RIME
NELLA MORTE
DELL'ILLUSTRISS.
ED ECCELLENTISSIMO
SIGNOR MARCHESE
PIRRO MALVEZZI,
Senator di Bologna, Capitano d'huomini d'arme
nel Regno di Napoli,
e del Consiglio Secreto di Sua Maestà Cattolica nello
Stato di Milano
IN MORTE
DEL MARCHESE
MALVEZZI
Caduta è l'alta torre, e 'l gran sostegno
Che resse un tempo il gran tempio di Marte,
E fu salda fortezza del suo regno.
La Dea de le battaglie sta in disparte,
Tutta dolente e mesta, né disegna
Voler seguir più di militia l'arte.
Rotto è il baston de l'honorata insegna,
Qual più volte vittorie in mar e in terra
Di palme e di trofei si fece degna.
La gran colonna è ruinata a terra,
Per cui Felsina già gonfia ed altiera
Giva, e la gloria sua posta è sotterra.
La gran casa MALVEZZI, ahi cruda e fiera
Morte, perso ha quel lume e quel splendore
Ch'era il suo chiaro sol, la sua lumiera.
Quel gran fulgor di guerra, il cui valore
Per tutto è noto, hor sotto un freddo sasso
Giace estinto, terribil vincitore.
Fermate, cavalieri, alquanto il passo,
E sopra il mesto tumulo piangete,
Quest'alto e degno heroe di vita casso.
Le magnanime imprese già sapete
Fatte da lui, che 'l smemorato oblio
Mai non le tufferà nel fiume Lethe:
Fu di gran cor, fu saggio, honesto e pio,
D'animo invitto, valoro e fiero,
E pronto a espor la vita ogn'hor per Dio.
Le doti, le virtù ch'un cavaliero
Puon far perfetto, tutte in lui regnaro,
E di gran capitano il titol vero.
Prima qual Pirro fu di forze chiaro,
E per scienza di guerra un Scipione,
E di prestezza a Cesar giunse al paro.
In esso, del famoso Macedone
Regnò la largità, la splendidezza,
E 'l senno e la prudenza di Catone,
Leonida per fede, e per fermezza
Camillo, e per giustizia il gran Torquato,
E Oratio di valor e di fermezza.
Qual Marcello, Clemente, e qual Dentato
Feroce, e qual Fabricio in guerra ardito,
E un nuovo Mario sul cavallo armato.
Benigno qual Augusto, e come Tito
Cortese, e come Fabio valoroso
Appresentarsi al martial invito.
Qual Temistochle in campo generoso,
Al par d'Ulisse saggio, e qual Achille
Forte, e qual Ciro e Dario bellicoso.
Al fin quei cui le più sonore squille
Fatt'hanno risuonar dal Borea a l'Ostro
I lor nomi e lor lodi a mille e mille,
Agguagliati ha ne l'armi tutti, e mostro
Che fra gli antichi e fra' moderni heroi
Che dato han fama e gloria al secol nostro
E fra quanti verranno anche dopoi
Splenderà sempre a guisa di Piropo
L'alto valore e i chiari gesti suoi.
E di sì gran guerrier havrai gran uopo
Bologna ancora, perché rare volte
Il tesor si conosce, se non dopo
Che perso s'ha, e molte fiate e molte
Succedono ruine a i stati, a i regni
Com'ogn'hor par s'intenda e che s'ascolte,
Per non haver guerrier pregiati e degni
Che sappian riparar a i danni loro
Con l'armi, con le forze e con l'ingegni,
E quei che sono a i nostri tempi, o foro
A gli altri, han visto correr casi tali
E molti havuto n'han pena e martoro,
Per non haver chi da i nimici strali,
O col ferro o con l'armi gli difenda,
E n'è successo mille oltraggi e mali.
Di questi, senza ch'oltre più m'estenda,
Sai del gran PIRRO i fatti alti ed egregi,
E quanto attorno il nome suo risplenda,
Che 'l suo sommo valor fra i primi regi
Del mondo sendo scorso a lui han dato
Carchi honorati, e segnati pregi.
Prima giovane essendo fu mandato
In Francia da Pio Quinto, almo pastore,
Per spegner l'ugonotto empio e spietato,
Dove a la gran giornata tal terrore
Porse a quell'empia e scellerata gente,
Che n'hebbe gloria ed immortal honore.
A la naval giornata parimente
Contra il turco trovosse, e con la spada
Fe' gran conflitto, e ritornò vincente.
Nol lasciò ancor Gregorio stare a bada,
Ma gli diede il governo generale
D'Avignon, per purgar quella contrada,
Ch'in quelle parti un capo principale
Stava, qual dietro havea seguito grande,
Indomito, superbo e bestiale.
Ch'infettato teneva quelle bande,
Né de la Chiesa né del Santo Padre
Temea, ma ogn'hor faceva opre nefande.
Quest'ogn'hor stava fra l'armate squadre
E, come Campaneo, sprezzava Giove
Con le sue genti scellerate e ladre.
Né v'era alcun ch'ardisce di gir dove
Ei dimora, a trarlo fuor di vita,
Ch'era in fortezza, e poco giva altrove.
Quando a la giunta sua, con mano ardita
PIRRO a quel mostro rio col ferro ignudo
Troncò l'orgoglio e die' mortal ferita
E de' fautori di quel fiero e crudo,
Fece correr di sangue la campagna,
Né lor elmo giovò, lancia né scudo,
Hebbe di poi da l'alto re di Spagna
D'huomini d'arme una condotta, e quella
Là 've gentil Sebetho i campi bagna,
E da l'istesso re schiera novella
Hebbe, e fu general di fanteria,
Per andar contra gente a Dio rubella
E spegner la diabolica heresia
Del ginevrin malvagio ed ostinato,
Ne la sua opinion fallace e ria.
Di nuovo, al gran Milan sendo chiamato,
Eletto dal suo re fra i più secreti
Di quel Consiglio a governar lo stato.
E da Clemente Ottavo ne gl'inquieti
Tempi che per Ferrara foco e vampo
Pareva minacciar fin a i pianeti,
Creato mastro e general del campo
Fu de le lancie di Sua Santitade,
Conoscendol ne l'arme un chiaro lampo.
Tre mila fanti ancora in potestade
Hebbe a la guerra istessa: hor che giammai
Fra noi ascese a tanta dignitade?
Al fin come guerrier ch'in pur assai
Imprese s'è trovato, venne eletto
Per supir le ruine e i grandi guai
Che fra Modona e Lucca, per difetto
De' confinanti loro, i quai crescendo
Eran per por l'Italia in tristo affetto,
Dov'ei, col suo valor alto e stupendo,
Col suo saper, con la sua gran prudenza,
D'ambe le parti autoritade havendo
Trattò col suo gran senno e l'eloquenza,
Di modo tal ch'ad ambi depor l'armi
Fece, né più v'è alcuna differenza.
Hor morto, e freddo sotto duri marmi
Giace colui che per le sue magn'opre
Merta esser celebrato in mille carmi.
Un così grande heroe si chiude e copre
In picciol urna, e in tenebrosa tomba,
E morto ancor suoi raggi attorno scopre
E la sua fama con sonora tromba
Intuona l'Indo e 'l Mauro, e 'l Nilo e 'l Gange,
Anzi pur fin al ciel suona e rimbomba.
Marte sospira, la militia piange,
Il valor trema, la virtù s'asconde,
E la prudenza il crin si straccia e frange,
Né più va il padre Ren con le gioconde
Sue Ninfe intorno con festosi canti,
Ma scure fatte son sue lucid'onde.
Bologna, che solea per tutti i canti
Esser nomata per sì gran campione,
Degno d'haver ne l'armi i primi vanti,
Hor sta dolente e mesta, ed ha ragione
Poscia che persa ha così ricca gioia,
Che stimata era in ogni regione.
Né vide Thebe mai, né vide Troia
Guerrier più ardito, capitan più forte,
Quant'esso, la cui perdita tal noia
Ed affann'hoggi a le felsinee porte
Porge, anzi l'Italia tutta e 'l lito hesperio
Sarà dolente di sua scura morte.
Il gran Milan, che con gran desiderio
Hor l'aspettava, sta dolente e mesto,
E le città d'Espagna e che l'imperio
Di quelle tien, che confidava in questo
Heroe gran cose, ch'a questa corona
Era il suo gran valor già manifesto,
Sapea quanto fedel la sua persona
Era, e quanto con l'armi e col consiglio
Valea, servisse Pallade e Bellona,
Che da l'una e da l'altra, come figlio
Sendo dotato di virtù preclare,
Sicuro usciva fuor d'ogni periglio.
E però, se 'l suo nome risonare
S'udrà, per tutto dove il sol circonda,
Mercè sian l'opre sue pregiate e rare.
Di grave aspetto, di faccia gioconda,
D'alta presenza e di gentil costume,
Di senno e di memoria alta e profonda,
E i raggio di virtù, splendor e lume
E in tutte quelle scienze esercitato,
Ch'un nobil cavalier haver presume.
Severo in guerra, in pace dolce e grato,
Benigno per natura e per tal dote
Da i prencipi e da tutti era stimato:
Le preminenze in somma c'haver puote
Huom qua giù in terra, in esso tutte furo,
E in ogni parte già son chiare e note.
Ch'ei primamente non da sangue oscuro
Deriva, ma da casa illustre quanto
Altra hoggi sia in Italia, ed è sicuro
Che la casa MALVEZZI in ogni canto
Vien celebrata per i gran guerrieri
Da lei usciti, d'alto pregio e vanto.
Sempre fiorita fu di cavalieri,
Conti, baron, marchesi e senatori,
E capitani in arme arditi e fieri,
E fra l'altre famiglie da scrittori
Che ne l'Italia vengono illustrate,
Questa non resta della penna fuori,
E tanto più per l'alte ed honorate
Imprese e degne, dal gran PIRRO fatte,
Sarà famosa e chiara in ogni etade.
E in essa ancor son genti acconcie ed atte
A seguir l'orme sue, col senno e l'arme,
Se morte l'arbor suo non sfronda o sbatte,
E fin ad hora già di veder parme
Fiorir sì fiera e generosa prole
Quant'altra ch'opri lancia o petto s'arme.
E s'ei fu di sua casa un chiaro sole,
Queste son chiare e fiammeggianti stelle,
Ch'illustran di virtù le sacre scole.
E con lor opre degne, ornate e belle,
Titoli accresceran, fama e grandezza
A questa nobil patria, e in queste e in quelle
Parti in eterno la casa MALVEZZA
Splenderà sempre, e Felsina gentile
Per tali heroi starà sempre in altezza,
E nomata sarà, dal Battro al Thile.
IL FINE