LE TREMENDE
BRAVATE
fatte dal Gobbo Nan
contra coloro che vanno gridando
per Milano: “Quan quan,
Hastu visto lo Gobbo Nan!”
Son il bravo Gobbo Nan,
Di cui tanto si ragiona,
Che fatt'ha con sua persona
Tante prove per Milan.
Son quel bravo Gobbo Nan.
Io son quel che sì nomato
Son per tutto l'universo,
Quel son'io, di cui in verso
Tante lodi attorno van.
Son quel bravo Gobbo Nan.
Non fu mai sì bravo Orlando
Né Rinaldo suo cugino
Come me, né il fier Mambrino
Né Gradasso, né Agrican.
Son quel bravo Gobbo Nan.
Se alcun vuol meco la gatta
Venghi pur allegramente,
Ch'io l'aspetto arditamente,
E son qua con l'arme in man,
Son quel bravo Gobbo Nan.
Venghi armato o disarmato
In camisa ed anche nudo,
Con la targa o con lo scudo,
A ogni guisa che vorran.
Son quel bravo Gobbo Nan.
S'alcun crede impaurirmi
Ha del sciocco e del murlon,
Ch'io non son forsi poltron
Com' a intender tai si dan.
Son quel bravo Gobbo Nan.
Certi bravi da dozzina
Mi volevan far caiar,
Ed alor toccò a scampar,
Che correvan come can.
Son quel bravo Gobbo Nan.
Venner certi pennacchini
L'altro giorno ad assaltarmi,
Ma, credendo d'azzollarmi,
Toccò a loro andar' al pian.
Son quel bravo Gobbo Nan.
Conosciuto son per tutto,
Per le strade ed i sentieri,
Tutti gli hosti e i bettolieri
Sulla lista scritto m'han.
Son quel bravo Gobbo Nan.
Quando a zuffa son sfidato,
Non vorrei gir a banchetto,
Che 'l mio spasso e 'l mio diletto
Tutto sta in menar le man.
Son quel bravo Gobbo Nan.
Quando vado per la via,
Ogn'un slarga e sgombra il passo,
Com'io fossi un satanasso,
E ciascun mi sta lontan.
Son quel bravo Gobbo Nan.
Tutto quanto il mio pensiero
Si è di far palese al mondo
Che, se ben son gobbo e tondo,
Ch'io non ho il cervello insan.
Son quel bravo Gobbo Nan.
E però, s'alcun mi chiama
Sempre mai risponderò,
E tal saggio gli darò
Che di me sempre diran
Son quel bravo Gobbo Nan.
V'è nissun che voglia adesso
Annasarmi un po' di dietro?
Ch'io lo franga come vetro
Che si fabbrica a Muran?
Son quel bravo Gobbo Nan.
Deh, perché non viene adesso
Quel frappon di Rodomonte,
Ch'io 'l vorrei trar giù dal ponte
E annegarlo nel pantan.
Son quel bravo Gobbo Nan.
O quell'altro spezzaferro
Sbaiaffon di Mandricardo,
Ch'io 'l vorrei pistar in lardo
Come un porco maremman.
Son quel bravo Gobbo Nan.
Se s'aprisser le montagne
E ch'addosso tutti quanti
Mi corresser quei giganti
E i ciclopi con vulcan,
Son quel bravo Gobbo Nan.
Senza punto scomodarmi
Vorrìa dargli un calcio solo,
E gettarli in aria a volo,
Che s'in su i rondon non van,
Son quel bravo Gobbo Nan.
Dunque ogn'un mi porti honore,
E rispetto e riverenza,
Che, se ben non ho presenza,
L'intelletto è saldo e san.
Son quel bravo Gobbo Nan.
E s'alcun v'è più ch'ardisca
Di burlarmi o dar la berta,
Gli farò una tal' offerta
Ch'ei non mangierà più pan.
Son quel bravo Gobbo Nan.
Solamente la mia diva
Ha licenza di burlarmi,
Ella sol può strapazzarmi
Con i piedi e con le man.
Son quel bravo Gobbo Nan.
Ella sola può montarmi
Con i piè fin su la gola,
Perché lei è quella sola
Che 'l mio core ha nelle man.
Son quel bravo Gobbo Nan.
A lei sola son soggetto,
Né conosco altra patrona,
E non vo' ch'altra persona
Se non lei gridi: “Quan quan!”.
Son quel bravo Gobbo Nan.
Facci il ciel ch'io ne senta uno
Che “Quan quan” dietro mi grida,
Ch'io non vo' che mai più rida
S'io nol so son un marran.
Son quel bravo Gobbo Nan.
Sì che habbiate tutti ingegno,
Né mi date più mattana,
Ch'io vi batterò la lana
Per Don Diego e per Don Ian.
Son quel bravo Gobbo Nan.
Non guardate ch'io sia storto,
E le spalle habbi incurvate,
Che, se i colpi miei provate,
Sorbe secche vi sapran.
Son quel bravo Gobbo Nan.
Hor, chi vuol essermi amico
Lassi star tal diceria,
Ch'io non son ladro né spia,
Come assai tara mi dan.
Son quel bravo Gobbo Nan.
Io son' huomo servitiale,
E pur sempre ogn'un mi stratia,
Perché un giorno per disgratia
Mi scappò fatto il ruffian.
Son quel bravo Gobbo Nan.
Ma s'ogn'un andasse in lista
Di color che fan tal' arte,
Sarian piene quante carte
Fa il molin di Fabrian.
Son quel bravo Gobbo Nan.
Horsù, sia come si voglia,
Il passato è già passato,
Non mi tenghi alcun burlato
Ch'io gli affetterò il gabban.
Son quel bravo Gobbo Nan.
Qui finisco il mio cianciume,
S'alcun vuol venire a bere
Mi farà sommo piacere,
Che 'l boccal già tolt'ho in man.
Son quel bravo Gobbo Nan.
IL FINE
SONETTO
in difesa del Gobbo Nan
fatto dalla sua signora, la signora Pantofola
Attacconati
ALLE DONNE DEL MONDO
Chi vuol che 'l mio gobbin sia un mastro Ianni,
Chi dice ch'egli è un cucco dispennato,
Chi un civetton, chi un gufo, chi notato
L'ha per un di color che sol han panni;
Chi dice ei par' il padre de' malanni,
Chi vuol ch'ei sia un allocco spelazzato,
Altri, nome di pecora gli han dato,
Altri ch'egli è il prior de' barbagianni.
Hor, sia quei ch'ei si voglia, o bello o brutto,
Io l'amo, io l'honoro e lo desìo,
E lassatelo star, ch'egli è mio tutto.
E s'a voi pare in vista un Chicchibìo,
A me par' un Narciso, e se construtto
Alcuna n'ha d'haver, voglio haverne io.
Vi dico ch'egli è mio,
Madonne, hor non toccate il mio gobbino,
Che per ognìun non è sto bocconcino.
IL FINE
Testo trascritto da: Le tremende bravate fate dal Gobbo Nan, contro coloro, che vanno cridando per Milan Quam quam, Hastu visto lo Gobbo Nan. Di Giulio Cesare Croce. In Bologna, per l' Erede del Cochi, al Pozzo rosso, da S.Damiano, s.d., BAB