RIME
COMPASSIONEVOLI,
pietose e devote,
SOPRA LA PASSIONE
morte e resurretione
DI GIESU' CHRISTO
nostro Signore.
Opera spirituale e devota.
DESCRITIONE
DELLA PASSIONE
DI N. SIG. GIESU' CHRISTO
Le doglie, i gran martir, gli aspri languori,
Le gravi offese in stil pietoso canto,
Le qual sofferse il re de gl'alti chori,
Da l'empio giudaismo iniquo tanto,
Seguendo l'ire e i rabbiosi humori
De scribi e farisei, che si dier vanto
Di prender l'armi (ahi, stuolo ingrato) in mano
Contro di Christo, imperator soprano.
Dirò di Giuda, in un medesmo tratto,
Cosa empia da narrar in prosa, in rima,
Che per danar commise il gran misfatto,
Contro a chi tanto l'havea amato prima,
Se da Colei il cui Figliol fu fatto
Per me morir in su la croce in cima,
Mi sia tanto favor hoggi concesso,
Che mi basti a spiegar tanto successo.
Piacciavi, Re della superna mole,
Fattor, lume e splendor de l'alto chiostro,
Verbo incarnato, chiaro e vivo sole,
Che illumina e riscalda il petto nostro,
Dar tanta forza a l'humil mie parole,
Ch'esprimer possa in questi versi il vostro
Acerbo e gran patir, ch'atto non sono
A tanta impresa senza il vostro dono.
Quivi udirete non d'illustri eroi,
Di magne imprese far alto apparecchio,
Ma spiegar l'aspra morte data a voi,
Signor benigno, per purgar del vecchio
Error la colpa, e dar la vita a noi,
Questo sol per venir al santo orecchio
Di voi farò, se dal divino foco
Vostro sia il petto mio scaldato un poco.
Giuda rio, che gran tempo immaginato
S'havea di vender Christo a i falsi hebrei,
E ch'entro del suo cor tenea celato
L'infido i suoi disegni iniqui e rei,
Con esso in Gierosolima tornato,
In casa di Simon vide colei
Ch'il capo a Christo, in quella cena magna,
Di pretiosi unguenti aspergie e bagna,
Per far, ungendo quelle chiome sante
Del Salvator, con lagrimosa guancia,
Ch'ei cancellasse a lei le colpe tante
Che pel passato havea su la bilancia
Di Satan poste. Hor stanno ivi davante,
Sentissi il traditor d'acuta lancia
D'avaritia ferir tutto in un punto,
Ma tosto si pentì d'esservi giunto.
Che vi fu tolta quanta gratia poi
Havea dal gran Motor che mai non erra,
Da quel che già fra cari eletti suoi
L'havea ascritto, e tolto fuor di guerra,
A intinger nel catino il pan dopoi,
Scopre il velen che nel suo cor si serra,
Hor l'empio traditor, ch'esser qui volse
Il rio disegno via da lui si tolse.
Nata pochi dì innanzi era una gara
Fra Maddalena e Giuda empio e ribaldo,
Ch'esso avar, splendid'ella illustr' e chiara
In amar Christo havea il petto più caldo.
Giuda, che non havea tal lite cara,
Perché l'argento lui rendea men saldo,
Il suo Signor, che sì beningo gl'era,
Pensò di darlo a quella turba fera,
Con patto promettendo a qual d'essi
Che ne l'accordo fatto a tal giornata
Trenta danar d'argento gli ponessi
In mano. Ahi, mente iniqua, ahi mente ingrata,
Né credo che la lingua ivi sciogliessi
A pena, che la cruda e scellerata
Turba l'argento in man tosto gli pone,
E restò soddisfatto, il can fellone.
Dove poi, che restò la turba fella,
Che dato havea al traditor mercede,
D'andar a prender Christo sol favella,
Né mai gl'è avviso d'haver mosso il piede,
Presaga che quel giorno esser rubella
Debìa ogni cosa a quel che 'l tutto vede,
Così col traditor ogn'un s'invìa,
Per far oltraggio al Figliol di Maria.
Chi ha la corazza in dosso e l'elmo in testa,
Ch'impugna il brando, ch'imbraccia lo scudo
Chi con fiaccole e torci a la foresta
Cammina, chi è discalzo e mezzo ignudo
Ogn'un si move, ogn'un segue la pesta
Di questo traditor iniquo e crudo,
Qual per trovar il Mastro il piede torse,
Che ne l'orto ad orar esser s'accorse.
Era con lui lo stuol empio e bugiardo,
Malvagio, dispietato, aspro e villano,
A cui pur di anzi con benigno sguardo
Christo su l'asinel, in atto humano
Era venuto, e con dolce risguardo
Ogn'uno il manto suo stendea sul piano,
Mirando il santo aspetto e il divin volto
Di tutto il ben del ciel stava raccolto.
La turba a far oltraggio a Christo volta
Del discepolo rio segue la traccia,
Né per la rara più che per la folta
La più sicura o miglior via procaccia,
Ma per rabbia e disdegno, di sè tolta
La scia cura a quel fier che la via faccia.
Di su, di giù, per l'ombra fosca e nera
Tanto girò, che giunse ove l'ort'era.
Dentro de l'orto il Salvator trovosse,
Di sudor carco e tutto angusioso,
Che per salute nostra sol si mosse
A far quel passo tanto doloroso;
Dove a lui Gabriele appresentosse
Col calice, e in parlar mesto e pietoso
Gli disse che del Padre era il volere
Che quel calice amar dovesse bere.
Quanto potea più forte ne veniva
Fremendo, quella turba empia ed ingrata,
A quella turba salta su la riva
Pietro con gli altri, e vede tanta armata,
E riconobbe subito ch'arriva
Che Giuda tristo è quel che l'ha guidata,
Vien Christo innanzi, e in quella turba fella
Vede il rio Giuda conduttier di quella.
E perché l'havea amato, e senza forse
Havea ancor di salvarlo il petto caldo,
A lui benigno tal parole porse:
“Amico, ove ne vai sì ardito e baldo?”
Ma il rio senza tardar abbracciar corse
Christo, e baciollo, ahi traditor ribaldo:
Tanti segni d'amor ha in lui veduti,
Hor lo tradisce con falsi saluti.
Comincior quivi una crudel battaglia,
Com'a piè si trovar co i brandi ignudi,
Con furia addoss' a Christo ogn'un si scaglia,
Tutti al Signore si mostran fieri e crudi,
Pietro, tratto il coltel, l'orecchio taglia
A Malco, e poco teme lancie e scudi,
Sol d'esser vecchiarel si duol e lagna,
Per far corer di sangue la campagna.
Poiché s'affaticar gran pezzo in vano
Gl'empi soldati a por Christo al disotto,
Poi che tre volte cadon stesi al piano,
E come morti stanno, e non fan motto
Ma poscia, aitati da sua dolce mano,
Saltano in piede, e a lui corron di botto,
Il qual, s'ei non volea, potevan poco
Offender esso qui, né in altro loco.
A Giuda disse: “Me creduto havrai,
E pur havrai tu sol, meschino, offeso;
Ch'human poter non può gli chiari rai
Del sol turbar, qual va sciolto ed illeso
Al corso suo, f'ogn'hor ma' piangerai,
Non me, ch'a torto son legato e preso,
Ma solamente la tua gran pazzia,
Ch'hai fatto a procacciar la morte mia.
Quanto meglio è, ch'havendo tempo ancora
Al tuo folle desir tronchi la strada,
Ed emendarti e non far più dimora,
Nanti ch'al cieco Averno tu ne vada,
Perché poi non varrà pentirti all'hora,
S'avvien che giù nel centro tu ne cada,
Che in questa passion mio sia l'affanno,
Ma tua la pena, con eterno danno.”
Al Salvatore la perdita dispiacque
Di Giuda, più che la sua passione,
Che solo al mondo a quest'effetto nacque,
Per salvar l'alme dal crudel Plutone.
A tal parole, il traditor si tacque,
Né diede altra risposta al suo sermone,
Hor chi 'l tien stretto, e chi le fune aggroppa,
Per farli oltraggio ogn'un corre e galoppa.
Oh, gran viltà de' farisei iniqui!
Eran ribaldi, eran tristi e perversi,
E mille errori ne' lor riti antiqui
Facean e fan, hor non han da dolersi,
S'hoggi per varie parti e calli obliqui
Errando se ne van come dispersi,
Perché la sinagoga empia e cattiva
Di legge e sacerdotio in tutto è priva.
Ma come quei che non sapean se l'una
O l'altra legge fosse buona e bella,
Che non havevan conoscenza alcuna
Havendo trasgredito quest'e quella,
Volto havea contro Christo l'importuna
Voglia, e per seduttor ogn'un l'appella.
Preso che fu il Signor, Giuda non volse
Vederne il fin, e via da lui si tolse.
Pur si ritrova ancor là, 've con fiera
Mente tirò con le sue mani immonde
L'argento, e come quel che dolent'era,
Ma non pentito, a Christo si nasconde,
E perché di salute più non spera,
“Tradei il sangue giusto”, disse, “Hor donde
Potrò ritrarmi? Ahi, che troppo gran rabbia
Stata è la mia, né sia ch'a salvar m'habbia
Col mio pensier avaro e sitibondo,
Di c'ho già fatto la pratica lunga:
Ho dato in mando il Redentor del mondo
A l'empia genti che lo batti e punga”.
Mentr'egli oppresso da pensier profondo
A darsi morte qui tarda e prolonga,
Vede venirsi incontro pel sentiero
L'iniquo duce del dannato impero.
Era di foco tutto circondato,
Ed havea un libro nella destra mano,
Ed era il proprio libro, ove segnato
Di Giuda era 'l peccato orrendo e strano.
A lui giunto, parlò tutto adirato,
E disse: “Ahi, mancator di fe', marrano,
Perché di darmi l'alma ora t'aggrevi,
Che darmi già gran tempo mi dovevi?
Ricordati, inhuman, quando facesti
Il contratto crudel, che son quell'io
Ch'acciò ti trassi acciò ti disponesti
Fra pochi dì impicarti ed esser mio.
Hor pentir, traditor, hoggi vorresti
Ma del tuo error convien che paghi il fio.
Né ti turbar, e se turbar ti dèi,
Turbati che di fè mancato sei.
Ma se cerchi, misero meschino,
Finir la vita tua con quell'honore
Che merti, qui d'appress'è un bel giardino,
Il qual si trova aperto a tutte l'hore.
Entravi dentro, e a un fico, a un sorbo, a un pino
Vatti sospendi come traditore.
E l'alma, ch'hai già di lasciarmi detto,
Nel foco ardente havrà degno ricetto.”
A l'apparir che fece a l'improvviso
L'infernal ombra, ogni pelo arricciosse,
E scolorossi il traditor nel viso,
La voce, ch'era per uscir, fermosse.
Udendo poi del rio Satan l'avviso,
Che dopo morte sua vole che fosse,
La rotta fè de tanto improverarse,
In tutto fè disegno d'impiccarse.
Né tempo havendo di trovar altra scusa,
E conoscendo ben ch'il ver gli disse
Resto senza risposta a bocca chiusa,
E 'l spavento e l'horror tanto l'afflisse
Che giurò che del corpo l'alma infusa
Sua volea trar con capestro, e gisse
Nel basso centro ove in eterno sconte
Sue colpe rie con mille oltraggi ed onte.
E servò meglio questo giuramento
Che non haveva ogn'altro fatto prima,
E tutto disperato e mal contento
Entra ne l'orto, ed ivi a un fico in cima
Saglie e qui resta a dar calci al vento
Co'l nodo al collo, né più il corpo stima
Altri accidenti. Al mio Signore accade
Che tutto mesto è giunto alla cittade.
Non molto va il mio Christo, che si vede
Venir incontro quel popolo feroce,
Ogn'un per lui veder affretta il piede,
Ogn'un in danno suo leva la voce:
Ogn'un l'incalza, ogn'un l'opprime e fiede,
Ogn'un brama vederlo su la croce,
Segue Pietro da lungi, e si distrugge,
E dentro del suo cor sospira e lugge.
Qui, non per selve spaventose e scure,
Né in boschi inhabitati, ermi e selvaggi,
Ma in la città, fra humane creature
Si vede a Christo far danni ed oltraggi,
Tutti han posto i pensieri e le lor cure
A lacerarlo, ed i signori e i paggi,
E fin a la vil plebe: “Dàlle dàlle!”
S'ode gridar a lui dietro le spalle.
Qui pargoletta daina o capriola
Uscir non vede dal natìo boschetto,
Ma una turba crudele, un'empia scola
Qual sol disegna fargli onta e dispetto;
Quivi non vi è pur un che lo consola,
Ma come un reo ne vien legato e stretto,
Ogn'un ver lui parole inique scocca,
Né in favor suo niuno apre la bocca.
L'istessa notte, fino al chiaro giorno,
L'andar guidando, e pria l'adusser dove
Stav'Anna, u' ricevette il grave scorno
De la guanciata, oh che leggiadre prove,
D'un servo vil, di mille vitij adorno,
Batter colui ove ogni gratia piove,
Cruda man, empio cor, hor quale intento
Fu il tuo dar al mio Dio simil tormento?
Qui la sua vita ancor non è sicura,
Né ancor si satia la crudel famiglia,
Ma pel silentio della notte oscura
A Caifa l'appresenta, il qual, le ciglia
A lui rivolto, a esaminar procura
Esso, né resta pien di meraviglia,
Il manto stratia, con sue mani immonde,
E a rei ministri fa menarlo altronde.
Condur fra bei cespugli non si vede,
Di spin fioriti, o di vermiglie rose,
Ma in questa e in quella parte il santo piede
Move per duri sassi, e vie callose,
Né un minimo riposo si concede
A lui da quelle turbe insidiose,
Anzi, par che colui più gloria acquista
Che più l'angue, l'offenda e lo contrista.
Quivi letto non fan tenere herbette,
Che invitino a posar chi s'appresenta,
Ma funi, lacci, stral, archi e saette,
Co' quali al mio Signor ciascun s'avventa.
Vanno a Pilato, ma poco ivi stette,
Che di mandarlo a Herode tosto tenta.
A Herode il manda, vedendo com'egli era
Anch'esso galileo, sua patria vera.
E di nimico, amico si pretende
Tornar da Herode, qual più volte note
Fatte sue voglie havea, come s'intende.
Di veder Christo hor, che veder lo pote,
Tutto s'allegra, e di disìo s'accende,
D'udir (l'indegno) le sue sante note,
Ma Christo, che 'l suo cor vede e penetra,
Parea cangiato in insensibil pietra.
Stava com'huom pensoso, a capo basso,
Inannzi a Herode, Christo omnipotente,
Innanzi a quel crudel, ch'haveva casso
Di vita suo cugino e non consente
Di voler favellar, e come sasso
Immobil stassi, e nulla dir si sente,
Ch'un adulter malvagio, iniquo e fello
Giusto non è che Dio parli con ello.
“Perché”, diceva Herode, “Non mi guardi
Nel volto, e fai di me sì poca stima?
Perché darmi risposta tanto tardi,
Hor dimmi il dol che sì ti rode e lima”.
Christo sta cheto, e tien fissi gli sguardi
A terra, tal ch'Herode pazzo il stima,
E a Pilato rimanda il Salvatore,
Ringratiandolo assai di tal favore.
La turba fella, in tanto non riposa,
E a Pilato il ritorna con ruina,
Qual, per satiar sua mente insidiosa,
Percuoter' fin a l'alba mattutina
Con flagelli lo fa, poi con pietosa
Mente, tutto piagato, la mattina
Palese mostra a quelle genti ingrate
Le sante carni tutte flagellate.
Ma come colta dal materno stelo
Rosa ne viene, e dal suo ceppo verde,
Che quanto havea da gl'huomini e dal cielo
Favor, gratia e bellezza, tutto perde,
Tal via più il mio Signor, per nostro zelo,
Da ogn'un sprezzato, ahi come si disperde,
Quel vago fior tant'odoroso innanti,
Che gratia dava al cor di tutti quanti.
Si' vile ed empia è quella turba ingrata,
Che ancor che di percosse tanta copia
Veda, e la carne santa e immaculata
Del mio Signor ridotta a tanta inopia,
Pur s'odono gridar tutti a una fiata:
“Crucifige! Pilato e su la propria
Nostra vita e dei figli”, ahi crudi ebrei,
“Vengh'il suo sangue! Hor fa quel far dei!”
Se vi dimanda alcun se qui vi sia
Ch'habbi pietà di quelle carni sante,
Io vi dirò che vi è quell'alma pia
Della sua Madre Vergine costante.
Io dirò ancor che di sua pena ria
Sapea la causa molti giorni innante,
Che pria che in man si desse a questi rei
I gran misteri havea scoperti a lei.
Pur celar non potendo il grande amore
Venuta era la Vergine clemente
Ch'udito haveva, con suo gran dolore,
Che battuto e piagato crudelmente
L'havean, hor s'ella sente angustia al core
Lasso pensar a ogni pietosa mente,
Vedendo che stimato più fra loro
Vien quel che dar può lui maggior martoro.
Stava qui dunque rimirando quella
Quella turba crudel, di ch'io vi parlo,
E sente ch'ogni voce, ogni favella
E' contra del suo figlio a beffeggiarlo,
Da tutti il vede, e in così ria novella
Roder si sente il cor da crudo tarlo,
E a pianger la conduce, e a dir parole
Che per pietà farìan fermar il sole.
Mentre Maria così s'affligge e dole,
E fa de gli occhi suoi tepida fonte,
Più ogn'hor si senton le giudaiche scole
Gridar ch'ei sopra il Calvario monte
Condotto, e ch'ivi, senza far parole,
Confitto sia con strati, affanni ed onte,
E se Pilato a lor lassa l'assunto,
Voglion ch'ei mora in un medesmo punto.
Con molta attention la santa donna
Al rumori, a le voci, e i cridi attende,
Di quella turba ria, che non assonna,
Ma di continuo il suo Figliolo offende,
Ma ferma e salda come una colonna
A perdersi di fè non però scende,
Come colei che sa che 'l stolo indegno
Non sa che quel sia il Re de l'alto Regno.
Pur in quel loco abbandonata e sola,
Per tutto il segue, ed ha seco per guida
Giovanni, che l'aiuta e la consola,
Non pò trovar di lui scorta più fida:
Sa che Pietro ha mancato di parola,
E che in una speloncha piang' e grida
L'error commesso, e gl'altri, in un istante
Altronde ad huopo tal volt'han le piante.
Ma non però persume de l'affanno
Alleggerir il Figlio, che tant'ama,
Perché vede parato a fargli danno
Il mondo tutto, e ognun sua morte brama.
Pilato, che conosce tanto inganno,
E ch'ognun' dargli morte ardisce e trama,
Non trovando più via ch'in vista il serva,
Pensò di darlo alla turba proterva.
Ed a quel popol temerario e cieco
Di lui fa horrenda e dispietata mostra,
Dicendo: “Ecco il re vostro, ch'io v'arreco
Tutto piagato. Hor fate che la vostra
Legge il condanni, essendo irato seco,
Ch'a me senza peccato esser si mostra,
Né posso in lui trovar occasione
Di dargli morte, che non v'è ragione”.
Non mai con rabbia e furor tanto
Corsero i lupi con lor voglie ladre
Tutti affamati, rimirando in tanto
L'Agnello, che discosto dalle squadre
Sia de' pastori e da le mandri alquanto,
E abbandonato dalla propria Madre,
Quanto verso di Christo il volgo errante
Corse per dargli morte in un istante.
E con un fiero e rabbioso affetto
Come s'ei fusse un empio, ciascun corse:
Chi per la barba il piglia, chi nel petto
Gli dà due pugni, chi con denti il morse,
Chi lo bestemmia, chi lo lega stretto.
Ognun la man per fargli oltraggio porse,
Subito in lor s'avviva la speranza
Di sfogar contra lui la sua roganza.
Christo gli rende conto pienamente
Ch'esso è colui che da' perigli rei
Più volte liberogli, e che sovente
La manna piover fece a loro hebrei,
E che di Faraon l'antiqua gente
Lor di man tolse, e fuor di tanti homei,
E che dal cielo al fin nel materno alvo
Sceso era sol per far il mondo salvo.
Questo era vero, e via più che credibile,
Ma del suo senso non era Signore
L'ignaro volgo, ingrato ed incredibile
Al ben, che gli havea fatto il Salvatore,
Però con alte grida e strido horribile
Guidati da la rabbia e dal furore
Non curano il suo dir, ché l'empio suole
Dar spine a chi lui dà rose e viole.
Se mai si seppe il popolo ignorante
Pigliar per sua sciocchezza il tempo buono
Il danno se n'havrà, che da qui innante
Nol chiamerà più Christo a sì gran dono,
Ma misero, infelice e mendicante
Sempre n'andrà disperso in abbandono,
Per così enorme e sì crudel eccesso,
Che ciò pel grave error gli fa permesso.
Colser la fresca e mattutina rosa,
Ma calpestata e guasta per la via
Lasciarono, e la santa ed odorosa
Sua foglia, che in virtù sempre fiorìa,
Sfrondato, con ment'empia e velenosa
E per far che del tutto estinto sia
Il santo Redentor, fatto han disegno
Di far ch'ei mora sopra un duro legno.
La crudel turba dunque s'apparecchia
Al duro assalto, e già l'aringo suona,
E di questo e di quel vola a l'orecchia,
Onde al Calvario corre ogni persona,
Al loco ov'era loro usanza vecchia
Di far morir i rei, hor chi abbandona
Le case, e le lor arti e la famiglia,
Felice par chi il primo loco piglia.
Ecco non lungi il mio Signor venire,
Legato e stretto in mezzo il stuol altiero,
Carco tutto di sangue il suo vestire,
Di spine in capo un tronco acerbo e fiero.
Il popol empio, che non può patire
Ch'ei stia più in vita, si pone in sentiero,
E per grand'odio che contr'esso havea
Con vista il guarda disdegnosa e rea.
Qui dunque s'incomincia la battaglia
E dà principio a la mortal tenzone:
Chi a chiodi, chi martello, chi tanaglia
Ognun s'appara a la sua passione.
Chi sega il legno, chi da capo il taglia,
Qui non sta in ocio il fabbr' e il marangone,
Corre innanzi il bargel con gran tempesta,
E fa far largo, e di gridar non resta.
Già sen vanno i leon o i tori in salto
A dar di petto ad accozzar sì crudi
Come feron gl'hebrei al primo assalto,
Che duri han i lor cor più che gl'incudi;
Intonava il rumor dal basso a l'alto,
L'erbose valli infin a i poggi ignudi,
Anzi, pur fin su ne' celesti tetti
Il grido già di quei rabbiosi petti.
Hor per diritto calle, hora per torto,
Col mio Signor in mezzo a dui ladroni
A maggior sua vergogna e per più torto,
Vanno al Calvaro l'empie nationi,
E ben ch'afflitto sia, languido e smorto,
Voglion di più su gl'homeri si poni
(Ahi, crudi!) della croce il grave peso,
Col qual più volte in terra andò disteso.
Sì grosso è il trave, lungo, sodo e dritto,
Che quattro a pena lo potean da terra
Levar, hor miri ognun s'esser afflitto
Dovea il Salvator in tanta guerra.
In tanto il Cireneo giunge al conflitto,
E da l'un capo il grave tronco afferra,
Per dar soccorso al Redentor soprano,
Che poco più potea andar lontano.
Tanto è stordito e stupido il Signore
Dal grido e dal tumulto che faceva
Quel popol rio, ch'a lui pena maggiore
Era di quanti oltraggi havuto, haveva.
Ascende il monte con pena e dolore,
E le piaghe e 'l gran peso sì l'aggreva
Che sì debole e languido è rimaso
Che respirar pò a pena in simil caso.
Sospira e geme, non perché l'annoi
Tanto il portar il grave tronco addosso,
Ma perché si ritrova in mezzo a i suoi,
Né a dargli aìta mai alcun si è mosso.
E considera il danno, che de poi
Seguir a l'hebreo suol, e più l'affligge quella
Doglia che questa, e sta, che non favella.
Qui non si trova alcuno a cui rincresca,
Benigno Signor mio, la morte vostra,
Che 'l volgo rio, che nel mal far s'invesca,
E' quel che contra voi irato giostra:
Né per questo quel fier sua gloria accresca,
Ch'esser' stat'egli il perditor dimostra,
Per quel che veggo, e tengo chiaro e stimo,
Ch'ogn'hor va errando in questo basso limo.
Mentre ch'il buon Giesù va per cammino
Col peso in spalla, affaticato e stanco,
Ecco una donna con un bianco lino
Vedendol per gravezza venir manco,
A lui s'accosta e 'l bel volto divino
Gl'asciuca, ed ecco che nel drappo bianco
(Oh, miracol di Dio) scolpito resta
La sacra faccia e la divina testa.
Oh, popol ignorante, tu pur vedi
Il gran miracol, ch'egli ha fatt'hor hora,
E ogn'or più induri il cor, e pur non credi,
Ma di tal fallo piangerai ancora.
Il vivo sangue da gli santi piedi
Per le spine pungenti usciva fuora,
Ch'erano sparse in quella strada fella,
Acciò ogni cosa a lui fosse rubella.
Hor eccol sul Calvario, eccolo molto
Affaticato, e pien di duol profondo,
Da le funi in un tratto vien disciolto
E dispogliato, il Re di tutto il mondo,
Ed un vil drappicello attorno volto
Steso ne vien il bel corpo giocondo,
Sul legno, e chi i piè inchioda, chi le braccia
Le tira, acciò col legno si confaccia.
Poi che l'han posto in croce, con l'aiuto
D'inerme, vile e disgratiate gente,
L'alzano in alto, acciò che sia veduto
Star sopra il legno, misero e dolente.
Non grida Christo, né però sta muto,
Ma per lor prega il Padre onnipotente,
Che ben che 'l sangue suo qui sparga e stilla,
Perdoni lor, e dia vita tranquilla.
Stava al piè della croce a lagrimare
Con altre donne e con Giovanni intorno
La Vergine beata, onde per dare
Qualche consolatione a lei in quel giorno:
“Donna” gli disse: “Non ti contristare,
Se ben qui su patisco tanto scorno,
Ecco Giovanni tuo, questo ti lasso
Per figlio, e a lui per madre”. A questo passo
Si fece in tanto l'aer scuro e fosco
E 'l sol, come far suol, più non risplende,
Poi che quel crudo stuol di amaro tosco
Ripieno, il Salvator del mondo offende.
E, qual fiera ferita fuor dal bosco,
Pareva uscito, hor che più mal pretende
L'iniquo hebreo di fargli simil atto,
Se non v'è oltraggio che non v'habbi fatto.
Vien sete al mio Signor, ed ecco posta
La sponga nella canna e in un baleno
Un soldato empio a la bocca gl'accosta
L'aceto, e fiele amar più che veleno.
In tanto il ladro rio fa la proposta,
Dicendo lui: “Se sei di gratia pleno,
Salva te e noi, in questo amaro ballo,
Ché 'l lasciarti morir troppo è gran fallo”.
L'altro, che sta a man ritta, a la favella
Di questo, con parlar dolce e humano
Rispose lui: “Ferm' empio la loquella,
Che mertamente ha la giustitia in mano,
Noi siam caduti, e questa morte fella
A ragion ci vien data, ma il villano
Stuol quest'huom giusto, non ha paccato
Hor a la croce a torto han condannato.”
Poi, verso Christo volgendo le ciglia,
Disse: “Signor, con te dammi ricetto
Nel santo Regno”, ed ei: “Di mia famiglia
Hoggi sarai, e volontier t'accetto.”
E volti gl'occhi al ciel: “Padre mio, piglia”,
Disse, “Lo spirto mio!”, poi sopra il petto
Chinato il capo trasse un grido. In quella
Spirò fuor l'alma gloriosa e bella.
Morto è il Christo, e già ciascun lo mira
Estinto, ma l'amara passione
Qui non finisce, né ancor spenta è l'ira
In essi, ma un soldato in resta pone
La lancia, e a viva forza un colpo tira
Nel santo petto, e giù per lo troncone
Corre acqua e sangue, e dal colpo forte
Ne acquista il cielo, oh che felice sorte.
Se al nascere di Christo le fontane
Stillar d'oglio, e di vin dolce liquore
Hoggi quelle d'appresso, e le lontane
Son fatte amare, e di rubeo colore
Si oscura il mondo, e senza dì rimane,
Perdono Apollo e Delia il suo splendore,
La natura s'affligge e si distrugge
E ogni animal smarrito al nido fugge.
Quel popol, ch'anco ha il cor di velen misto,
E' posto in mal oprar ogni lor cura,
Tosto che morto il Salvator han visto,
E l'aria fatta tenebrosa e scura,
Levar lo fa di croce, e che provvisto
Di buone guardie alla sepoltura,
E sigillar l'avello ancor s'attenda,
Acciò ch'alcun il corpo suo non prenda.
Son tanto iniqui, oh mio Signor, e sono
Tanto arrabbiati, ahimè, contro di vui,
Che ancora morto non voglion perdono
Al santo corpo dar, poi che d'altrui
Temon che sia levato, e poscia il suono
De la fama fuor vada, poi fra i sui,
Che suscitato siate, ahi popol crudo,
D'amor e di pietà spogliato ignudo.
Non ha intelletto e non sa che si faccia,
Che l'ignoranza ancor lo tiene oppresso,
Né occor che di por guardie si procaccia
A Christo, perché chiar' è il suo processo,
Che 'l terzo giorno, con divina faccia,
Portando di vittoria il segno impresso,
Mal grado suscitò di quei superbi
E vive in glora, in carne, ossa e nerbi.
IL FINE