RIPRENSIONE
SEVERA
fatta dalla Morte ad un giovane
mascherato:
dove gli dimostra in qual pericolo si trova-
rebbe uno che fosse sopragiunto dalla
Morte, mentre egli havesse la
maschera al volto.
Con la risposta del detto giovane e penti-
mento suo. Dialogo utilissimo.
MORTE
Che pazzo habito è questo? Che sembiante
Vegg'io, difforme e fuor de l'uso humano?
Ch'insolito vestir mi porti inante,
Giovane sciocco, e di cervello insano?
Quel viso, qual già con bellezze tante
Formato fu da la superna mano
Perché sott'empia larve hora nascondi?
Rispondi, tristo e misero, rispondi.
GIOVANE
Io mi trasformo d'habito e di viso
Perché questa stagion ne chiama tutti
A darci spasso, a star' in festa e in riso,
Dove de' balli e suon si fan ridutti,
Mangio, bevo, sto lieto, e mai diviso
Non sto da l'allegrezze, e gran construtti
Di questa libertà cavo al presente,
Senz'esser conosciuto da la gente.
MORTE
Ahi, infelice e misero! Con finta
Faccia procacci i falsi tuoi contenti,
In tal guisa adempir? Né sai ch'estinta,
Anzi pur' arsa da carboni ardenti
Fia l'alma tua, meschina, mentre avvinta
Sta in simil vanitadi e ne' dolenti
Stagni dannata caderà, né fia
Fine in eterno a la sua pena ria.
GIOVANE
Ragion havresti quando il carnesciale
Perpetuo fosse, ma in un tratto passa:
Ond'havrò tempo al re celestiale
Tornar, ma in questo mezzo vuoi ch'io lassa
Passar via questo tempo gioviale,
Ch'io non mi dia sollazzo e ch'io tralassa
Sì bella occasion, comodo havendo
Di trarmi ogn'appetito ch'io pretendo?
MORTE
Dunque, per trarti un van piacer' e breve
Cuopri la bella immagine che Dio
Ti fece, e per un strano humor e breve,
Ti dai in preda ad avversario rio?
E ti nascondi innanti a quel che deve
Giudicar tutti, e ne l'eterno oblio
Dannar te e gli altri, che con falsi aspetti
Hor transgrediscon gli divin precetti?
GIOVANE
Io me ne vo con la mia chitarretta
Di qua, di là cantando allegramente,
E meco adduco la mia femminetta,
Con la qual mangio, bevo e sto sovente
A trastullarmi, e la maschera eletta
Fu sol per simil fatto, ch'altrimente
Lecito non sarìan questi concerti,
Se i volti si portassero scoperti.
MORTE
Ahi folle, ahi pazzo, ahi misero infelice,
Dunque ti credi per portare il volto
Coperto, poter far quel che non lice?
E seguir' il tuo senso iniquo e stolto?
Ma se sapesti il danno il qual predice
A te l'habito sciocco u' sei involto,
Porresti hor hor la maschera da canto,
E faresti con gli occhi un mar di pianto.
GIOVANE
Non ci manca del tempo da pentirsi,
Perché già la quaresima s'avvicina
Co' suoi digiuni, e presto han da finirsi
Questi trionfi, ond' a la disciplina
Poi ce n'andremo, ed a' sermoni unirsi,
E a le sante oration, sera e mattina,
Ma in questi pochi dì parmi il dovere
Darmi buon tempo, e attendere a godere.
MORTE
Sei tu sicuro, dimmi, d'esser vivo
Fra un'hora? E se in tal'habito morresti,
De la gratia di Dio spogliato e privo,
A l'inferno dannato te n'andresti!
Però, pensa al tuo stato, e se captivo
Esser non vuoi di Pluto, fa' che desti
Sian gli occhi tuoi a la divina luce,
E torna in gratia de l'eterno duce.
GIOVANE
Hor tu, che mi ragioni in tal maniera,
Pur mascherata sei, e mi riprendi,
E mai non vidi maschera più fiera
Di quella c'hai, ed occhi più tremendi.
Chi sei tu dunque, che cotanto altiera
Hoggi verso di me gridi e contendi?
E porti l'arco in man qual cacciatrice,
Se ben l'habito a l'arme assai disdice.
MORTE
Hai detto ben, che cacciatrice io sono,
Né scocco mai in van l'acuto strale,
E tanto tendo al tristo quanto al buono,
Né alcun fuggir può il colpo aspr' e mortale
Ch'esce da queste braccia, né perdono
Ad huom che sia, ma tutti meno uguale.
E se non mi conosci, io son la Morte,
Ch'ogn'un passar convien per le mie porte.
GIOVANE
Tu sei la Morte? Ahimè, ben ti conosco
Adesso a la tremenda tua figura,
Che fin' ad hora ho avuto l'occhio losco,
Né havea a l'habito fier ben posto cura.
Tu se' colei che non è fiera in bosco,
Né belva, né animal, né creatura,
Che con suoi fieri colpi non atterri,
Né alcun fuggir può il colpo de' tuoi ferri.
MORTE
Io son colei ch'ogni superbo abbassa,
E che qual fior' ed herba adeguo al piano.
Huomo non è che per mie man non passa,
Ch'estirpatrice son del seme humano:
Né re, né imperatore adietro lassa
Questo mio ferro, e vada pur lontano
Quanto gli par, e metta a gli homeri l'ali,
Che per tutto lo giungo co' miei strali.
GIOVANE
Hor ch'io veggio il periglio in ch'io mi trovo
Sotto questi pazzi habiti, e ch'io sono
In disgratia di Dio, s'io non mi movo
Al parlar tuo qual'al tornar su'l buono
Sentier m'esorta, hor hor voglio di novo
Al mio Signor ricorrere, e perdono
Chieder del mio fallire, e 'l suono e 'l canto
In lagrime cangiar', e in duro pianto.
Ite, larve fallaci, ite piaceri,
Ite spassi e bagordi in altra parte,
Ite feste profane, ite pensieri
Lascivi, Ite disordini in disparte.
Ite femmine rie, che da i sentieri
Retti già mi levassi, e con empi' arte,
E falsi canti, a guisa di sirene,
Mi seppellissi in l'infernali arene.
Mai più mi coprirò la faccia, quale
A sua sembianza il sommo alto motore
Mi formò, con fattura ed opra tale
Che l'humana sapienza n'ha stupore.
E se fin'hora ho dispensato male
I giorni miei nel giovenil furore,
Piango il mio error', e vengo a penitenza,
Sperando ancor' in Dio trovar clemenza.
E tu, che pel peccar del padre primo
Prendesti l'armi contra noi viventi,
Tarda, ti prego, sopra il basso limo
Gettarmi, fin che con sospiri ardenti
E i pianti, il fallo mio, cui tanto stimo
Esser grave, con gli altri penitenti
Ridur mi possa, e con dolente core
Chieder pietà d'ogni passato errore.
Che quando poi saprò che grata sia
Al mio Signor la dura penitenza
Qual di far m'apparecchio, e de la mia
Fallanza dir mia colpa, all'hor poi senza
Pietade alcuna in me scoccato sia
La tua saetta; ma per tua clemenza
Lasciami tanto questa fragil salma,
Ch'al mondo resti il cor, purgata l'alma.
MORTE
Poi ch'in te veggio un pentimento tale
E che dentro il tuo cuore afflitto sei,
E mi preghi a tornare il fiero strale
Ne la faretra, fin che i falli rei
Da te commessi questo carnesciale,
E in altri tempi, con gravosi 'homei'
Piangendo, a Dio tornar di colpe scarco,
Ecco, io depongo il stral, rallento l'arco.
Né perciò ti perdono, ancor che alquanto
Per mia clemenza ti prolunghi vita:
Sta pur parato, perché tanto o quanto
Sicur non sei da l'aspra mia ferita.
Non offender GIESU' benigno e santo,
Ma sempre tieni a lui la mente unita,
Che quando verrà il colpo mio mortale
Dolce la piaga sia, suave il male.
Hor, resta in pace, e fa che ne l'orecchio
Ti resti il mio parlar', anzi nel core,
E siati questa faccia per ispecchio
Ne la qual si trasmuta ogn'un che more.
Questa maschera horrenda, che pel vecchio
Peccato fu trovata a tutte l'hore
Terrai al volto, che se ciò farai
In vita tua mai più non peccherai.
GIOVANE
Io ti ringratio di tal cortesia,
Oh Morte, fin de le miserie humane.
Va' in pace, che mai più fuor de la via
Buona uscirò, né il tempo in cose vane
Mai più consumerò, ma de la mia
Gioventù tutto il resto che rimane
Dispenserò nel servigio di Dio,
Acciò sia salva l'alma, e 'l spirto mio.
IL FINE