I TRIONFI
fatti nel dottorato
DI MARCHION PETTOLA,
con le sue sottili e stravaganti
conclusioni
e le dispute di molti dottori, cose da far
smassellare i ricchi dalle risa e
crepare i poveri dalla
fame.
Almi signori, udite in cortesia
E chi non vuol udir non stia ascoltare,
Che narrar voglio in che modo e in che via
Il Pettola si volse addottorare,
Per farsi unico al mondo, e con chi sia
Poter arditamente disputare
E dimostrar il suo saper profondo,
Ch'ei non è goffo, se ben ha del tondo.
Ne l'anno del val cerca, che 'l bisesto
Correva a più poter dietro l'Epatta,
Che gl'havea tolto un canestrin d'agresto,
E poi fuggiva su una fregatta,
A l'hor che i giocator fanno del resto,
Ne l'hora che 'l fornar canta e buratta
Si ridussero tutti in una bettola
Per la gran scienza udir di Marchion Pettola.
V'era presente il caval del Gonella,
E l'asin d'Apuleio, ogn'un bardato,
La mula del Faloppia con la sella,
Eccetto il pettoral ch'era cascato,
Questi eran tutti contra la scodella
Di Diogen, ch'impedir il dottorato
Volea, con elegar che nelle Deche
Livio non fa mention delle buseche.
A questo punto il dottor Smorfione,
Che s'era addottorato a Scarperia,
Disse: “Ego probo con vera ragione
Ch'egli è dottor, e che ciò il vero sia,
Fate veder la sua conclusione,
Qual'è bagnata ancor di Malvasia,
Che in quattro mesi, ed ego fui presente,
Imparò tutta la Violina a mente”.
Disse il Zampetta: “Ed io vi faccio fede
Ch'ei sa cantar ancor la Girometta”,
Mastro Martin all'hor si levò in piede
E, dato prima un scosso alla mezzetta
Disse: “Signor, ponetel su la fede,
E ponetegli il manto e la berretta,
Ch'io vi prometto ch'egli è buon dottore,
E merta fra' bevanti il prim' honore”.
A questo detto tutti s'accordaro,
Dando ragion a chi non havea torto,
Ma Bagolin e 'l Braga si levaro
In piedi, e disser con un viso smorto:
“Dic nobis perch'è più grand' il pagliaro
Che la massa del grano?”, ed esso accorto
Rispose lor: “Quia spica habet gambonum,
E 'l grano non, ergo tu sei menchionum”.
A l'arguta risposta, tutti quanti
Cominciaro a gridare ad alta voce:
“Viva il gran Dottor Pettola, che i vanti
Fra tutti porta”, e poi, più che veloce
Gli fe' portar un buon catin innanti
Di lasagne, dicendogli: “Nos doce,
Magister”, e così passò il partito
D'addottorarsi senz'altro quesito.
Addottorato che fu Marchione,
S'addottorò Panunto, e Cortellaccio,
Ed altri, che qui su non fo mentione,
Perché troppo empirei lo scartafaccio,
E vi s'udì più d'una questione
E gomitar a molti nel mostaccio,
E 'l primo alla disputa fu Panunto,
Ch'al Pettola propose questo punto:
“Utrum s'è meglio il vin bianco o il vermiglio”,
A cui rispose con grande prudenza:
“Com'è miglior la starna del coniglio,
Così tra questi è molta differenza,
E' meglio il pan di gran che quel di miglio,
Però concludo qui con vera scienza,
Che 'l ber vin bianco allegra la natura,
Chi beve il nero avanza la tintura”.
“Bene dixisti”, disse un altro dotto,
“Sequere precor, doctor Marchionum,
Qual'è quell'animal, dimmi di botto,
Che non ha pelle, solve ista questionum”,
Il dottor Cacacuor si fece sotto
e disse: “Iuppiter, o Dea Giunonum,
Precor savete me sicut amicus,
Quod vil alium sit nisi lombricus”.
Il Pettola crepava da le risa,
A la risposta di questo dottore,
E disse: “Tu ti scosti al vero in guisa
Che 'l sol si scosta a noi quand'il dì muore,
Ma io ti chiarirò, perché indecisa
Non resti la question, ché grave errore
Sarìa, e ti dico ch'ista est la lumaca,
Non il lumbrico. Hor tu taci, e va' caca.”
“Seguite, illustre doctor Panigone
Dic mihi frater, sine indugiare,
Quare canis va dietro al suo padrone”,
Disse il Coviel, “Quia gli dà da mangiare”,
“Ritorna nella stalla, tu, castrone,
O te vade suspende, e non parlare”
Disse Marchion, “Non vo' che tu m'avanzi:
Va dietro il can, perché il padron va innanzi”.
Il dottor Peotolon, con vista bruna,
Vedendo esser il Pettola vincente,
Disse un: “Voglio anch'io proponer una
In presenza di tutta questa gente:
Perché la notte il can baia alla luna?”
“Se ciò dichiari, sei molto valente”,
Marchion rispose, “Adiuva mihi oh sortam:
Ullolat quia putat illa esse tortam”.
All'hora, tutti i dottor ch'eran presenti,
A gridar cominciaron: “Viva, viva,
Viva il Pettola nostro!”, e riverenti
Si piegavano a lui, e a suon di piva
Di naccare e di mille altri stromenti
Non havendo ivi lauro, né manco oliva,
Per honorar la sua nobil persona
Gli fecero di trippe una corona.
Egli era in mezzo di mastro Fagiuolo
E mastro Sbricca che vendea il sapone
Del Frusica, del Quaglia e del Zatuolo,
Gente da dar come si fa il melone
A taglio, che non sol sanno a l'orciuolo
Bever, ma l'orcio, al fiasco, al boccalone,
E tanto arguti e pronti alle risposte
Che ben saprìan negar un pasto a l'hoste.
Fu posto sopra poi d'una barella,
Tutta di salcicciotti circondata,
E Bagolin, Fichetto e Gran Gradella,
E Gian Farina, tutti in una fiata
Lo levaron di peso, ed il Frittella
Gli facea vento con una granata,
Ed il Ghirlandaia, dottor principale,
Cantava le sue lode in un boccale.
Dat'i punti gli fur' da quell'huom pratico
Quell'huom raro, quell'huom eccellente
Quell'huom famoso, dico il gran Selvati,
Hoggi stimato tanto fra la gente,
Filosofo, poeta e matematico,
E in ogni scienza dotto e intelligente,
Che mai non parla ne l'altrui presenza
Che fuor non sputi qualche gran sentenza.
Il Brasula, il Polpetta, e Gian Piattello
Seguitavan costor di mano in mano,
Il Capella, il Tagliero e Gian Budello,
Scatolin, Figadetto e per quel piano
Gian Boccal, Gian Frignoccola, e 'l Sivello
Chi un libro haveva, chi un orinal in mano,
Chi di confetti l'andava cibando,
Chi di buone polpette reficiando.
Eranvi parimente zucche alesso,
E zucche fritte, e zucche col sapore,
Zucche col pepe e zucche con l'istesso,
Zucche stufate e zucche con l'odore
De l'aglio acconcie, e de le zucche appresso
Poi v'eran zucche, e per farsi più honore
V'era de la minestra ancor di zucche,
Tal che il banchetto fu tutto di zucche.
Poi, per maggior larghezza di mostrare
A tutti quei dottori, alla partita
Una zucca per un fece donare,
E così con la zucca fu compita
La bella festa, e fra l'addottorare
Ed i bidelli, e chi al banchetto aìta,
Fece i suoi conti, che tutte le spese
Ascendevano al valor d'un bel tornese.
Hor haggio scritto dal piede alla vettola
I trionfi, gli honori e le grandezze
Che fur fatte nel giorno che 'l gran Pettola
Il dottorato prese, e l'allegrezze,
Le feste e fasti e giustamente ho dettola.
Però ciascun di voi l'honora e prezze,
Né per garrir con lui si muova alcuno,
Che non la darìa vinta a Liombruno.
Gridi dunque ciascuno a viva vox
“Via il Pettola illustre, alto e felix!
Viva il gran Marchion, che giorno e nox
Studia, e d'ogni dottrina le radix
ritorna, e con l'ingegno suo velox
Conoscerebbe un bufal ne la nix,
Tal che Napol può dir che con tal Ars
Il Pettola l'illustra in ogni pars.
IL FINE
Testo trascritto da: I trionfi fatti nel dottorato di Marchion Pettola, con le sue sottili, e stravaganti Conclusioni; et le dispute di molti Dottori, cose da far smasellare i Ricchi dalle risa, e creppare i Poveri dalla fame., In Bologna per Antonio Pisarri, s.d., BAB