LE
TREMENDE
BRAVURE
DEL CAPITANO
BELLEROFONTE
Scarabombardone da Rocca di ferro.
Trattenimento piacevole in dialogo.
AGLI NOBILISSIMI LETTORI
Essendo mio costume, nobilissimi lettori, d'appresentare ogni anno in queste sante feste a' miei signori e patroni qualche inventione nuova e d'honesto trattenimento, in memoria della servitù ch'io tengo con essi, ed anco perché in questi tempi s'incomincia a stare in recreatione, ed a godersi insieme i parenti e gli amici con amore e carità, non ho voluto mancare quest'anno similmente di non entrare in campo con questa mia operetta, piena di piacevolezze, facendo comparire in scena un taglia cantone e spezza cadenazzo, il quale, frappando si vanta con un suo ragazzo scaltrito e trincato di haver fatto prove fuori dell'uso humano. Ma, mentre il detto taglia, spezza, squarta, urta, abbatte e fracassa il mondo con le chiacchiare, esso ragazzo lo burla, uccella, beffa, e lo deride; anzi, fingendo fargli buone le sue ragioni, viene a scoprire tutte le sue vigliaccherie. Leggete adunque allegramente quanto v'appresento, e state sani. Di Bologna il 1 di gennaro 1596.
SONETTO AI LETTORI
Queste non son leggende favolose
Di Grillo, del Gonella o di Morgante,
Fatte per compiacere il volgo errante,
O trattener le genti curiose,
Ma l'imprese tremende e spaventose
D'un nuovo Capaneo, d'un nuov' Atlante,
Qual non stima Gradasso o Sacripante,
Né chi nel mar l'alte colonne pose.
Qui mandritti, roversi, e stramazzoni
Mangiar bombarde, sputar stocchi e spade,
Tagliar pilastri e frangere torrioni
Udrete, e tanta strage e crudeltade,
Da far' impaurir' orsi e leoni,
Non che fanciulli o donne per le strade.
Ben' è la veritate
Che costui, che col guardo il mond'atterra,
Brav' a credenza, e mai non fu a la guerra.
DIALOGO DEL CAPITANO BELLEROFONTE E FRISETTO SUO RAGAZZO
Capitano
Frisetto, oh Frisetto!
Frisetto
Signor, eccomi qua.
Capitano
Forfante, ove si sta
Che non mi stai appresso?
Frisetto
Signor, io vengo adesso
Da far drizzar la spada,
Che l'altri'ier su la strada
Torcesti come bissa
Partendo quella rissa.
Similmente al pugnale,
Qual stava molto male,
Ho fatto far la punta.
Capitano
Hai tu fatto dar giunta
A quel spadone antico?
Tu sai ben qual io dico,
Quel ch'io havea l'altra notte
Quando fei sì gran botte
Contra quei dieci bravi,
Che quei dodeci travi
Tagliai, e quel pilastro.
Frisetto
Io l'ho portato al mastro,
E insieme la rotella
Ch'era spezzata anch'ella,
Quando vi furon date
Quell'aspre bastonate.
Capitano
Che dici tu, forfante?
Frisetto
Dico che se Morgante,
Orlando e Rodomonte,
Sobrin, Gradasso e Almonte,
Zerbin ed Isabella,
Margutte ed il Gonella
E tutti i paladini
Tornassero, i meschini,
Al mondo un'altra volta,
Tutti darìano volta
Innanzi al vostro aspetto.
Capitano
Vammi porta quel petto,
Quel giacco e quel piastrino,
E guarda a quel uncino
Che vi sono i cossali.
E portami i bracciali
Con la goletta ancora,
E la spada che fora,
Cioè dà le stoccate,
Ovver dà l'imboccate,
La picca, il spiedo, il scoppo,
E 'l mio zucchetto doppio
Con tutta l'armaria.
Va', presto, e vienten via
Con tutto quel che v'è.
Frisetto
Ohimè, che cosa v'è
Di novo intravvenuto?
De' forsi haver veduto
La gatta del fornaio,
O il can del macellaio,
Ha sentito abbaiare,
Però si vuol armare.
Capitano
Ho un humor nella testa
Di voler far la festa
A certi miei nimici.
Ch'io vo' che l'infelici
Volin fin a le stelle.
Frisetto
Sì, se fosser frittelle,
Ovver qualche polpette,
Faresti delle fette.
Capitano
Che dici, sciagurato?
Frisetto
Dico che in tristo stato
Stan questi poverazzi,
Ch'anderan tutti in strazzi.
Ma ch'occor l'armi intorno
Poiché dentro d'un forno
Sol col vostro guardare
Gli farete cacciare.
Capitano
Io non voglio far questo,
Però che troppo presto
Sarebbe il suo tormento.
Che tanto è di spavento
Il guardo mio superbo,
Che frange ed ossa e nerbo,
E manda l'huomo in polve,
E in fumo lo risolve.
Ma voglio a poco a poco
Di lor prendermi giuoco,
Hor col troncargli un braccio,
Hor trargli via il mostaccio,
Un piede ed una mano,
Poi così, a brano a brano
Soffiarli in aria tutti.
Frisetto
Sì, se fosser persciutti,
O qualchi salsiccioni,
Gli faresti in bocconi
Andar in un momento.
Oh, zuccon pien di vento,
Che non vale una paglia
Ti venga l'angonaglia.
Capitano
Che dici, manigoldo?
Frisetto
Dico ch'al vostro soldo
Braman venir signori,
Re, duchi e imperatori,
Ch'el valor vostro è tale
Che non v'è alcun mortale
Che non brami servirvi,
Amarvi e riverirvi.
Capitano
Questo lo credo certo,
Perch'a un huomo di merto
Com'io, ciascun s'inchina,
Che tanta e tal ruina
Quando son a la guerra
Faccio, ch'io getto a terra
Fortezze e bastioni,
Beltresche e padiglioni,
E con un colpo solo
Getto per aria a volo
Cavalli, huomini e fanti,
Che paion proprio tanti
Rondoni o passerini,
Fa calar giù i meschini,
Van tutti quanti in polve,
Tal che ogn'un si risolve
Cedermi il primo loco,
Perché basta ch'un poco
Gli guardi per traverso,
Tutti cadon riverso,
Né giovan lancie o dardi,
Né insegne, né stendardi,
Né fossi, né ripari,
Né monti, piani o mari,
A poter far contesa,
Né difesa, né offesa
Al gran Bellerofonte.
Venghi Pluto e Caronte,
Cerbaro e la Chimera,
Tesifone e Megera,
Minos e Radamanto.
E 'l centro tutto quanto
Con l'anime dannate,
Ch'a queste coltellate
Mandritti e stramazzo,
Cento mila Plutoni
Farei impaurire,
Tremar ed atterrire
I più superbi spirti,
Ch'altro più voglio dirti,
Poiché tu sai il resto?
Frisetto
Anzi, gli è poco questo
Che voi mi ragionate.
Oh che gran papolate
Dice, questo poltrone.
Ed il più vil briccone
Non è sopra la terra:
Sempre parla di guerra,
E ai suoi dì mai ci fu.
Capitano
Che cosa cianci, tu?
Frisetto
Dico che veramente
Dal levante al ponente
Non si trova il più forte,
E credo che la morte
Istessa habbia paura
De la vostra bravura,
Che volete voi altro?
Capitano
Tu sei un huomo scaltro,
Ma nota un poco quella
Se vuoi drizzar la testa
Ed inarcar le ciglia
Per la gran meraviglia.
Io mi trovavo un dì
In Persia col Sofì,
Contra di Solimano,
Il qual Selin sultano
Havea mandato innanti
Con cento mila fanti,
E sangiacchi, ed arcieri,
Ancor i bombardieri
Con lor artiglieria,
E la cavalleria
E tutta l'altra gente,
Che, ben tengo a mente,
Fra tutti eran migliaia
Trecento, e non è baia,
E forsi ancora più.
E così il campo fu
De l'un e l'altro mosso,
Gridando: “Addosso, addosso!
Ammazza! Dalli, dalli!”
E i monti, con le valli
Tremavan d'ogn' intorno,
E tutto quel contorno
Era homai pien di sangue,
E chi morto e chi esangue
Cadea sopra il terreno.
E già veniva meno
Il campo persiano
E quel de l'ottomano
Restava vincitore,
Ond'io, pien di furore,
Di collera e di rabbia,
Vedendo su la sabbia
Caderne tanti morti
Per dar alti conforti
A quei del campo perso,
Sprono il cavallo verso
Quei turchi e rinnegati,
Hor odi i segnalati
Colpi ch'io feci all'hora,
Che se ne parla anchora
In tutti quei paesi:
Al primo scontro stesi
Bassà numer duecento,
Sangiacchi novecento,
Quaranta mila arcieri,
Tre mila cavalieri,
Seicento capitani,
Quai poi mangiaro i cani,
Ducento colonnelli,
Mandai, i meschinelli,
A fil di spada tutti,
Feriti e mal condutti,
Al fin, quella zenia,
Vedendo de la mia
Spada il crudel tagliare,
Cominciò a scaricare
De' grossi e bon cannoni,
E si vedean palloni
Grossi com'una botte,
Ond'io, con faccia irata,
La spada insanguinata
Nel fodro ritornai,
E poscia mi fermai
Sopra tutti dua i piedi,
Come sto adesso, vedi
Che bella positura?
Frisetto
Voi mi fate paura.
Ohimè, che cosa dite,
Io non ho mai udite
Le più stupende prove,
Né penso mai ch'altrove
Sia stato un'huomo tale,
E credo a la reale
Ch'assai più habbiate fatto.
Oh, che pezzo di matto,
Di pecore e di bufalo,
Diavolo, in fondo attuffalo
Di qualche cacatoio,
O dallo a un avvoltoio
Per pasto, 'sta carogna,
Poi che non si vergogna
Piantar sì gran carotte.
Capitano
Che dici, che barbotte?
Frisetto
Dico, che seguitiate
Le cose incominciate,
Di prova sì stupenda
Che cosa più tremenda
Non ho sentita mai.
Capitano
Io dunque invaginai
La spada, com'io dico,
Vedendo che 'l nimico
Volgeva già le spalle,
E quelle grosse palle
Di quelle cannonate
Ch'al campo eran tirate,
Tutte con man pigliai,
E indietro le tornai,
Con tanto il gran fracasso
Ch'io mandai in conquasso
Tutta la fanteria
E la cavalleria,
A tal che presto presto
Di tutti fei del resto:
Onde, per tal vittoria
Mi feron, per memoria,
Di bronzo un gran cavallo
E sopra un piede stallo
Mi fer levare in alto.
Frisetto
Questo fu un grand' assalto,
E una bravura estrema,
E credo ch'ancor trema
A torno tutto il mondo,
E fin del centro il fondo
E cancaro a chi 'l crede.
Capitano
Che cosa vai parlando?
Frisetto
Dico ch'io do gran fede
A le vostre parole,
E so che sotto il sole
Non vive un vostro pare,
C'è altro da narrare?
So pur che sete stato
Anchora in altro lato
A far de gli altri fatti.
Capitano
Dei certi scacchi matti
Un giorno a certi bravi
Ch'eran su certe navi
Che venìan di Siciglia,
E gli posi la briglia
Di modo tal, che come
Odon sol il mio nome
Si cacan tutti addosso.
Frisetto
E là, verso il Mar rosso
Voi festi sì gran prova?
Capitano
Ciò non è cosa nova,
Però non la vuo' dire,
Ma ti vuo' far stupire
A dirtene sol una:
Hai visto ne la luna
Quei segni così neri?
Frisetto
I' la vidi l'altr'ieri,
Volsi dir, l'altra notte,
E appunto quelle botte
Notai, che l'ha nel volto,
E mi parve anco molto
Da un lato mal trattata,
E m'accorsi ch'enfiata
Haveva una masella.
Capitano
Oh questa è la più bella
Ch'io ti possa contare,
Sta pur ad ascoltare,
Poi ch'altro non ti costa.
Io havea dato la posta
Andar di notte a un'hora
Fin da la mia signora,
Che, se di dì v'andasse,
E ch'ella rimirasse
Il mio feroce aspetto,
Tremend' in fatto e detto,
Havrebbe tal paura
Della mia vista scura
E del mio fiero sguardo,
Ch'ogni soccorso tardo
Sarebbe a dargli aìta,
Perché di questa vita
All'altra passarebbe,
E a me si finirebbe
Ogni sorte piacere:
Però la vo' godere
Di notte senza lume,
Che così è mio costume.
Hor, mentre donque andava,
La luna si levava,
E se dal ver non parto
Haveva il primo quarto,
No, no, può far il mondo,
Ell'havea fatto il tondo,
E risplendeva assai.
Hor dunque, riscontrai
Da cinque bravi o sei,
Quai, come saper dei,
La notte vanno attorno
Facendo dann' e scorno
Hor a questo, hor a quello.
Imbraccio il mio mantello
Tosto che gli rimiro,
E fuor la spada tiro,
Con pensier fermo e saldo
Di farmi venir caldo,
Che ciò, se ben discerno,
Fu proprio a mezzo inverno.
Hor, quei taglia cantoni,
Con picche e con spadoni
Mi vennero assalire,
Pensando che fuggire
Dovesse, da poltrone,
Ma io, com'un Sansone,
Su i piedi mi fermai,
E in guardia m'acconciai,
Com'è mia usanza antica.
E non ti pensar mica
Ch'io mi cangiassi in volto,
Ma contra lor rivolto
All'arrivar che fero
Lassai un colpo fiero
Andare, e sì diverso,
Che le picche a traverso
Tutte quante tagliai,
E a mezzo gli spezzai
Tutte le spade ancora,
E spingi, e para, e fora,
E mena, e dagli, e tocca,
Senz'aprir mai la bocca
Gli uccisi tutti quanti,
Eccetto un, che dinanti
A me se ne fuggìa
Che per sua sorte ria
Correndo traboccò
In terra, ed io, che vo'
Che tutti vadan pari,
Benché con pianti amari
Perdon chiedesse assai,
Nondimen lo pigliai
Pe' piè, com'un cappone,
E poi in conclusione
Per aria lo gettai,
E tanto alto 'l mandai
Che, per buona fortuna,
Andò a dar ne la luna,
E, perch'egli era armato,
Gli colse da quel lato
Dov'ella par' enfiata,
Ed una tal guanciata
Gli diè, quel poveraccio,
Che gli roppe il mostaccio
In quattro o in cinque luochi,
Ed ei là su in quei fuochi
Restò, come si vede,
Né mai posa né siede,
Ma sempre va girando
Hora il capo voltando
In giuso, hora gli piedi,
E in man ancor gli vedi
Di picca un gran troncone,
Col qual volea il giuppone
Assettarmi a la schena,
E ancora par che mena
Quel legno, e che si mova.
Hor, mira se tal prova
Ha mai fatt'huomo alcuno.
Frisetto
Questo mai a nessuno
Ho udito raccontare,
E so non lo può fare
Al mondo altro che voi,
E credo che fra noi
V'habbi mandato Marte,
Dandovi larga parte
De l'alte sue divitie,
Poi che fra le militie
Spendete com'un sole.
Hor, chi agguagliar vi vuole?
Chi vuol prender la gatta
Con persona sì fatta?
Che sol con un'occhiata
Ammazza una brigata?
Idem de' bon capponi,
Lasagne e maccheroni,
Con tartar' e fiolate,
E torte inzuccherate,
E taglia, snerva e spolpa
La carne con la polpa.
Quest'è la tua bravura.
Che inanti non gli dura
Cosa alcuna a 'sto lupo
Sì 'l ventre ha largo e cupo
Che mangiarìa chi 'l fece,
Mal'anno haggian le pece
Ch'attorno l'han falciato,
Che non l'han strangolato.
Ch'a dirlo con modestia
La più insolente bestia
Al mondo non si trova,
Né so come gli piova
Nel capo tal pazzia,
Sopra la fede mia.
Capitano
Che dici, tu, animale?
Frisetto
Dico che prova tale
Giammai non fece Orfeo,
Né 'l caval pegaseo,
C'haveva sì gran trotto,
Non il Piovano Arlotto,
Né 'l Colosso del Sole,
Hor, dica pur chi vuole,
Voi sete un'huom di testa,
Hor, s'altro più vi resta,
Ditelo allegramente.
Capitano
Se dir' intieramente
Volessi le prodezze,
Gli stati e le grandezze
I gradi, i privilegi,
I don, le gratie e i pregi
Gli honor, gl'archi i trofei
Quai man fatto fra' semidei
Homai fatto volare,
Sarìa un voler portare
Bosecca a' milanesi,
Salciccia a' modenesi,
Formaggio a' piacentini,
A Siena marzolini,
Bulbari a' mantovani,
Mostarda a' carpigiani,
Ch'in tante, tali imprese
Son stato, che in un mese
Non si potrìano dire,
E però vo' finire,
Né voglio più esaltarmi,
Ma voglio ritirarmi
In casa a studiare
I colpi ch'io vo' dare
Stasera a' quei poltroni.
Tu intanto dui castroni
Va' compra, e un bon vitello.
Piglia anco un grasso agnello,
E se vi son pernici,
Tortore o coturnici,
Pigliane cento paia.
Frisetto
Più di cento miliaia
Ne voglio comperare,
Ch'è poco a un vostro pare
Quel che m'havete imposto.
Oh, fumo senza arrosto,
Oh povero meschino,
Che non ha un bagattino
E la taglia si slarga,
Ma io gli tengo targa,
E me ne prendo spasso,
Che 'l più gran babuasso
Non si ritrova al mondo,
Ed è sì goffo e tondo
Ch'a udire il suo tenore
Né re né imperatore
Vive meglio di lui,
E in casa siam sol dui,
E non v'è pan da cena:
Oh pazzo da catena.
Capitano
Che vai tu borbottando?
Frisetto
Dico che 'l suo comando
Tosto sarà adempiuto,
E che sarà un convito
Solenne e trionfale,
E forsi un altro tale
Non fu mai fatto a Troia.
Così l'havesse il boia
Come 'l tutto è bugia.
Capitano
Mentre sarai per via,
Un facchin teco piglia,
E guarda se la briglia
E' concia del giannetto,
E se 'l mio corsaletto
E' fatto, piglial' anco.
Poi giongi fin' al banco
A tor le dieci milia
Doble, che di Sivilia
Mi manda il re di Spagna,
Ogn'anno, per la magna
Impresa del Perù,
Ch'io fei, l'anno che fu
Trovato l'India nova,
Ch'ancor di quella prova
Risuona l'emispero.
E poi prendi il sentiero
E va' fin' alla posta,
Ch'aspetto una risposta
Dal re di Macedonia,
Per gire in Paflagonia
Per general del campo,
Che come un chiaro lampo
Risplendo in ogni loco.
Arriva poi un poco
Dal mio sartore ancora,
E dì ch'a ventun'hora
Ancor' un poco innante
Si trovi dal mercante
C'ha per insegna il gatto,
Ch'esser bisogna in fatto
A veder quei broccati
E velluti tagliati,
Con quelle tele d'oro
Di ricco e bel lavoro
Che vengon da Milano.
E quel raso nostrano,
Fatto con sì bell'opra
Ch'io vo' ch'egli s'adopra
In farmi fin' a cento
Habiti un momento.
Tanto ricchi e pomposi
Che duca o re non osi
Di venir meco al paro.
Poi và dal calzolaro
E digli ch'io l'aspetto
Domattina nel letto,
Ch'ei mi venghi a calciare
Le scarpe da ballare.
Poi và dal sonatore
E da lo scrimitore,
Ch'io non vorrei scordarmi
Però il mestier de l'armi,
Che questo è l'importanza.
E, se tempo t'avanza,
Và fin dal marescalco,
E digli ch'io cavalco
Doman verso Turchia,
E che per ogni via
Mi ferri quei frisoni,
E que' cento bertoni
Ch'io lasso ne la stalla:
Ogni dì, che non falla,
Gli venghi a visitare,
Né manchi di guardare
Quel sauro e quel sboccato,
Quel leardo pomato,
Quel turco e quel morello,
E quel c'ha quel mantello
A occhi di pavone.
Fa' ch'ogni dì il cozzone
Lo venghi a cavalcare.
Horsù, io voglio entrare,
Va', fa quanto t'ho detto.
Frisetto
Oh, povero Frisetto,
Sei ben mo' arrivato.
La memoria di Plato
Non sarebbe bastante
Tenersi tutte quante
Queste fandonie a mente.
Oh, che nobil pendente
Da forca è mai costui,
Chi vide come lui
Il più gran pazzo mai?
Oh, berlina, che fai?
Oh sbirri, oh boia, oh scoppa,
Oh Diavol, vienlo accoppa,
E leval da la guazza
Che domin, di che razza
E' nato 'st'animale?
Mai ho udito tale
Sciocchezze ad huomo vivo.
Veramente egli è privo
Di senno e di cervello,
Guarda se questo è bello
Di questo manigoldo,
Che non si trova un soldo,
E, a udirlo su la via,
Ogn'un lo stimarìa
Un re, un imperatore,
E non è sì gran core
Che non temesse alquanto
Quand'egli si dà vanto
D'esser stato a la guerra,
E haver gettato a terra
Sergenti e capitani,
E tratto con sue mani
A terra mura e tende,
E mille altre faccende
Degne di compassione.
Ma sappian le persone
Che questo è un sciagurato,
Forfante, disgratiato,
Che si pasce di vento,
E cerca far spavento
Con queste sue bravate
A tutte le brigate,
Ma homai è conosciuto
E da ciascun tenuto
Pel più gran chiacchiarone
E 'l più gran babbione
C'hoggidì al mondo viva.
Guardate pur che piva
S'era messo a sonare,
Con tanto suo vantare,
E vi promette a fè
Ch'in casa sua non è
Né letto, né lettiera,
Né casse, né spalliera,
Né quadro, né banchetta,
Né vin, né pan, né fetta.
E, a dirlo in conclusione,
Si giuoca di spadone
Per tutte le sue stanze,
Perché non v'è sostanze,
Né cosa alcuna al mondo.
E però a tondo a tondo
Si può tirar in fatto
E di punta e di piatto,
Perché il paese è netto,
E sapete in che letto
Dorme, 'sto poverazzo?
Un mezzo matarazzo
Di paglia, ben forfante,
Con stracci e pezze tante
Ch'io mi vergogno a dirlo,
Ma mi convien scoprirlo
Poi ch'egli vol così.
Né mangia in tutto il dì
Altro che un pan di fava,
E se ben comandava
Ch'io fessi tanta spesa,
Fra noi la cosa è intesa,
E non ne farò nulla,
Perché la borsa è brulla,
E non v'è un soldo drento,
Ché sol di fumo e vento
Esso si va pascendo,
E fa 'l bravo e 'l tremendo
Con chi non l'ha mai visto,
Ma 'l più vile e 'l più tristo
Non vive sotto 'l sole.
E i cavalli ch'ei vuole
Ch'io faccia governare,
E spesso cavalcare,
Son pulici e pedocchi
Che gli cavano gli occhi
E gli mangian la pelle.
Le spalle e le rotelle,
Ch'ei dice haver in casa,
Tenetela una rasa,
Né gli date credenza,
Perch'in somma egli è senza
Un ben, questo meschino,
E cibasi, il tapino,
Sol d'erbe e di radici,
E i tordi e le pernici
E quelle quaglie grasse
Ch'ei volea ch'io comprasse,
Saran quattro cipolle
Che faran star satolle
Le misere budelle.
In somma, son novelle,
E chiacchiare e bugie
Queste sue bravarie.
E credetemi certo,
Che 'l più inetto e inesperto
Il più sciocco, il più goffo
Più inerme e più gaglioffo,
Più pazzo e più insolente
Dal levante al ponente
Non si può ritrovare;
Ma me ne voglio andare
Due o tre hore a spasso,
Poi che questo gradasso
In casa è ritornato,
E in questo mio commiato
Voglio pregarvi tutti,
Huomini, donne e putti,
Che se ben lo incontrate
Che non vi spaventiate,
Perché già v'ho informato
Di questo sciagurato,
E quant'ei pesa e vale.
Però, s'havete sale
In zucca, habbiate ingegno,
E fatel con un legno
Andar a la mal'hora,
E perché più dimora
Non voglio far con voi,
Havendo udito i suoi
Difetti intieramente,
Vi lasso, habbiate in mente
Quel che di lui v'ho mostro,
A Dio, son tutto vostro.
IL FINE
Testo trascritto da: Le tremende bravure del capitano Bellerofonte, Scarabombardone da Rocca di ferro, Trattenimento piacevole in dialogo di Giulio Cesare Croce, In Bologna, per Bartolomeo Cochi al Pozzo Rosso, 1611, BAB