica
E sì rara eloquentia
Hai fatto a me notissimo
Il duol che sì ti lacera,
Io, che non son di marmoro,
Come ti dai a intendere,
Di sasso, né di porfido,
O d'altra dura lapide,
Forz'è ch'a le tue lacrime
Ai tuoi singulti, a i gemini,
Mi pieghi, e ch'io specifichi
Ch'io non t'adulo, o simulo.
Anzi, se grave incendio
Per me porti in le viscere,
Ed io mi sento struggere
Il petto, il core e l'anima,
E son ridutta a un termine
Di qualche gran disordine,
Che s'io non ho sussidio,
Del carro temo e dubito,
Perché mi bruso e spasimo
E sì m'affliggo e smanio
Che mai ne la mia camera
Non faccio altro che piangere.
E s'io potessi correre
Fuora dal mio cubicolo,
Senza vergogna o scandalo,
Da te sarei prestissima,
Ma per non esser libere
Noi altre, come gli huomini,
Non è cosa honestissima
Ch'io mostri tale insania.
Poi ho sì stretta guardia
Ed occhi sì acutissimi,
Ch'in posta ogn'hor mi tengono,
Ch'io non mi posso scuotere.
Onde mi par difficile
L'impresa, per chi seguita
Come dice il proverbio,
Suol spesso havere il palio.
Quel che mi da fastidio
E' che mi fa distruggere,
Sì è quella che mi domina
Che mai mi lassa vivere.
E, 'n cambio di soccorrermi,
E darmi qualche ausilio,
Sempre mi sta a riprendere,
E ogn'hor barbotta e gracchiola,
E per questo mi macero
E vivo sol di lagrime,
Mentre penso e considero
A la mia gran miseria.
Poi son sì pura e semplice
E priva di malitia,
Ch'io non saprei discernere
Un'oca da una tortora,
Vegno a dir ch'io son savia,
E piena di modestia,
E non vorrei incorrere
In qualche gran calunnia,
Se non fosse quel stimolo
Che mi ritiene e affrenami,
Sarei più pronta e facile
A trarmi il mio capriccio.
Ma bisogna restringere
Il duol che mi dilania,
Per non cascar da bestia
In qualche precipitio,
Dunque, se tu desideri
Haver la mia amicitia,
Usa tutti quei termini
Ch'usar de' un huomo pratico.
E non fare il fantastico,
L'humor o il bestialissimo,
Ma in tutti i tuoi negocij
Cammina con prudentia.
Già t'ho fatto chiarissimo
Che l'amor è reciproco,
E che, se sarai stabile,
Non andrai senza premio.
Hor, col tuo senno ingegnati
De trarmi de sta carcere,
Ma però senza biasimo
De la nostra progenie.
So che intendi benissimo
Senza far tanti prologhi,
Come tu t'hai a reggere
Se vuoi haver vittoria,
Che come in nodo lecito
Saremo uniti in copula,
Ti scoprirò poi l'intimo
Del cor, che adesso è tacito.
E se da ceppo nobile
Ti trovi havere origine,
Né io vengo a discendere
Di sangue basso ed infimo.
E, ancora ch'io sia femmina,
Non son d'ingegno ignobile,
Ma dentro la memoria
Conservo un nobil genio.
E mi trovo esser unica
Nel canto, e qui non vantomi,
Ma so ben che mi cedono
I più eccellenti musici.
So anchor sonar la citara,
Il flauto, e 'l clavacembalo,
E contar baie e frottole
Da smassellar di ridere,
So far balletti varij,
Che questi ancora importano,
Che quando l'altre danzano,
Non sto come una statua.
Per contro, può di reggere
La casa e tutti i mobili,
Non occorre a discorrere
Perché sarìa superfluo.
Poi che son tanto pratica
In governar le tattare,
Che non v'è tema o dubbio
Ch'in ciò nissun mi sindica.
Tegno le masseritie
Sì nette e politissime,
Con tanta cura e industria
Che paion tanti specoli.
Le casse, i banchi e i cofani
Tengo sì chiari e lucidi,
Che quei ch'in essi mirano
Vedon proprie le immagini.
Per conto po' del tessere
E far lavori a opera,
Mi non voio laudarmene,
Che non sarìa in proposito.
Per cusinar puo' gambari,
E trute, orate e cievali,
E far pastizzi e tartare,
Mi son avidottissima,
D'imbandir una tavola
Con tutte le delitie
Che immaginar si possono,
Mi son eccellentissima.
Non porto poi invidia
A questi che lambiccano
Per fare acque odorifere,
Ed ogli preciosissimi.
Ho un secreto mirabile
Ch' ammazza il morbo gallico,
E fo un elettuario
Che sana il mal de l'asima.
Ho poi cinquanta bossoli
D'unguenti salutiferi,
E un scatolin di polvere
Da fare i denti candidi.
Ho mille altri ammirabili
Secreti importantissimi,
Che a l'occasione oprandoli
Sono arcistupendissimi.
Ho poi dote grandissima,
E luoghi e campi fertili,
E case, e robe e crediti
Ch'importano un gran numero.
Sì che voio concludere
Se ci potian congiungere
Insieme, come ho in animo,
E ciò non sia al contrario,
Che noi starem benissimo,
Ed havremo da godere,
Da spendere e da spandere
A nostro beneplacito.
Ed al nostro servitio
Potren seguire in essere
Carroccie, cocchi e gondole,
Senza nostro discomodo.
E andar con i nostri ordini
A spasso, e di continuo
Haver poeti e comici
Che i nostri cori allegrino.
Però, ti prego e supplico
Esser diligentissimo
Ch'ogni momento, ogni attimo,
Parmi un'etate, un secolo.
IL FINE