STRAVAGANZE
DEL TEMPO PRESENTE
con un vestimento alla arabesca
dell'autore per questa vernata.
Io veggio il tempo tutto tramutato,
Il tempo non va più come solea:
L'estate vien dal ciel la neve rea,
L'inverno di bei fior orna ogni prato,
Giugno in febbraio parmi esser cangiato,
Né più pei boschi canta Citerea,
Giunon non prezza Cerer, la Febea
Luce più non risplende al modo usato.
Pan non s'accosta più la piva al labro,
Di luglio la cicala non si sente,
Né al campo va il villan, ruvido e scabro.
Sta Giove malenconico e dolente,
Ride Saturno, e balla il zoppo fabro
Né de lo scorno più li torna in mente.
Né più ne l'oriente
L'Iride vien di bei color dipinta,
A dar segnal che sia la pioggia estinta,
Più Coridon né Aminta
Non van per verdi prati sollazzando,
Cupido a l'arco e strali ha dato bando,
Diana più cacciando
Non va pei boschi come solea prima,
Né la sua castità più pregia o stima,
E Casciopea la rima
Non pregia, e secco è il fonte di Parnaso,
E sferrato ne va il caval Pegaso.
Gettato dentro il vaso
Apollo il plettro, Amphion la dolce lira
Post' ha da parte, e sol piange e sospira,
Zefiro più non spira,
Ma Borea e Aquilon regna in campagna,
Carco di pioggia, e tutto 'l mondo bagna,
E di Progne si lagna
E Filomena il crudo e fier Tereo
Ed Ercol soffocato vien d'Anteo.
Né più fa i fiumi Orfeo
Col dolce suon fermar, e Mida è fatto
Saggio, ed Apollo è reputato matto,
Anzi pur vien in fatto
Da Marscia scorticato, ahi caso duro,
E de la pelle sua fatto un tamburo.
Veloce è fatto Arturo,
Palla pers'ha con Aragne la lite,
E fredda è fatta la città di Dite.
Atreo benigno e mite
Fatt'è, che di human sangue si compiacque,
E Tantal più non brama i pomi e l'acque.
La Dea che nel mar nacque
Schiva i diletti, e Marte l'odia e fugge,
Il fier leon nitrisce, e 'l caval rugge.
Troia guasta e distrugge
La Grecia tutta, e Ulisse è divenuto
Stolto, che tanto fu saggio ed astuto,
Argo col ferro acuto
Ha privato Mercurio della vita,
Proserpina di bianco va vestita,
La pace è stabilita
Fra gli Elementi, a danno de' mortali,
Dedalo a 'l figlio ha spennacchiato l'ali,
Bacco le viti a i pali
Più non appoggia, e sol beve acqua pura,
E Giove più d'Europa non si cura;
Atlante la misura
Ha perso de le stelle, e Teseo vinto
Dal minotauro vien nel laberinto.
E per il bel Giacinto
Più ardor non sente il gran rettor del lume,
Né Achelon più si cangia in toro o in fiume,
Né più con lievi piume
Scendon Zette e Calai con voglie pie,
A scacciar di Fineo l'ingorde Arpie.
Morte le cortesie
In somma sono, e tutto quanto il mondo
E' rotto e guasto, da la cima al fondo.
Però se Febo il tondo
A noi s'asconde e cela la sua luce,
La terrena malitia a ciò l'induce.
IL FINE
VESTIMENTO
ALL'ARABESCA
DELL'AUTORE
per questa vernata
A messer Semideo, suo sartore
Sartor gentil, a posta son venuto
Acciò che voi mi fate un vestimento
Sopra la chiave di bemolle acuto,
Tutto fodrato di fumo e di vento,
E suso una sonata di liuto
Tagliate il busto e tutto il guarnimento,
Ma sopra 'l tutto, che sia ben trinciato,
Che come meglio sia l'havrò più grato.
Le maniche saran di tramontana,
A mezza scala, con il suo solaio,
Ed un bel passamano a la forlana,
Cavato del buratto d'un fornaio,
Le finestrelle tutte a l'indiana,
Con sala, loggia, camera e granaio,
Ed i bottoni fatti a la moderna,
Tutti di galla, a lume di lanterna.
Sarà il cappuccio di vetro disfatto
Con il suo studio fatto a la zimina,
Guarnito attorno di cervel di matto,
Col contrappunto di mostarda fina,
I quarti saran fatti a piè di gatto,
Con onde e senza e con la sua vagina,
E i buchi ove si pongono i stringhetti,
Sopra la stampa che si fa i confetti.
Le calcie poi saran tutte guarnite
Di tutia preparata attorno attorno,
Con i suoi braccialetti fatti a vite,
Che paiono cavar il pan del forno.
E di dentro e di fuora sian cucite
Di terra d'ombra lavorata al torno,
Con i suoi bancaletti e capezzali,
Tirati a canzonette e madrigali.
D'acqua di vita saran le calzette
All'ongaresca, e con le lor portiere
E di salsa periglia le solette
Accomodate in fondo a due paniere,
Tutte trapunte d'occhi di civette,
Che nostrane non sian, né forestiere,
Ed i sopra parretti ed i scaglioni
Di suon di piva e salti di montoni.
E per finir, in conclusion vi dico
Fate che non mi sia largo né stretto,
E non sia a la moderna, né a l'antico,
Né da strapaccio sia, né da rispetto,
So ch'intendete, e che mi sete amico,
E che farete più ch'io non ho detto,
E perché il tutto v'è palese e piano
Mi raccomando, e baciovi la mano.
IL FINE
Testo trascritto da: Stravaganze del tempo presente con un vestimento alla arabesca dell’autore per questa vernata, di Giulio Cesare Croce, Bologna, Eredi del Cochi, 1630, (10x15), pp. 8 n. num., ill., BAB