IL GIOCONDO
E FLORIDO
FATTO NELLE SONTUOSE
E DELLA RAPA,
al quale intervengono di piante, fiori e frutti
copiosissimo numero,
con l’origine della CAROTA e sue lodevoli
virtù e qualità.
AL
Se non hebbe a sdegno quel magnanimo e invitto re il basso e humil presente della fangosa rapa, fattogli da quel povero agricoltore, ma con serena e lieta fronte mostrò a quello manifesto segno a haverla cara e grata, havendo risguardo più al puro e sincero animo del presentante, che al presente fattogli dal quello; tanto più m’assicuro io che Vostra Signoria Molto Illustrissimo non debba sdegnare, anzi benignamente agradire da me, parimente povero agricoltore dell’infruttuoso campo de’ miei fantastichi e capricciosi concetti, non una rozza e mal lavata rapa, ma sì bene le floridissime nozze di essa madonna rapa e di messere rafano, al cui sontuosissimo convito intervengono di semplici, piante, erbe, radici, fiori e frutti un copiosissimo numero, con l’origine e nascimento di madonna carota, da ciascuno hoggi tanto honorata, riverita e lodata come quella la cui radice e semente si attacca per tutto; ed ogn’uno è buon giardiniero da piantarne, come si sa. Vostra Signoria dunque si degni accettare questo mio giocoso capriccio, il quale con puro cuore gli offero e dono, e me scriva nel numero de’ suoi devoti servitori; con che fine, baciandogli con ogni riverenza le mani, gli prego da Nostro Signore Iddio ogni compito desiderio.
Di Bologna, il dì 17 di maggio 1607.
Di Vostra Signoria Molt’illustrissimo
Devotissimo servitore
Giulio Cesare dalla Croce.
Ch’Amor ferisca col suo fiero strale
L’huomo, e l’accenda del suo caldo foco
Tutti lo sanno, e però nulla o poco
S’ammireran, s’io dico cosa tale.
S’io dirò ch’ei ferisca un animale
E innamorar lo facci, havran per gioco;
Ch’anch’esso ha il cor, ed a suo tempo e loco
Sente d’Amor la fiamma che l’assale.
Ma s’io dirò, ch’ei tiri di saetta,
A l’erbe ed a le piante, mi diranno
Che la fodra pers’ho de la berretta.
Pur, che l’edra il muro ama vedranno,
La vite a l’olmo anchor s’abbraccia stretta,
Le zucche, al pioppo e al pino unir si vanno;
Sì ch’ammirar non s’hanno
Costor, né dir che in me non sia cervello,
S’io congiungo la rapa al ravanello.
LE NOZZE DEL RAFANO E DELLA RAPA
Qui non vi canto la mensa de gli Dei,
Né di Lucullo i magni e gran conviti,
Né ‘l banchetto regal che fe' colei
Al gran roman, cui par ch’ancor s’additi.
Se bene a i vaghi colli pegasei
Son stato, u’ si fan gl’huomini eruditi,
Non ho al fonte però bevuto tanto
Che sì in alto salir mi doni vanto.
Ma voglio il bel connubio almo e giocondo
Del rafano e la rapa, i duoi amanti
Legiadri e gratiosi a tutto il mondo
Far noto, non d’alcun più detto innanti,
I trionfi e le feste, a tondo a tondo,
Le sontuose nozze, i riti, i canti,
Gli applausi e l’allegrezze, e in somma quanto
Loro è successo, far’udire intanto.
Ben credo che narrando cosa tale
Io farò di stupor stupir’ Homero,
E fuggir via le mosche e le zenzale,
Di cui già per ischerzo un tomo intiero
Scrisse, e Maron forse anco havrà per male
Udir questo fantastico pensiero,
E seco si dorrà non haver presa
A spiegar pria di me sì degna impresa.
Ferito havendo Amor con sua saetta
Nel scorzo messer rafano gentile,
Per una vaga rapa, ch’in l’herbetta
Lieta si stava il dì primo d’aprile,
Per far quel ch’a un amante far si aspetta,
Fido e leale e d’animo virile,
Pigliolla, e fur sì grandi gli apparati
Che la fama ne vola in tutti i lati.
Quivi i semplici tutti si trovaro
De’ campi, prati, fossi, orti e giardini,
E monti e piani e fiumi trapassaro,
Per gionger quanto prima a’ bei confini
Dove s’havea da fare il pasto raro.
E così, da i lontani e da i vicini
Siti, vennero tutti in questo loco,
Per star con essi in festa, in spasso e in gioco.
Chi di rosso vestito, e chi di giallo,
Chi di bianco, chi azzur, chi di turchino,
Chi di verde color, chi incarnatino,
Chi di manto morel, chi verdegiallo,
Chi paonazzo, chi di cremisino,
Così al venir si fur le piante accinte,
Con lor livree di più color dipinte.
Il primo che vi giunse fu il melone,
Che come capo gìa nanti al drappello,
Poi la zucca, il cocomero, e ‘l cedrone,
La radice, la salvia, e ‘l nepitello,
Con l’aglio, la cipolla, ed il navone,
Il cardamo, il finocchio e l’asfodello,
Menta, mentastro, serpillo e comino,
L’araco, l’elitropo e il ciclomino.
Con le compagne sue venne la ruta,
Qual fur l’endivia, l’aface e la scilla,
Ancor l’ortica, con sua foglia acuta,
Il porro, la scalogna e la condrilla,
La bieta, la lattuca e la cicuta,
La malva, l’erba stella e camomilla,
L’erba siena ancor’essa, e la ruchetta,
Con l’appio e l’asar corser la staffetta.
Il tartufo, il nastorcio e lo scolino,
Il cappato e ‘l spinazzo entraro in via,
La rombice, col dente cavallino,
Il selen e ‘l zafferano in compagnia.
Lo spico, la lavanda e ‘l rosmarino,
L’angelica odorata ancor s’invia,
Né ad arrivar l’asparago fu tardo,
Col piperite, il tano e l’oppio e ‘l cardo.
La betonica tanto conosciuta
Da tutti, anch’ella a l’ordine si mette,
Con il dafnoide, e con la persoluta,
E ‘l meliloto in otio anch’ei non stette.
Il galliopij con mente risoluta
Con il polagal venne a le suddette
Nozze, e con essi il tripodio e ‘l trifoglio,
Il lupo solitario, il drata e l’oglio.
Il poleggio, il giacinto e ‘l bel narciso,
Spargendo grati odor venner correndo,
L’eritronio e ‘l tricocco e l’eliocriso,
Per arrivar’ al pasto alto e stupendo.
Il gran, l’avena, l’orzo, il farro e ‘l riso,
Fava, fagioli e cece andar seguendo
Gl’altri; e ‘l gladiol, l’origan, l’amaranto,
Il bupreste, l’hissopo e ‘l cardo santo.
Il leucacanto con la santoregia,
E ‘l pogliacanto venne in un instante;
L’ebolo, e ‘l croco con l’astola regia
Comparvero al festin, ciascun galante.
Il verde acanto, con presenza egregia
Anch’esso venne col gentil enante,
E la squilla, la lente, e la bistana
La calta, e la viola lor germana.
Comparver dopo lor la rosa e ‘l giglio,
Con lor fragranze, e seco il fior di Giove,
Il sistro, il lichno, la cicerchia e ‘l miglio,
Vennero anch’essi a queste feste nove.
La speudancusa con allegro ciglio
Per arrivar con gli altri il passo move,
E ‘l calceo e l’eban, non trovando scusa,
Venner col thimo, e con la speudancusa.
L’asplace, il sesel, l’albuco al banchetto
Venner, con il diacodio e con l’althea,
La fragola, il basilico, d’affetto
Pieni, e l’alfanio con la dragontea,
La coloquintid’anco, a tal diletto
Comparve, e ‘l smirno con la panacea,
La matresilva, il marobbio e l’hibisco,
La maggiorana, il dittamo e l’antrisco.
L’oculus bovis con la porcellana
Gionse, e con lei l’opuntia e l’uva spina,
Il coriandol, con mente alta e soprana,
Con l’aneto al bel pasto s’avvicina.
La lappa da costor non s’allontana,
E la gramigna, sua carnal cugina,
Vi corse anch’ella, e seco l’hippolapato,
Il blito, il glaucio, il scandio e ‘l bulapato.
Il lapato, l’acorna e ‘l codiamino,
L’onopisso, col stilfio al bel convito
Gionser, col felce e l’alga e ‘l sermollino,
E ‘l cento capi, ogn’un di lor più ardito;
L’osilapato, anch’ei dal suo confino
Partissi, e menò seco in questo sito
La colocasia con la pimpinella,
E ‘l malvavisco con la marcorella.
La clithia, il poglio con l’erba regina,
Per venir qui lassaron le lor case,
La perforata e la lingua bovina,
Di tutti questi seguitar la frase,
Il tassione e la battimarina,
Di venirvi alcun d’essi non rimase,
Il carchiofo, il leandro, il rusco e ‘l lino
L’ormenio, il iasione e il pan porcino.
Il cavolo torciuto e ‘l cavol fiore,
Il cavolo cappuccio ed il nostrano,
L’erba burrissa di gentil colore,
L’eringie, il tasco, ogn’un di mano in mano
Segue la pesta, e quella, il cui valore
Palese fa d’appresso e di lontano.
L’erba lucciola, dico, al mondo rara,
La matricaria, il botti e la farfara.
L’holessio, il stebe con il camepitio,
Il testicol di cane e la brionia,
Il tribolo, il limonio, havuto inditio
Di ciò, vi corser senza cerimonia.
L’amaraco ancor’ei fece il suo offitio,
Col ziride, il cimin, la chelidonia,
Il poterio e l’aconide a tal uopo,
Il tasso, il glasco e l’orecchia di topo.
Il ranoncolo, il scio, la gentiana
L’hiperico, l’asciro e l’eupatorio,
L’achillea, il rovo e la valeriana
Corser con gli altri al nobil concistorio.
E l’iride del piano e la montana
Il cipero, il melanthio, il promontorio
Lassando, anch’ei si poser in viaggio
Co’ due nardi, il domestico e ‘l selvaggio.
L’asaro, il cinnamomo e ‘l cardameno,
Il malabastro, l’amomo e ‘l fien greco,
L’hippociro, l’atriplice non meno
Venner con gli altri e si tiraron seco
L’aniso e ‘l smirnio con viso sereno,
E l’hieracio e ‘l crisocome il lor speco
Lasciando, gionser lieti in questo lato,
Col phu maggiore e col gionco dorato.
L’ornitogal, l’anguria e la bonaca,
L’artemisia, l’ambrosia e ‘l crocodillo,
La centaurea maggior, la barbinaca
Con l’ocimoide, ogn’un lieto e tranquillo
Venner, né restò fuor la pastinaca,
E la siringa gionse di sigillo,
Seco havendo il tabacco e l’amantisco,
Il peucedan’, il teucrio il temio e ‘l visco.
Il firetro, il spondiglio e ‘l laserpitio,
L’aschlepiade, il spargatio, e l’epimedio
Del loro amor’ anch’essi diero inditio,
E dietro quelli, senz’altro intermedio,
Il tragorigan venne, e ‘l gliziritio,
L’amaraco, e ‘l tordiglio, e senza tedio
Vi corse anco il chrisogono e ‘l ligustico,
L’acoro, il soncho liscio e ‘l soncho rustico.
L’elsine, il cinquefogli e la peonia,
Il poligono, il daucho, il stachi e ‘l liglio,
Insieme uniti con la polimonia
Vennero tutti senz’altro bisbiglio.
L’halica anch’essa a questa festa idonia
Venne, e lassando il proprio domiciglio
Seco guidò la coda di cavallo,
La gallica, il piè d’oca e ‘l piè di gallo.
Il pancratio, il lepido e la lanaria,
La ptarmia, l’hidropepe d’odor pieno,
Il sifaro, l’oxalida non varia,
Ma con gl’altri ne viene in un baleno.
La branca orsina in ciò non è contraria,
L’astrolupha, la cassia, il sagapeno,
L’onobanche, l’asfalto, l’ampolopraso,
La clomatide, il stebe e ‘l scoloropraso.
L’abaltide e la medica non manca
Di venire al convito, e seco guida
Le due spine, l’arabica e la bianca,
E d’esser ben veduta si confida.
La gratiola chiamata anco stanca
Cavallo, viene e par che goda e rida
E la radice rodia tien vicino,
Col tragacanta e con l’hipposelino.
L’imperatoria col poligonato
Il lagopol, la timbrie anco ci venne,
Il cori e ‘l caro, e ’l porro capitato
Quivi arrivaron come havesser penne.
Il parovicchio, e ‘l cardamo odorato
E la barba di becco v’intervenne
E l’afara, il caucalide, e ‘l svilace
D’essere al bel convito a tutti piace.
La longhite, il lichene e la trassaggine,
La leuca, la filitide ancor’esse
Vennero, e non mostraron dapocaggine,
Né si tien che l’oxilide dormesse.
Né in ciò punto patir di trascuraggine
L’onaro e l’ammi, e voglion che i' corresse
Per esser primo, così fè il ginghiglio,
Ch’arrivò quivi in un batter di ciglio.
Il chrisantemo venne, e il terebinto,
L’herba sacra, l’aconito e con quello
Il solatro, il dorichnio, e seco accinto
Il colchico, e l’efemer tutto snello.
L’astragolo al venir’ anch’ei fu spinto
Col capel vener gratioso e bello,
E l’artio, con l’ellebor bianco e enero,
Per venir qui si posero in sentiero.
L’hippoglosso, il tripoglio e l’antirino,
Col catanance e ‘l conocrate e ‘l chnico
E ‘l polipo col xanthio entrò in cammino,
Per favorir il rafan’ loro amico,
L’eliotropio e ‘l cocomer asinino
Giunse, e di Vener’ anco l’ombilico
Venne col nerio, il bunio, l’agerato,
L’hippecoo, il galio e ìl peplio, ogn’un garbato.
Il canecisso, ovvero edra minore
Con la pitcheuna si pose per strada,
E la ginestra, seguendo l’humore
Di quelle, dopo lor non stette a bada.
Il silibo anchor’ei per farsi honore
Si pose in via, che di veder gli aggrada
La bella coppia, e seco pe’l cammino
Ci venne il glauco, e ‘l lauro alessandrino.
L’orecchia di Orfeo e il piede di leone
Senza tardare anch’ei la strada prese,
Col lathiri e ‘l ricino e d’unione
La pelosella gionse nel paese.
La cameleuca anch’essa in via si pone,
Ch’esser presente un gran desir l’accese
Al nobil pasto, ancor la polmonaria
La cinoglossa con l’erba stellaria.
L’hippofesto e l’hippoface, sentendo
Tal nova, con il citiso si mosse.
Il papaver da lungi iva seguendo
Gli altri, e più volte in strada addormentosse.
E parimente, al pasto alto e stupendo
Col tithimal l’osiride trovosse.
Con il napello e la ghianda unguentaria,
La personata, il dauco e la blataria.
Il camedafne col pepe montano
Qui gionse, e a seguir’esso stette poco
Il driopteri ancora, né lontano
La pithiusa stette al nobil gioco;
E dietro lei seguì di mano in mano
L’alipo, per trovarsi a tempo e loco
Col bromo e ‘l cirsio, e l’erba apollinaria,
L’egilopa, il verbasco e la fumaria.
La lequiritia, di dolcezza piena,
Con la bursa pastoris pel diritto
Vennero a questa festa alma e serena,
E seco adducon la fava d’Egitto.
Il garofano anch’esso in quest’amena
Piaggia con l’uva d’Orso fa tragitto
Il paliuro, con la persicaria,
E col gran sicilian la zedearia.
Non mancò di venir l’elleborina,
L’osofri e la sesamoide maggiore,
Il mirriofillo pur quella mattina
Col mirthide arrivò, pien di sudore.
Dietro questi il Miagro ancor cammina,
Né il bocca di leon restò di fuore.
E ‘l tritomane e ‘l smillace con essi
Gionser con gli altri, e fero i lor complessi.
Il talitro, l’erigero el’elsino,
La scorpioide e ‘l pethasite seguiro
Gli altri, ed il potamogeto in cammino
Si pose anch’esso, e seco ne veniro
Sotto la guida del mosco marino,
L’edisaro e l’onofina s’uniro
Con l’andosage, il cachri e l’adianto,
E in somma, il parentato tutto quanto.
Tutte l’erbe, le frondi, i frutti, i fiori
De gli orti, i fusti, i semi e le radici,
Di virtù varie e di varij colori
Vennero a queste nozze, alme e felici,
Dove mille soavi e grati odori
Sparsero intorno a le belle pendici,
Secondo che dal cielo e da natura
In essi infusi fur con somma cura.
Giunti dunque che furon gli parenti,
Tosto madonna Mandragora pose
A mensa tutti, con sommi contenti,
U’ fur vivande grate e saporose,
E vi s’udiron rari ed eccellenti
Concerti, e rime vaghe e dilettose,
In lode di sì bella e nobil coppia
E qui del corno si verso la copia.
Cerere le vivande ministrava,
Essendo del bel patto dispensiera,
E Giunon con il fiasco a tutti dava
Da ber, come sua antica bottigliera.
Il re de gli orti in mezzo a tutti stava,
Servendo a tutti con gentil maniera,
Ed hebbe tanto gusto in quella festa,
Che sempre ste’ senza cappello in testa.
Qui si fer chiarenzane e saltarelli,
E si danzò quasi fin’ al mattino;
E dopo questo, quattro ravanelli
Battero una moresca e un mattacino,
E si fer mille giochi molto belli,
Che mai visto non fu simil festino,
Anzi, feston, u’ più di cinquecento
Semplici si trovaro al complimento.
Dopo il ballo, ciascun le virtù loro
Si mise a raccontar’, e a quanti mali
Salubri son, perché creati foro
Tutti con varij don medicinali.
Chi dicea: io risano e do ristoro
A la milza, altri a i membri genitali,
Altri uccider’ i vermi si dà vanto,
Altri la febbre a l’huom levar da canto.
Chi dice: io ho virtù render la vista
Sana; altri a chi di fiato ha mancamento,
Altri il cor rallegrar quando s’attrista,
Altri al dolor del capo giovamento
Faccio, altri dice: il succo mio racquista
Il sangue perso, e torna il vigor spento.
Altri si vanta con la sua radice
Far grato giovamento a la matrice.
Chi si vanta guarir l’apoplessia,
Chi la podagra, chi l’ardor d’orina,
Chi il mal de l’asma e a la paralisia,
Chi al mal caduco è buona medicina,
Chi al flusso val, chi a la dissenteria,
Chi a l’ulcer giova, e sana l’intestina,
Chi de l’oppilation leva l’assedio,
Insomma, disser tutti il lor rimedio.
Poscia, finito il pasto sontuoso,
E quella festa gratiosa e bella,
La sposa col suo vago e gentil sposo
Si ritirar soletti in camarella,
Dove colsero il dolce e saporoso
Frutto, ed in breve tempo gravid’ella
Trovosse, ed una figlia assai garbata
Partorì, che CAROTA fu nomata.
Questa fanciulla dal viso giocondo,
Come cresciuta fu, fece partita
Dal padre e da la madre e per lo mondo
Andar si pose, né sì tosto uscita
Di casa fu, che divulgato a tondo
La fama sua, ciascun con faccia ardita
Le corse intorno e con sublime honore
Gli dier ricetto, e fer’ ogni favore.
I primi, ch’a costei dieron ricetto
Fur, per quanto si dice, i cortegiani,
Che nelle stanze loro, e fin nel letto
Seco l’accolser; poi da gli artegiani
Raccolta fu, sì come ho visto e letto
Da molinari, fabbri, e da magnani;
Fu ancor ben vista in le profumarie,
Né mai si parte de le barbarie.
Quei che scrivono avvisi, molto grata
Hanno costei, e gli fan gran carezze,
E da sensali ancor vien’honorata,
Perché si servon de le sue prodezze:
Ma sopra il tutto vien stretta e abbracciata
Da ceretani, genti molto avezze
A piantar gran carote tutto l’anno,
In ogni parte e luogo dove vanno.
Ne l’hosterie sovente si riduce
Questa fanciulla nobile e gentile,
Anzi, la fama sua quivi riluce
Ed honorata vien dal volgo humile.
Il villano al padron molte n’adduce,
Quali han del grosso più che dle sottile,
E quei che van girando il mondo attorno
La conducon con lor la notte e ‘l giorno.
Non si parte costei dalli notari,
Ed è compagna fida de’ mercanti,
E molto amica anchor de’ macellari,
E si mescola assai co i commedianti;
Con gli avvocati cammina del pari,
E i medici accompagna in tutti i canti,
Và co i legisti in cathedra talhora,
E fra i scolari spesso fa dimora.
De gli amanti costei è fida scorta,
E volontier sta seco in compagnia,
Ancor entra de’ nobil ne la porta,
Né da nessun mai vien scacciata via:
A le fiere, a i mercati si transporta
E nulla senza lei non si farìa,
Il seme suo si tiene al monte e al piano,
E sempre ve ne son di piena mano.
In somma, non v’è terra né paese,
Sito, né luoco ove non sia costei
Ben vista ed honorata e che cortese
E grato non si mostri verso lei.
I soldati a la guerra in varie imprese
Si servono di questa, e affermerei
Che talhor più vittoria hanno per essa
Che con lo scoppio o con la spada istessa.
Ma più di tutti questi ch’io vi dico,
I poeti son quei c’hanno il possesso
Di questa vaga figlia, e nell’antico
E nel moderno tempo a quelli appresso
E’ stata sempre, e a lei Marone amico
E ‘l cieco Homero fu, com’anco adesso
S’ode, e Pindar, Catullo e Iovenale,
Tibullo, Horatio, Ovidio e Martiale.
Tutti costor, col mezzo di costei
Trovato han le più strane fantasie
Che si possano dire, e che gli Dei
Si cangiavano in bestie, e che l’Arpie
Erano mezzo donne e mezzo augei,
E che Circe vivea di stregarìe,
E che Medusa havea di serpi i crini,
E che Nettun fu re de’ Dei marini.
E danno a intender come in pioggia d’oro
Giove piovette in grembo a Danae bella,
E che Giunon da l’alto concistoro
Scese, e fè d’una ninfa una vitella,
E che Acheloo cangiosse in fiume e in toro,
Bacco in un becco per una donzella,
Pentheo in porco, in lupo Licaone,
E fin ch’in cervo si cangò Attheone.
Narrano anchora ch’Ercole sostenne
(Oh che carota!) tutto ‘l globo in spalla,
E che Tiresia femmina divenne,
Poi maschio, e ch’Ociroe si fè cavalla,
E che Dedalo e ‘l figlio con le penne
Girar per aria lungo spatio a galla,
E che Anfion con una piva o un corno
Tirava i muri a le cittadi intorno.
Dicono (udite questa se vi pare
Ch’ella sia grossa!) che Deucalione
I sassi fece in huomini cangiare,
Quando de l’acque fu l’alluvione,
E che in groppa a un delfin sopra del mare
Suonando il chitarrin giva Arione.
E che Narciso si cangiò in un fiore,
E fin che ‘l sole un tempo fe' il pastore.
Queste ed altre carote hanno piantate
Costoro, e dato a intendere a le genti
Che giù dal ciel piovevan le frittate,
Nel tempo antico, e che perfino a i venti
De le ninfe ancor’essi hanno rubate,
E portatole a i loro alloggiamenti,
Ed altre mille favole e novelle,
Da far cascar di risa le mascelle.
Costei in somma è quella che mantiene
Allegro il mondo, e gira in ogni loco,
E in ogni campo il seme suo si tiene,
E se ne piantan fino appresso il fuoco:
Ogn’un con le carote si trattiene,
Con le carote ogn’un in festa e in gioco:
Per mostrarvela dunque manifesta,
Eccola qui, con la corona in testa.
