VANTO
RIDICOLOSO
DEL
TREMATERRA
Son quel gran bravo detto Trematerra,
Ch'a un guardo solo un monte fo tremare,
Ma in mio linguaggio non dico di terra,
Ma di quel cascio che si suol grattare;
E mi ricordo, essendo su la guerra,
Far' una prova molto singolare,
Con un pan caldo caldo che scottava
Soletto vinsi un gran campo di fava.
Al tempo che 'l sol entra nel Leone,
M'ero posato a un'ombra per dormire,
Eccoti in tanto più d'un milione
Di mosche che mi vennero assalire.
Io, risvegliato, a guisa di dragone
Senza questo mio cor punto smarrire,
Tosto svelsi da un albero una fronde
E in due menate le cacciai altronde.
Andando un giorno a spasso dietro un fosso
Dov'era dentro un gran numero di rane,
Gli andai, senza paura, fino addosso
Per dargli botte inusitate e strane.
Ma in quelle mi guardar così di grosso
Poi giù saltar nelle fangose tane,
Ch'una non fu che non saltasse via,
Guardate che bravura fu la mia.
Mi son trovato ancora (udite questa)
Ammaccare una noce con i denti,
E dandomi d'un pugno su la testa,
Uccider de' pidocchi più di venti.
E un grillo, che cantava alla foresta,
Un giorno, senz'haver impedimenti,
Assaltai con sì horrendi e fieri stridi,
Ch'ei si fuggì nel buco, e più nol vidi.
Soletto un giorno, senz'altro compagno,
Feci una prova fuori di misura:
Con un grosso bastone uccisi un ragno
E gli stracciai la tela con bravura.
E sopra una spalliera Carlo Magno
Vidi dipinto, senza haver paura
Tutto sdegnoso me gli avvicinai
E con un ago gli occhi gli forai.
Un altro, al qual già diedi una mentita,
Meglio per lui che non m'avesse visto,
Che col mostaccio gli ruppi le dita,
Ed io portai più giorni un occhio pisto.
Un altro se ne venne alla spedita
Con un baston per farmi afflitto e tristo,
Ed io, pien di bravura e di disdegno
Gli spezzai con le spalle il grosso legno.
Ritrovandomi un giorno a un bel banchetto,
Fu posto in tola un grosso gallinaccio,
Onde la gente stava con sospetto
E l'un guardava l'altro nel mostaccio:
Ond'io, senza paura né sospetto
Con collera e furor slongai il braccio,
E quel fiero animal tosto sbranai,
Tal che n'hebbero tutti o poco o assai.
Un giorno mi fu dato a un'hosteria
Una minestra calda che scottava,
Onde, tenendo per vigliaccheria
Se da poltrone indietro la mandava,
Poco curando tal superchieria
Di qua, di là sdegnoso la voltava:
In conclusion, non si finì la fola
Ch'io l'inghiottij, ma mi pelai la gola.
Il primo gallo d'India che mai vidi
Certo pensai che fusse un basilisco,
Con quel becco sì rosso e con quei stridi
E quel gonfiarsi, e mandar fuor quel fisco:
Onde forte temei, pur con gran grido
Mi volsi, e la mia vita posi a risco,
E feci un pezzo seco alle sassate,
Ma colsi nelle chiappe assai beccate.
Un giorno mi trovai dov'una festa
Faceasi in villa, e v'era assai brigate,
E cominciò tra loro una tempesta
Di calci e pugni in magna quantitate;
Ond'io, quando gli vidi su la testa
Darsi percosse tanto smisurate,
Corsi com'un leon, battendo i denti
A dar la nova a tutti i lor parenti.
Un giorno feci con una bacchetta
Saltare un gatto fuora da cucina,
E diedi tra la porta anche la stretta
A una cagnola d'una mia vicina;
Dipoi, cavai un occhio a una civetta
E spezzai una gamba a una gallina,
Ed un scorpione uccisi, ahi caso duro,
Con un pezzo di legno dietro un muro.
Udite questa e poi considerate
Se io sono soggetto illustre e degno,
Che, disfidato un dì alle coltellate
Da un bravo fui, pien d'ira e di disdegno,
Io so poi, che si sa fra le brigate
Quanta bravura in me possedo e tegno,
Non solo a la disfida mi sdegnai,
Ma ancor, per non l'uccider, via scampai.
Ho rotto con un piede una vessica
Di porco, ch'un fanciullo havea gonfiata,
E un mossolin portai senza fatica
Su la berretta tutta la giornata.
E con la punta d'una spada antica
Passai da un lato a l'altro una frittata,
E mi ricordo un giorno ch'io cascai,
Che da me stesso in piedi mi levai.
Due feroci galletti un'aspra guerra
Facean tra loro, ed eransi feriti
Che 'l sangue delle creste andava in terra
Ed ambi erano gionti a mal partiti;
Quando, per por la lor superbia a terra
E metter fine a così gravi liti,
Stando discosto un sasso gli tirai,
E con un colpo sol gli discacciai.
Un serpe haveva preso in fondo un fosso
Una ranocchia, e gli succhiava il sangue:
La misera gridava a più non posso,
Ritrovandosi in bocca al crudel'angue:
Io, che sento gridar, da pietà mosso
Colà mi trassi, e vedendola esangue,
Con un pal tolto da una siepe uccisi
Il serpe, e in libertà la rana misi.
Fui a un castello un giorno di mercato,
E con un pentolar venni a le mani,
Il qual m'haveva molto ingiuriato
Con parole e con fatti iniqui e strani,
Io aspettai che si fosse dilungato
E poi urtai, com'urtano i villani,
Nelle pignatte, con tanto furore
Che posi tutta la terra in rumore.
Una rondine fatto havea 'l suo nido
Nella mia stanza, e facea tal rumore
Con quelle voci querole e quel crido
Che fa intorno a' suoi figli per amore,
Ond'io, ch'udir più quel noioso strido
Non potea, pien di stizza e di furore
Co i sassi gli gettai il nido in terra
Tal che più il canto suo non mi fe' guerra.
La notte un topolino venir solea
Dal capo del mio letto a trastullarsi,
E spesso il matarazzo mi rodea,
Né d'indi, fino a dì, volea levarsi:
Onde una notte, che sentito havea
Che sotto il capezzal volea cacciarsi,
Battei con tal furor' in la lettiera,
Ch'io nol sentei mai più fin' alla sera.
Mi son trovato, al tempo de' meloni
Far di gran fette in mezzo una campagna,
E tagliai a traverso due cedroni
Un giorno ch'io venivo di Romagna,
E dei la fuga a un branco di castroni
Con la mia forza valorosa e magna,
E un giorno di stracciar mi presi gioco
Un quinterno di carta, a poco a poco.
A correr fei con una tartaruca
Un giorno, e di gran lunga l'avanzai,
E, vedendo passar un dì una ruca,
Gli dei d'un piede addosso, e l'ammazzai;
Il simil feci ad una sanguisuca
Poi con una lumaca m'affrontai,
Con tal fracasso e con tale tempesta
Ch'io gli fei ritirar dentro la testa.
Mi son trovato con un soffio solo
Smorzar a mezza notte una candela,
E da mia posta su un caval da nolo
Montar' e andar di trotto a una taverna;
E un dì spiccai il manico a un paiuolo,
E ruppi tutto l'osso a una lanterna,
E mi ricordo con una balestra
Romper tre vetri e quattro a una finestra.
Mi ritrovai un giorno in mezzo un prato
Senz'armi in mano, abbandonato e solo,
E di dispetto, d'ira e rabbia armato,
Cacciai di cavallette un grosso stuolo,
E una lucerta uccisi in un fossato,
E diei la fuga a un cucco e a un rosignolo,
E fuggir, per campar da un tal'intrico
Quattro cicale, un merlo e un beccafico.
A una vespe la testa un dì tagliai,
Ch'era cascata nella mia scodella,
E una roccata di stoppa abbruciai
A una fantesca d'una mia sorella,
E con mia madre un dì mi scorocciai,
E gli stracciai la sola a una pianella,
Al fin spezzai il fondo a un orinale
Poi mi volsi ammazzar col capezzale.
Tante e tante n'ho fatte, che volendo
Narrarle, tutto un giorno havrei da fare,
Onde per hora di tacere intendo,
Che sarebbe un portare arena al mare;
E che del mio valore alto e stupendo
A me non sta dovermene vantare,
Perché dice il proverbio, chi si loda
Credendosi illustrar, spesso s'imbroda.
Pur dirò questo sol, poi farò fine:
Che dov'io sputo nascon stocchi e spade,
Schioppi, cannon, bombarde e colubrine,
Lancie, spedi, ed altr'arme in quantitade,
E dove miro, battaglie e ruine,
Discordie, risse, insidie e crudeltade;
E paio un tuon, s'io parlo, e s'io m'aggiro
Un foco che consuma il mondo in giro.
Venghi Cerbero dunque, e la Chimera,
Con le Furie infernal, ch'io non le curo,
Né stimo la lor forza horrenda e fera,
Pur ch'io possa salvarmi dietro un muro;
E basta sol ch'io volti questa ciera
Atta a romper' il gusso a un ovo duro,
E torni Rodomonte ovver Gradasso,
Io son' un ladro, s'io gli vieto il passo.
Dunque, padroni della vita mia,
Comandatemi pur senza rispetto,
E se da alcuno oltraggio o scortesia
Havesti ricevuta in fatto o in detto,
Date la cura a me, che come sia
Palese a me il pensier c'havete in petto,
Tagliarò, squartarò, farò tal guerra
Che di spavento s'aprirà la terra.
Qui fece fin sto bravo da dozzina,
Vedendo non so chi venir lontano,
E, temendo di qualche disciplina,
Tutto tremante si scostò pian piano;
Poi a correr si pose con ruina,
Tanto che a casa gionse salvo e sano;
E, sospettando entrar' in qualche intrichi,
Andò a salvar la panza per i fichi.
IL FINE
Testo trascritto da: Vanto ridicoloso del Trematerra. In Bologna, presso Bartolomeo Cochi, 1619, BAB