LA VERA HISTORIA
DELLA PIACEVOLISSIMA
FESTA DELLA
PORCHETTA
che si fa ogni anno in Bologna il giorno di
S. Bartolomeo.
Di Giulio Cesare dalla Croce
A gl'illustrissimi signori Confaloniero
ed Antiani della città di Bologna
ILLUSTRISSIMI
SIGNORI,
La storia delle feste e giuochi che ogn'anno si celebrano in Bologna il giorno di San Bartolomeo, involta nella tela dell'animo, osservanza e servità mia verso vostre signorie illustrissime, a loro, come a' miei signori e padroni, e come a quelli che special cura di simili negotij, humilmente offero e dono, pregandoli con tutto il cuore, per picciolo che sia il dono, a non sprezzarlo, che se contrappesasti i propri meriti con la bassezza sua, a fe' lo stimeranno poco convenevole; gradiscano almeno l'invoglio, ov'è descritta La storia de' desiderij miei immensi verso di loro, i quali, non senza rammarico, mia natìa debolezza non può effettuare, e gli bacio riverentemente le mani.
Di Vostre Signorie illustrissime
Humilissimo servitore,
Giulio Cesare dalla Croce
INCOMINCIA
L'ORIGINE DELLA FESTA
DELLA PORCHETTA
La causa, perché a Felsina si getta
Il vigesimo quarto dì d'agosto
Dal Palazzo Maggior giù la porchetta
Piena di grati odor condito arrosto,
perché non forse tutti han vista o letta
Di lei l'historia, a scriver mi son posto;
Acciò ch'ogn'un comprenda in queste carte
I magni suoi trionfi a parte a parte.
E per tirare a fin sì degna impresa,
Son ricorso a scrittor di fede degno,
Qual, senza farmi punto di contesa,
In tutto ha soddisfatto il mio disegno:
Ond'havendo a far ciò la mente intesa,
A voi con l'occasione hoggi ne vegno
Di sì gran festa, hor state attenti intanto,
E date orecchio a le mie rime, al canto.
Correvan gli anni di nostro signore
Milletrecento venti o pochi meno,
Quando, colma di gloria e di splendore
L'alma città c'honora il picciol Reno
Havea con la sua possa e 'l suo valore
A tutti i suoi vicin già posto il freno,
Tal che città non era più d'intorno
Che contra lei osasse alzare il corno.
Onde per ciò godea lieta e felice
La cara libertà, la sua grandezza,
Né v'era altra città, se dir mi lice,
C'havesse più thesor né più ricchezza
Di lei. E pur' è ver quel che si dice,
Che per agguagliar l'altre di grassezza
Ancor chiamata vien Bologna grassa,
E per tale il tuo nome al mondo passa.
Così, come vi dico, in gioia e 'n festa
Stavano i cittadini lieti e contenti,
Ch'essendo a l'arme valorosa e desta,
Venìa stimata da ogni sorte genti;
Né havendo più chi le desse molestia,
Si godevan gli amici ed i parenti
Trattenendosi insieme i giorni intieri,
Su i giochi, su le feste e su i piaceri.
Ma la grassezza e la comoditate
L'otio, il buon tempo, gli agi e le divitie,
Il mangiar', il ber ben, la libertade
Star sempre su i piacer, su le delitie,
Troncar la quiete in breve a la cittade
Con nuove risse, e nuove inimicitie,
E lor meglio assai era haver la guerra
Di fuor, che dentro de la propria terra.
Che di qui poi ne nacquer le civili
Discordie. Ahi, otio rio, quante ruine
Porgi? Quant'opre nobili e gentili
Atterri, guasti, tronchi, e mandi al fine?
Tu, con crudeli ed inhumani stili
Le menti acciechi, magne e peregrine,
Abbassi le città, conturbi i stati,
E foco e fiamma accendi in tutti i lati.
Erano i Lambertazzi e i Geremei
Due famiglie in quei tempi principali,
E l'una e l'altra tirava con lei
Cent'altre case tutte partiali,
Qual con i lor seguaci iniqui e rei
Bramosi di veder ruine e mali;
Hor con odij scoperti, hor con occulti
Suscitavano ogn'hor risse e tumulti.
E ciò avveniva per le maladette
Parti, qual si trovavano in quei tempi,
De le quai quasi tutte erano infette
Le cittadi d'Italia, e quei cori empi
Avidi sol di sangue e di vendette,
Mille stragi faceano, e mille scempi
Di cittadini, ed altri, e per le strade
Sol si vedea furor' e crudeltade.
Sicur non era dal figliuolo il padre,
Né il fratel dal fratel, o dal germano,
Che la Discordia, d'ogni peste madre,
Sovente stava con la spada in mano,
E per le case, con armate squadre
Scorrea, fremendo, e sol di sangue humano
Colma d'emulation, d'odio e di rabbia,
Bramava di satiar l'ingorde labbia.
Queste due case dunque sopradette,
L'una da più de l'altra esser volendo,
Più volte insieme vennero a le strette,
Con l'armi fieramente combattendo;
E con picche, alabarde e con saette,
Hor scacciando il nimico, hora cedendo,
Tant'oprar che la misera cittade
Perse l'amata e cara libertade.
Prim'era odio fra lor, ma discoperto
Non l'havean anco i lor sdegnati cori,
Ma quel che poi lo fe' apparire aperto,
Fu di due amanti i mal felici amori.
E perché questo è il fil del mio concerto,
Toccherò in parte i lor cocenti ardori,
Pregando ogn'un che queste rime legge
Seguir non voglia Amor sotto tal legge.
Imelda, che d'Orlando già fu figlia
De' Lambertazzi, gratiosa e bella,
A Bonifacio volgendo le ciglia
De' Geremei, qual' esso amava anch'ella.
Non potendo ad Amor stringer la briglia
Né sopportar l'acute sue quadrella
Arse di lui in sì fatta maniera
Che si struggeva come al foco cera.
Onde, se ben fra le due case innanti
Era, com'ho già detto, odio mortale,
Amor, che 'l lume toglie a tutti quanti
Quei che 'l seguono, gl'indusse a passo tale
Che, non potendo i sviserati amanti
Più comportar la punta del suo strale,
Non pensando al lor fin spietato e fero
Fer di parlar' insieme un dì pensiero.
Oh incaute giovanette, che guidate
Sete da questo cieco e pazzo duce,
E che per haver quel che desiate
Non mirate a che passo egli v'induce,
Il caso mirabile notate
D'Imelda, e se per sorte in voi produce
Un sfrenato desir, fate a voi forza,
Che sol fuggendo il foco suo si smorza.
Dat'ordin di parlarsi, come ho detto,
I due infelici e sfortunati amanti
Senza timor' alcun, senza sospetto,
Poco pensando a i lor futuri pianti
Nelle stanze d'Imelda un dì soletto
Trovossi il detto, a la sua donna innanti,
Mentre che fuor di casa i frati e 'l padre
Erano, e con le serve ita la madre.
Come v'andasse, e chi ve l'introdusse,
Chi ne fu autore e chi guidò il concerto,
Dir non so chiaramente chi si fusse,
Perché l'historia non ne parla aperto.
Ben crederò che quel che ve l'indusse,
O servo o serva fusse, qual per merto
Haverne il fesse, o per malitia anchora,
Per macchiar le due case a un'istess'hora.
Madri c'havete figlie, quando andate
Fuor di casa, vi prego in cortesia
Che di lasciarle sole vi guardiate,
Né manco con le serve in compagnia,
Ch'anchor che la più parte sia fidate,
Una sola malvagia che vi sia
Vi torrà quant'honor haveste mai,
Onde vivrete sempre in pene e guai.
Hor così ragionando dolcemente
Stavano insieme i miseri infelici,
Mirandosi talhor soavemente,
Lor pareva in tal punto esser felici.
E quel che gli sturbava solamente
Era che i padri lor fusser nimici,
Pur, con lecito nodo haveano speme
D'haver in breve accompagnarsi insieme.
E ben fu vero che s'accompagnaro
Con nodo sì tenace e così forte
Che i miseri mai più non si slegaro,
E camminaro a una medesma sorte,
E fu del lor connubio aspro ed amaro
Auspice il ferro, e pronuba la morte,
E feron gl'himenei in loco impulcro,
E una vil tomba lor letto e sepulcro.
Perché una lingua falsa e maladetta
Cui forsi anchor guidato havea quel fatto,
Andò i fratelli a ritrovare in fretta,
E racontolli il tutto presto e ratto,
Avidi quei di sangue e di vendetta
Corsero a casa furiosi a fatto,
E sì l'ira e la rabbia gli transporta
Che a viva forza là getter giù la porta.
Poi, in un tempo istesso (ahi, dura sorte),
Saltaron dentro, di tutt'arme armati,
E, passando la loggia e poi la corte,
Gionser dove i meschini innamorati
Stavano, e a prima giunta dier la morte
A colpi di pugnali avvelenati
A Geremeo, essendo via fuggita
La lor sorella, per campar la vita.
Ben si può creder ch'ei si difendesse,
E ch'alcun ne ferisce anco in tal punto,
Ma che potian pensar che far potesse
Un giovanetto solo, sopraggiunto
Da tanti armati? Che pria ch'ei ponesse
Mano a la spada, in mille parti punto
Trovosse, e tutte botte avvelenate,
Ch'eran mortal pria che gli fusser date.
Partiti i micidiali, Imelda torna,
Che poco lungi havea sentito il fatto,
Né più ritrova ne la stanza adorna
Il caro amante, e sa ch'è morto in fatto,
Però di gir cercando non soggiorna
Dove i fratelli suoi l'haveano tratto,
E vede il suolo tutto insanguinato,
Secondo ch'ei l'havean strascinato.
Così, seguendo la vermiglia strada
Tinta col sangue del suo caro amante,
Forz'è ch'in quella parte a giunger vada
Dove i fratelli l'havean tratto innante,
Ivi steso lo trova, con la spada
Stretta ancho in pugno, e con ferite tante
Che Niobe tante mai da le supreme
Parti non hebbe, e tutti i figli insieme.
Non era andato giù ne la suddetta
Fossa, come color s'havean pensato:
Ché tanto erano intenti alla vendetta
Che, fuori o dentro ch'ei fusse restato,
Non stero a risguardar, ma con gran fretta
D'indi si tolser, come v'ho narrato,
Lasciando morto il sfortunato amante,
Pien di ferite dal capo a le piante.
Fra l'altre, una dal cor con larga vena
N'uscìa, ch'intorno fea di sangue un rio,
Oscurò allhora la faccia alma e serena
La giovanetta, e gridò forte: “Oh Dio!
Ch'è quel che veggio? Ohimè, chi mi raffrena
Che quivi hor hora non m'uccida anch'io?
Ben lo farò, che viver non potrei
Send'oscurato il sol de gli occhi miei!”
Poi sopra il morto ella si getta,
E baciando il gelato e freddo volto
Diceva: “Ahi, morte ria, perché sì in fretta
Hai quanto ben havea dal mondo tolto?
Perché sì presto l'aspra tua saetta
Ha quel spirto gentil di vita sciolto?
Morte crudel, ben gloriar ti puoi
Che spento hai il mio ben ne gli occhi suoi.
Ma io, che causa fui del suo morire,
Havendoti chiamato in questo loco,
Perché non deggio mia vita finire
E patir strage, sangue, ferro e foco?
Perché non vengon questo petto aprire
L'ingorde fiere e di me prender gioco?
Ahi, che non è bastante una sol morte
A coprir un error sì grave e forte.”
Poi, ripetendo in van l'amato nome,
Di cocenti sospir' empia quel loco,
E si stracciava le dorate chiome
E al bianco petto oltraggio fea non poco,
Ed abbracciando quelle care some
Tutte suggendo gìa con pianto roco
Le calde piaghe del fedel consorte,
Cui furato le havea spietata morte.
E così, tante e tante volte porse
Le labbra per baciar l'amato sangue,
Ch'a trovar quel veleno il cor gli corse,
Onde in breve la misera ne langue,
E dopo un gran tremor gli occhi ritorse,
E fredda, smorta, pallida ed esangue
Altro dir non potendo, in un instante
Spirò sul petto del suo caro amante.
Così fin' hebber gli infelici amori
Di questi due meschini innamorati,
Questi furon' i pregi ed i favori
C'hebber de' lor desiri honesti e grati,
Di qui ne nacquer poi l'ire e i furori,
Le tragedie crudeli e gli apparati
Di sangue, che mai tanto fra le glebe
Sparso non fu a Micene, ad Argo o a Tebe.
Stavan giacendo l'uno a l'altro appresso,
Dal ferro ucciso l'un, l'altro dal duolo,
In quella guisa che vediamo impresso
Piramo e Tisbe, morti sopra il suolo.
Andò la nuova di sì fatto eccesso
La madre e 'l padre a ritrovare a volo,
Portata da qualch'un c'haveva udito
Nel passar forsi quanto era seguito.
Giunser gli genitori a casa intanto,
E quando vider dentro de la porta
Per quelle loggie tanto sangue sparto,
Ambi restar con faccia afflita e smorta,
E seguitando quel, trovar a canto
Al giovanetto Imelda, ch'era morta,
Ei di ferite tutto il corpo pieno,
Ella dal duolo uccisa, e dal veleno.
Tosto che al gran spettacolo e tremendo
Voltò la genitrice gli occhi suoi,
E 'l giovane nimico conoscendo
Con la sua figlia, esitinti tutti doi,
Volta al marito, con un grido horrendo:
“Questa è la figlia nostra! Tristi noi!”
Disse,”E costui, per quanto ne dimostra,
Un de i nimici de la casa nostra.
Questo è quel Bonifacio, che più volte
Ho veduto passar di qui vicino,
E mi son molte fiate accorta e molte
Che d'Imelda il bel viso peregrino
Veniva a vagheggiar, ma ch'a le stolte
Voglie mai ella di questo meschino
Si piegasse, pensato non haverei,
Che mai segnal di ciò non vidi in lei.
Né posso immaginar come costui
Con tanto ardir sia in questa casa entrato,
Né chi negotio tal tra Imelda e lui
Hoggi sì chetamente habbi guidato.
Ma dar la colpa non si deve altrui,
Che a me, perché dovevo in ogni lato
Ovunque andavo ogn'hor guidarla meco,
Ahi, ch'in far ciò ben'hebbi l'occhio cieco”.
Il che poi detto, con dirotto pianto
Sopra la morta figlia il viso abbassa,
E l'abbraccia, e la stringe, e chiama intanto.
Ma quella sorda in van chiamar si lassa,
Non la trova ferita in alcun canto,
E pur la vede de la vita cassa.
Sol mira il sangue di colui, ch'allaga,
E ch'ella tien la bocca su la piaga.
Onde s'immaginar, com'era certo,
Che quelle fusser botte avvelenate,
E 'l tutto gli fu poi chiaro ed aperto,
Udendo che i fratei glie l'havean date,
E che seppero ben tutto il concerto,
Gli amori occulti e le cose passate
Fra i due amanti, si schiariro a pieno,
Che quel che l'havea uccisa era veleno.
Hor di secreto fer dar sepoltura
A la figliuola, con mediocre honore,
Né di quell'altro volser prender cura,
Anzi, con fiero e dispietato core
Ne la cloaca puzzolent' e oscura
Fer sdrucciolare il misero amatore.
Se trovato fu poi, od in che loco,
L'historia non ne parla, nulla o poco.
Torniam d'Imelda al padre, qual di sdegno
Tant'arse e d'ira contro i Geremei,
Che di farne vendetta fe' disegno,
E gli chiamò crudeli, iniqui e rei,
E lodò i figli, che un atto sì degno
Havesser fatto. Hor quivi i novi homei
Di Bologna cominciano, e la guerra
Che quasi fur per rovinarla a terra.
Perché, com'io vi dissi, anticamente
Bolliva fra costoro un odio grande,
Qual' andava spargendo occultamente
Lite e discordie d'ambedue le bande,
E benché si trovassero sovente
Insieme, a feste, a' pasti ed a vivande,
Bramavan occasion di poter fuore
L'empio tosco versar c'havean nel core.
Con questa occasion dunque trovaro
Modo di dar principio a le ruine,
Ed ambedue le parti in man pigliaro
L'armi, e feron tumulti senza fine;
E le case l'un l'altro s'abbruciaro,
E sì passar de l'ira le confine,
Che fin de' fanciullin teneri e molli
Facean del sangue i petti lor satolli.
E così questa degna alma cittade,
Ch'era in tanto splendor, tanta grandezza,
Fu fatta albergo d'ogni crudeltade,
D'ogni scellerità, d'ogni tristezza,
Qui si vedeano insanguinar le strade,
Qui s'udìan voci piene d'amarezza,
Qui picche e spade, le facelle e foco,
Insomma, il tutto era arme in ogni loco.
Non mancar già chi, quattro volte o sei
Per trar Bologna fuor di tanti impazzi
Tentassero trattar che i Geremei
Fesser la pace con i Lambertazzi,
Perché morte, disnhor', e casi rei
Ogn'hor fra lor nascean, tant'eran pazzi;
C'havendo di ragion perduto il lume
Cose facean fuor d'ogn'human costume.
Fanno la pace i Geremei con essi,
E si danno la fede e la parola,
Così ne i fodri sono i ferri messi,
E la cittade tutta si consola,
Ma poco in lei durar questi progetti,
Che Marte tornò presto aprir la scola,
E di ciò i Lambertazzi fur cagione,
Che i patti rupper contra ogni ragione.
Tornan di nuovo a riformar le paci
E di nuovo costor le rompon'anco,
Ch'instigati venian da i lor seguci,
Ne i quali l'odio mai non venne manco
E involta givan come lupi rapaci,
E sempre mai havean l'armi nel fianco
A questo e quel né si potea più intorno
Per la cittade andar, notte né giorno.
Al fin constretti furon di scacciargli
Fuor di Bologna, e mandargli in esiglio,
E per insidiosi pubblicargli,
E chi lor dava aiuto, ovver consiglio;
Ma con quest'anco non potean frenargli,
Che 'l contado ponean spesso in scompiglio:
Ardean le biade con oltraggio e danno,
E menavano il tutto a saccomanno.
A tal, che non poteano i cittadini
Condurre a casa più le loro entrate,
Né potean lavorare i contadini,
Perché le bestie loro eran levate.
Le larghe possessioni e i bei giardini
Erano boschi e selve diventate,
E con tal scorrerie, con tanti insulti
Restavano infruttiferi ed inculti.
Sendo Bologna così travagliata,
E conoscendo non poter durare,
Poi che costoro ogn'hor con mano armata
Venivano il suo stato a danneggiare,
E la plebe, confusa e sconcertata
Voleva la cittade abbandonare,
Ogn'hor nascendo qualche aspra contesa
Si diede in braccio a la Romana Chiesa.
Onde poi, sotto 'l Santo suo vessillo
E' vissa gloriosa e trionfante,
Lieta godendo 'l stato suo tranquillo,
Né d'infestarla più sia chi si vante.
Ivi la pace ha posto il suo sigillo
E le virtùdi, già smarrite innante,
Tornate sono al loro usato albergo,
Né sia più mai ch'a lui volghino il tergo.
Tentaro i Lambertazzi di tornare
A la patria di nuovo, e al santo Padre
Mandaro ambasciatori, a supplicare
Che a la bella città, de' studi madre,
Volesse lor far gratia, e in tutto dare
D'entrar licenza, che l'armate squadre
Deporrian tutte, e che fariano pace
Co' Geremei, s'a loro aggrada e piace.
Al Pastor santo piacque tal domanda,
Come quel c'havea tolto in protetione
Questa cittade, e prestamente manda
Il cardinal Latino, e commissione
Pontificia le dà, che da ogni banda
Raccolga de le parti ogni squadrone,
E le facci far pace, ed esso in tanto
Venne per ubbidire aal Padre santo.
Quinvi Bertoldo, di Romagna conte,
E di Ravenna l'Arcivescov' anche,
Con molt' altri prelati, quasi con pronte
Voglie, acciò che l'insidie in tutto manche
Venisser', né s'odisser più tant'onte
Fra queste case, qual non eran stanche
Mai di voltarsi incontro i ferri acuti,
Per accordare insiem' erano venuti.
Eravi da la parte Geremea
Cento case ricchissime e potenti,
Né men di questa, e forsi più n'havea
La Lambertazza, e tutti a l'arme intenti.
A tal che su la piazza si vedea
Fra cugin, fra cognati e fra parenti,
Tre o quattro mila armati da ogni parte,
Ciascun da tor di mano il brando a Marte.
Il cardinal, sopra le sacre carte
Giurar fe' i capi, e tutti i lor seguaci,
Di porre ogn'odio, ogni rancor da parte,
O si antico, o pur nuovo, e far le paci,
Il che promise l'una e l'altra parte,
Ed in segno di fede mille baci
S'udiron risonar su le lor labbia,
U' prima era tant'odio e tanta rabbia.
Di ciò si fe' gran festa, come mostra
L'historia, per Bologna in tutti i luochi,
E, come s'usa ancora a l'età nostra,
In ogni canto si vedean de' fuochi.
E più d'un torniamento e d'una giostra
Si fero in piazza, e suoni e balli e giuochi
S'udian per tutto, e gir cantando intorno
Donne e fanciulli in almo grato soggiorno.
Ma poco lor durò la gioia e 'l fasto,
E l'allegrezze in breve furon sparse,
Ché l'odio che nel petto era rimasto
A' Lambertazzi, non potea celarse.
E a trovar cominciar lite e contrasto
Sotto la data fede, ed attaccarse
A dritto e a torto, tanto era il veleno
Di cui n'haveano il core e 'l petto pieno.
E un giorno in piazza corser tutti armati,
Che 'l popolo di ciò più non temea,
Ch'essendo poco fa pacificati,
Mai tal temerità non si credea:
Onde preser la piazza in tutti i lati,
E ne cacciar la parte Geremea,
E tanto fu l'assalto a l'improvviso,
Che 'l popol ne restò vinto e conquiso.
E, se non era che 'l pretor s'accorse
Di simil fatto, Antonio Lambertazzo
Quella giornata, forse, e senza forse,
Signor si facea ancora del palazzo;
Ma quel, con molti armati tosto corse,
E dopo haver di molto sangue guazzo
Fatto di lor, con danno e con vergogna
Per forza gli cacciò fuor di Bologna.
Fur dunque con grand' impeto e furore
Spinti, con la lor trista e ria semenza,
I Lambertazzi di Bologna fuore;
Ma non già senza sparger sangue, o senza
Uccision di molti, pur maggiore
Fu del popol la forza e la potenza,
Ch'al fin fur discacciati, al lor dispetto,
Fuor di Bologna e d'ogni suo distretto.
Fuggir chi qua, chi là, tutti sbandati,
E parte si salvaro a la montagna,
Parte ne' boschi si fur ritirati,
Ma la più parte se ne gì in Romagna,
Ed in Faenza fur ricoverati,
Altri a Forlì passaro, altri ove bagna
Il Savio le campagne; in somma, tutti
Altrove ad habitar si fur ridutti.
Poi, perché non havesser' occasione
Di tornar più a la patria, feron porre
De' Lambertazzi a terra ogni magione,
Ed abbassare al piano ogni lor torre;
Ed i lor beni, ed ogni possessione
Il Comun di Bologna gli fe' torre,
Il simil fero ad ogni lor seguace,
Sturbator de la patria e de la pace.
Hor, quelli i quali s'erano in Faenza
Ridotti, i lor bestiali humor seguendo,
Facevano ogni dì qualche insolenza
A' Faentini, com'odo ed intendo,
E a lor mogli danno e violenza,
Con questo e quel sovente contendendo,
Così, portando a ogn'un poco rispetto,
Vennero a tutti in odio ed in dispetto.
Trovavasi in quel tempo Tibaldello,
D'una famiglia de' Zambrasi detta,
Huomo assai ricco, e di sodo cervello,
E di presenza molto circospetta,
Al qual fu tolto un giorno, da un drappello
Di questi, una grandissima porchetta,
Qual, fuori uscita di casa, come accade,
Era, ed errando gìa per la cittade.
Levata dunque havendo la porcella
Quelli insolenti a questo cittadino,
Non essendo la burla troppo bella,
Dispiacque l'atto, al grande e al piccolino,
E molte volte domandata quella
Humanamente fu dal faentino,
Ma quelli, non solo a rider' e a beffarlo
Preser, ma de la vita a minacciarlo.
Onde, vedendo, la lor villanìa,
Entrò in tanto furor' e in tanto sdegno
Che giurò di voler la vita pria
Perder, che mai un atto così indegno
Lasciar' invendicato, e modo e via
Cercava d'adempiere il suo disegno,
Non posando mai notte né giorno
Per vendicare il ricevuto scorno.
Così, di rabbia e di furore acceso,
Havendo sopra ciò discorso alquanto,
Finse al fin d'esser colto e soprpreso
Da un humor melanconico, ed intanto
Die' principio andar solo, e se ripreso
Di ciò veniva, ei tosto in altro canto
Volgea le piante, e prendev' altra via,
Né con alcun volea più compagnia.
E per ben dar a intender ch'egli fosse
Da tal'humor afflitto e travagliato,
Fuor de la terra il dì dietro le fosse
Andava, o traversava qualche prato
Senza cappello in capo, onde commosse
Havea le genti, qual per forsennato
Tenean ch'ei fusse, haver di lui pietade,
Sendo un de i saggi già della cittade.
Così la fama attorno divulgato
Havea che Tibaldello, huom sì prudente,
Era in sì gran frenetico cascato,
Onde n'havea dolore ogni parente.
Un giorno, guastò tutto il mattonato
De la sua casa, acciò ch'intieramente
Credesse ogn'un, per così pazzo fatto,
Ch'ei veramente fosse pazzo affatto.
Pochi dì dopo, havendo una cavalla
In villa, ch'era sol la pelle e l'ossa,
E pochi giorni pria rotto una spalla
S'haveva nel saltare oltre una fossa,
La corre, e fuor la tira de la stalla,
E perché ogn'un ben pazzo dir gli possa,
Il crin gli tonda, e gli taglia la coda,
E come peggio sta, par che più goda.
E così, transformata in quella guisa,
Magra, distrutta e mezza scorticata,
La conduce a Faenza, ove di risa
Empie la gente, a così bella entrata,
Poi, porla in libertà tosto s'avvisa,
E gir la lascia, né più mira o guata
Ov'ella vada, e non ne vuol più cura,
Ma la dà in mano a la buona ventura.
I putti della terra, ciò vedendo,
Corser con sassi, sferze e con bastoni,
Di qua, di là cacciandola, e ridendo
La seguitavan in tutti i cantoni,
E tal strepito intorno ivan facendo,
Che men rumore attorno i bastioni
Si fa, quando per por le mura a terra
Si dà l'assalto in qualche horribil guerra.
I Lambertazzi, tal rumore udendo,
Tosto di casa fuor saltaro armati,
Dubitando fra lor di qualche horrendo
Fatto, ma tosto si furono quietati,
Perché de la giumenta comprendendo
La burla, in casa furon ritornati,
E del sciocco e del pazzo a colui danno,
Ma il fin di tal pazzia tutto non sanno.
Onde, se ben sentivano il ciambello
Che faceva costui, come v'ho detto,
Dicean: questo è il corsier di Tibaldello,
E non havean più tema né sospetto,
Né men uscian più fuor del loro hostello,
Poi che già del rumor sapena l'effetto,
Ma non sapean però che tal fracasso
Era per por la lor superbia al basso.
Di più: per far che ben credesser quelli
Ch'ei fusse in tutto di se stesso fuora,
La notte andava attorno a i chiavistelli
De gli usci, o la mattina ne l'aurora,
E, squassando e battendo co i martelli,
Gridava: “ A l'armi! A l'armi! Fuora! Fuora!
Ammazza, Ammazza! Dalli, dalli!
Ecco i nimici! Cavalli, cavalli!”,
A questi gran rimbombi, a questi stridi,
Al sentir gridar “Fuora! All'arme, all'arme!”,
I Lambertazzi tutti de i lor nidi
Più volte saltar fuori e preser l'arme,
Temendo fusser qualche gran fastidi,
Perché quand'uno ha offeso un altro, parme
Ch'ei sempre stia con tema e con sospetto,
Che 'l fare oltraggio altrui fa tal'effetto.
Ma poi, vedendo al fin che Tibaldello
Era quel che facea simil gridare,
E che con questo e con quel chiavistello
Veniva le lor porte a martellare,
Con molta villanìa scacciaron quello,
E poi, credendol pazzo da legare,
Deposer l'armi e riposaro il core,
Non si curando più di tal rumore.
Così, con questi e simili altri humori,
Domesticò talmente quelle genti,
Che più la notte non uscivan fuori,
Né d'alcun sospettavano altrimenti,
Ma, più quanto far strepiti o rumori
Udìan per strada, o d'altri inconvenienti,
Come gridar' o fare altrio schiamazzo,
Dicean: “Non ci moviam, che gli è quel pazzo!”
Al fin, quando ben gl'hebbe assicurati,
E che più non temean di cos' alcuna,
E ch'anco i faentini eran cascati
A creder ch'ei patisse de la luna,
Gli parve di dar' opra a' suoi trattati,
E un suo fedel amico a l'aria bruna
Andò a trovare, e senza alcun sospetto
Gli palesò il pensier c'havea nel petto.
Poi, ch'a un convento andasse gli commesse,
E da converso due vesti pigliasse,
E dentro d'una sacca le ponesse,
E che fuor di Faenza le portasse,
E ch'ivi, in un boschetto l'attendesse,
Né occorse che in ciò molto lo pregasse,
Che colui trovo i panni presto e ratto,
E di Faenza fuor uscì in un tratto.
Il dì seguente, appresso le vent'hore,
Per poter dar buon fine al suo pensiero,
Tibaldel si vestì da cacciatore,
E con due cani al lasso e un sparaviero
In pugno, gìa facendo gran rumore,
Poi, fuor de la città preso il sentiero,
Senz'essergli vietato poco o molto
L'amico andò a trovar nel bosco folto.
E ciaschedun di lor, preso una vesta
Di quelle, che colui havea portate,
Si rassettar ben i cappucci in testa,
E, con due sacche in spalla accomodate,
I cani e lo sparviero a la foresta
Lasciaron gire, e volser le pedate
Verso Bologna, con le fronti basse,
Acciò che qualchedun non gli notasse.
E, camminando a l'aria oscura e nera,
Giunsero a punto nel calar del ponte
E a casa d'un ch'amico lor grand' era
Andaro, il qual, con voglie liete e pronte,
Gli accolse e fece lor benigna ciera.
Poi, quando le lor voglie a lui fur conte,
Parendo che la causa giusta fusse,
Innanzi del Senato ambi gl'indusse.
Giunto il Zambrasio innanzi del Senato,
Spiegò loro il suo giusto desiderio,
E com'egli havea in tutto disegnato
Di vendicar l'havuto vituperio
Da' Lambertazzi, i quai s'havean pigliato
Di Faenza il possesso e con imperio
Ed arroganza volean l'altrui tòrre,
E che perciò Faenza, e ogn'un, gli abhorre.
E che, se lor volean prestagli aiuto,
Ei s'obbligava non solo i nemici
Darli, ma la cittade, e che venuto
Era per questo, e che se le radici
Non troncan di tal'herbe, che nasciuto
Ogn'hor sarebbe per quelle pendici
Novo tumulto ogn'hora, e nova guerra,
Che sempre travagliata havrìan la terra.
E 'l modo e la maniera gli propone
D'haver i Lambertazzi in lor dominio,
E che quella è la vera occasione
Di spazzar in perpetuo il lor confino,
E ch'altro non domanda in guiderdone,
Di questo, se non esser cittadino
Di Bologna e con esso parimente
L'amico suo, che quivi era presente.
Piacque al Senato sommamente quella
Astuta stratagemma, e con maturo
Discorso de gli hostaggi fa richiesta
Al faentin, per viver sul sicuro.
Ei, ch'al fin venir brama di tal festa,
Promette, tosto che sia l'aer scuro,
Gir a Faenza, e come giunto sia,
Gli hostaggi tosto ponerà per via.
Fatti gli accordi, e data la lor fede,
Partissi Tibaldel tutto contento,
Ed a la patria sua rivolto il piede,
Dentro Faenza giunse in un momento;
E tosto al padre suo notitia diede
Del tutto, e gli mostrò che mancamento
Di cervello in sé punto non tenea,
Se ben tante pazzie commesso havea,
Ma che per adempire il suo disegno
Per tutta la città finto havea il matto
Per vendicar il ricevuto sdegno
Della porchetta, e per mostrare in fatto
A' Lambertazzi che quell'atto indegno
Contra ogni dover fatto ed ogni patto
A lui, volea che ritornasse sopra
Ad essi, e a chi inventor fu di tal'opra.
Il padre, che tenuto havea per certo
Sin'hora che 'l suo figlio Tibaldello,
mentre che per la città con tal sconcerto
Gìa, fusse privo e scemo di cervello,
Trovandol saggio e come prima esperto,
Colmo di gioia corse abbracciar quello.
Piange la vecchia madre d'allegrezza
Con i parenti suoi per tenerezza.
Mandar gli hostaggi poi per Ghirardone,
Quel caro amico suo, qual gli condusse
A Bologna, e per dar conclusione
Di quanto s'havea a far, ciascuno instrusse.
Tosto il Senato in ordinanza pone
L'esercito ed insieme lo ridusse
E pigliar fece i passi in ogni lato,
Ch'un mossolin non vi sarìa passato.
Poscia, una sera a le ventiquattr'ore,
Per voler tesser quel c'haveano ordito,
Secretamente di Bologna fuore
Usciro, e come andassero a un convito
Givano, allegri e con ardito core,
Havendo di abbassar già stabilito
De' Lambertazzi le superbe teste,
E trar Bologna fuor di tanta peste.
Così tutta la notte camminaro
Con molta fretta, e innanti al far del giorno
Sotto i mur di Faenza si trovaro,
Ch'alcun non si vedeva anchor d'intorno,
Ed aperta la porta ritrovaro
Secondo i patti, e per far danno e scorno
A' lor nimici, mosser tosto il passo
Verso le case lor, col ferro basso.
Havevano i Zambrasi già pigliate
Tutte le strade che pareva loro,
E Tibaldel, come solea a le fiate
Far quando assicurar volea costoro,
Corse a gli chiavistelli immediate,
E gridando e battendo e come un toro
Urtava ne le porte, e con de' sassi
Facea ne' lor balcon molti fracassi.
Molti di quelli serrò in casa anchora,
Che non potero uscire a far difesa,
Poi a gridar cominciò: “Fuora! Fuora
I traditori, e viva Santa Chiesa!”
I Lambertazzi, che dormeano allhora
Senza sospetto più d'altra contesa,
Udendo questi cridi spaventosi
Saltar dei letti tutti sonnacchiosi.
E poi con l'armi corsero a la piazza,
Per piantarvi il vessillo imperiale,
Gridando: “Muoia, muoia! Ammazza, ammazza!”,
Ma gionti vi trovaro incontro tale
Che come tanti buoi sotto la mazza
Si ritrovar, perché a lor danno e male
Non sol quivi era per spegnerne il seme
Bologna, ma Faenza tutta insieme.
Cominciar quivi una crudel battaglia
Aspra e spietata da ciascuna parte,
Quivi si fere, fora, tronca e taglia,
Ciascun de l'armeggiar dimostra l'arte:
La parte lambertazza si travaglia
Per cacciar l'altra, ma quella non parte
Un dito dal suo loco, anzi la spine
Addietro, e del suo sangue il fero tinge.
Durò quell'aspra ciuffa almen tre hore,
E fu sì fiera, cruda e spaventosa,
Che prima ch'apparisce il nuovo albore
Si fe' la piazza tutta sanguinosa.
Al fin, tal fu la possa e 'l gran valore
De' bolognesi con la bellicosa
Militia faentina, ch'al disotto
Lo stuolo avverso andò sconfitto e rotto.
Perser la piazza, e perser lo stendardo,
L'armi, le forze con la vita insieme,
Molti a terra caddero, altri risguardo
A la salute havendo, via con speme
Di salvarsi a fuggir non fu codardo,
Ma i Geremei, che non ne volean seme
A cercar per le case si divisero,
E quanti ne trovar, tanti n'uccisero.
E di quei che 'l Zambrasi havea serrati
Dentro le case con i chiavistelli,
Molti con scale giù s'eran calati,
Per dilungarsi da sì gran flagelli;
Altri, dal tetto essendo giù saltati,
S'eran rotte le gambe, i meschinelli,
Ond'oltre il grave danno havuto innanti,
A fil di spada andaron tutti quanti.
In somma, fur cacciati di Faenza
I Lambertazzi, con oltraggio ed onte,
Ch'usar solevan già tanta insolenza,
Né l'havrian data vinta a Rodomonte.
Rotti, sconfitti, e di sussidio senza
Fuggir con mesta e vergognosa fronte,
Morti i lor capi tutti, onde più mai
Non si potero unir, poco né assai.
Ed oltre molti presi, che restaro
Ch'al numero arrivar di cinquecento,
Molti ne le cloache si cacciaro,
E vi perir con doglia e con tormento,
Tutti in conclusion si sbarbicaro
E gli mandaro come polve al vento,
E di quei che fuggiro a la pendice
Non ve ne restò ramo né radice.
Havuto tal vittoria i bolognesi,
E di Faenza il libero dominio,
Volsero che color ch'erano intesi
Co' Lambertazzi uscisser dal confino,
E poscia, per smorzar gli animi accesi,
Ch'alquanto eran fra 'l popol faentino,
ordinar molte cose appartenenti
A la pace, a lo stato ed a le genti.
E dopo fecer, com'havean promesso,
Cittadin di Bologna Tibaldello,
Col suo compagno Ghirardone appresso,
Il vecchio padre, ed ogni suo fratello,
E posseder quei ben gli fu concesso
Che godon gli altri cittadini, ond'ello
A questa dolce patria se ne venne,
E quanto da lei volse, tanto ottenne.
Posto il presidio poi dentro le mura,
E fatto tutto quel che si richiede
Acciò che la città resti sicura,
Né torni alcuno a far bottini o prede,
Il nostro capitan tosto procura
Verso Bologna rivoltare il piede,
Così, pien d'allegrezza e di baldanza,
Tutte le schiere pose in ordinanza.
E tutto glorioso e trionfante
Entrò ne la città con grande honore,
E gli huomini e le donne tutte quante
Grand'allegrezza sentìan nel core.
Givan le trombe co i tamburi innante,
Per far palese l'alto suo valore,
E piffari, trombon, cornetti e squille
S'udìan sonar d'intorno, a mille a mille.
Così, perché seguì questa vittoria
A ventiquattro del fervente agosto,
Il Senato ordinò che per memoria
Una porchetta ogn'anno cotta arrosto
A suon di trombe, il dì ch'a l'alta gloria
Del ciel Bartolomeo si fece accosto,
Del palazzo Maggiore giù si gettasse,
E tal festa in perpetuo s'osservasse.
Di più, ordinato fu ch'uno sparviero,
Un cavallo, e due cani, d'andare a caccia
Con una barracagna ed un carniero
Correr in simil giorno anche si faccia,
Ma in vece de' duo cani e del corsiero,
Acciò che questa festa assai più piaccia,
Gettan polli, anitrelle, oche e pavoni,
E pernici e fagian giù da balconi.
I quali, havendo l'ali smozzicate,
Volano alquanto e poscia a cader vanno
Giù ne la piazza, onde di molte fiate
Nel prender quelli gran ciuffe si fanno,
E dame illustri, nobili e pregiate
Con le lor man giù da i balcon gli tranno,
La cui beltà, la gratia e l'ornamento
Danno a la bella festa compimento.
Vedesi la gran piazza tutta piena
Di cocchi, di carroccie e di corsieri,
Ch'un gran di miglio non trarresti a pena,
Fra tante dame e tanti cavalieri,
Ogn'un s'allegra, ogn'un letitia mena,
E pien di cittadini e forestieri
E ogni casa, ogni tetto, ogni torre
Per veder questa festa ciascun corre.
Chi prende una gallina, chi un cappone,
A chi va una pernice, a chi un fagiano,
Qui vola un gallo d'India, là un pavone,
Chi sopra un tetto tien dietro a un piccione,
Con gran periglio di cadere al piano,
Chi prende un'oca, e mentre l'ha nell'ugna,
Tolta gli vien, e qui nasce una pugna.
Poi, dopo mille bei trattenimenti,
Eccoti comparir, carca di fiori,
La porchetta, portata da serventi
Ch'attorno sparge mille grati odori,
E con il suon di musici stromenti
Hor la tirano dentro, hor spingon fuori,
Per dar la burla a quei che sotto stanno,
Quai per pigliarla ogn'anno a posta vanno.
Al fin, dopo haver fatto un pezzo finta
Di trarla a basso, e c'han scherzato alquanto,
Quando tempo gli par, gli dan la spinta,
E qui il piacer rinnova in ogni canto,
Perché l'ingorda plebe qual' accinta
Sta per pigliarla con impeto tanto,
E con tal furia addosso se gli serra,
Ch'ell' è sbranata pria che giunga in terra.
Di poi, per dar al popol maggior spasso,
Tosto gli gettan dietro una caldaia
Di tiepid'acqua, o brodo pien di grasso,
Qual lava il capo a più di quattro paia,
Perché con tal prestezza cala a basso
Che schivar non la ponno, onde la baia
Poi gli vien data, e molti in quella stretta
Portan più brodo a casa che porchetta.
Ed ardirei di dir ch'almen ducento
Porchette in giorno tal cuocer si fanno,
Ma temo trar le mie parole al vento,
Che mal capir lo puon quei che no'l sanno;
Pur, le persone che san ch'io non mento,
Ch'elle assai di più sian forsi diranno,
Qual sono a donne gravide e svogliate
Da lor parenti o amici appresentate.
Ogn'anno, poi, con nuove inventioni
Vanno ampliando questa nobil festa
Hor fan barriere, hor caccie, hor co' bastoni
Combatter ciechi, havendo lor la testa
Armata, hor correr pregi, hor balli, hor suoni,
Hor far commedie, né a fatica si perdona,
Per dar quel giorno spasso a ogni persona.
Parmi, Signori, haver descritto a pieno
La causa del gettar giù la porchetta,
E quanto in questo giorno almo e sereno
Feste e trionfi fansi, per la detta,
E perché da ogni lato ho il foglio pieno,
E che la Musa mia riposo aspetta,
Qui faccio fine al dir, ch'ella m'accenna
A far silentio, e poner giù la penna.
IL FINE
Testo trascritto da: La vera historia della piacevoliss. festa della porchetta, che si fa ogn'Anno in Bologna il giorno di S.Bartolomeo. Di Giulio Cesare dalla Croce. A gl' Illustrissimi signori Confaloniero, & Antiani della Città di Bologna, In Bologna, per gli Heredi di Gio. Rossi, 1599, BAB